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WandaVision Recensione della sperimentale miniserie dei Marvel Studios

WandaVision, la prima miniserie Marvel Studios a varcare le soglie non solo di Disney Plus, ma anche dell’intero panorama dell’intrattenimento a puntate, è uno spartiacque assolutamente fondamentale che va analizzato a fondo perché, da tale progetto, deriva interamente tutta la Fase 4 del MCU, sia dal punto di vista strategico che commerciale. L’opera, che noi della redazione abbiamo seguito ancora prima della messa in onda con un editoriale preparatorio e poi, in seguito, approfondito settimana dopo settimana, è terminata venerdì, con una puntata che ha saputo chiudere le porte giuste, lasciando aperti alcuni spunti che saranno fondanti per i titoli Marvel che vedremo nel prossimo futuro. Ci troviamo nella condizione di tirare una summa generale del prodotto e nel farlo, più che concentrarmi sugli aspetti prettamente tecnici (che saranno comunque sviscerati per quanto possibile ma che abbiamo già visto episodio dopo episodio), vorrei parlare di elementi che esulano tali ragionamenti, andando a toccare corde anche emozionali e passionali, oltre che valori contenutistici da non sottovalutare.

Sulle ali della serialità originaria

Se si seguono pedissequamente le vicende presentate in WandaVision, oltre ai vari ammiccamenti e colonne portanti del Marvel Cinematic Universe, assisteremo, da protagonisti, alla storia del genere sitcom nell’ambito televisivo, che ha contribuito direttamente alla formazione delle serie per come le conosciamo ora. Un vero e proprio documento storico del mondo dell’intrattenimento che è davvero ben organizzato e coerente con l’intero background narrativo dell’opera, fondendosi in un impianto molto peculiare. La sperimentazione incredibile della creatura di Jac Schaeffer (Captain Marvel, Black Widow) e Matt Shakman (C’è sempre il sole a Philadelphia, Il Trono di Spade) si vede già da questo dettaglio quasi onnipresente, che inizia però a scomparire nelle puntate finali che per forza di cose riprendono il classico stile marvelliano per esigenza narratologica di ponte per la Fase 4 dell’universo della Casa delle idee.

WandaVision

Ma il colossale valore seriale non si esaurisce solamente nella riproposizione, quasi in forma documentaristica, di tutte le grandi sitcom che hanno solcato i più rinomati palinsesti come The Dick Van Dyke Show, Vita da strega e Malcolm, bensì anche in una funzione più sottile che però va al di là di WandaVision in sé e va a toccare l’approccio stesso che hanno gli spettatori nei confronti di tale prodotto Marvel. Se negli ultimi anni Netflix ha portato avanti, strategicamente, la sua filosofia del binge-watching, molti si sono dimenticati della modalità di fruizione “classica” che per decenni ha trainato i fili delle televisioni a tubo catodico. Già, perché in un non troppo lontano passato, la magia delle speculazioni, delle teorie e delle discussioni si alimentava, con un timing ben preciso, che vedeva l’uscita delle puntate con un ritmo settimanale.

“È evidente che i Marvel Studios abbiano già tutte le carte in mano, tocca solo vedere cosa hanno in serbo per gli spettatori.”

Ciò concedeva tanto margine di manovra, e oltre a dare la possibilità ai telespettatori di metabolizzare al meglio i contenuti delle svariate produzioni, i sette giorni che intercorrevano tra un episodio e l’altro fornivano terreno fertile per vivere collettivamente la televisione, in una dimensione corale che ci sembra distante anni luce, ma che era all’ordine del giorno. Ed ecco che la serie televisiva che vede come protagonisti “i coniugi” Wanda e Visione, ci ha riportato al passato, senza però, necessariamente, spogliarsi di attributi moderni e stilemi che invece appartengono alla serialità contemporanea. In un discorso metatelevisivo, in cui gli spettatori sono messi perennemente alla prova dagli sceneggiatori e in cui “tutto non è come sembra” di twinpeaksiana memoria, c’è anche lo spazio per combattimenti al cardiopalma (un po’ meno del solito a dire il vero, ma ciò è perfettamente coerente con il resto), per espandere la mitologia del MCU e per svariati collegamenti sia al passato che al presente del gigantesco universo supereroistico del grande e piccolo schermo che dal 2007 si sta costruendo, pezzo dopo pezzo.

WandaVision

A proposito di quest’ultimo punto, WandaVision coordina un quantitativo di elementi da far impallidire gli ultimi, dolorosi e commoventi passaggi narrativi di Avengers: Endgame. Mentre proseguiamo nella visione ci rendiamo conto, a poco a poco, di essere dei piccoli granelli di sabbia in un cosmo supereroistico fuori scala: è evidente che i Marvel Studios abbiano già tutte le carte in mano, tocca solo vedere cosa hanno in serbo per gli spettatori. Nonostante questo, la decisione di gestire tante storyline, personaggi principali e secondari, ammiccamenti ai fumetti e ai prossimi film che vedremo del MCU, non riesce sempre ad essere funzionale al massimo. Se infatti molti di questi spunti, contenuti e collegamenti con il futuro della Casa delle Idee riescono ad esaurirsi perfettamente al termine della miniserie, come già tra l’altro accennavo nell’introduzione, altri rimangono solamente tratteggiati e insoluti, almeno all’interno della realizzazione televisiva.

Il valore strabiliante dei protagonisti di WandaVision

Ovviamente, è chiaro che tutto appartiene alla linea strategica di Feige e soci e la maggior parte di queste “insoddisfazioni” troverà senso prossimamente, ma forse monitorare un numero minore di elementi avrebbe garantito una maggiore linearità contenutistica senza nulla di abbozzato. Non si può non parlare, in questa analisi di WandaVision, di Elizabeth Olsen e Paul Bettany, che tornano ad interpretare Wanda e Visione direttamente dai film del Marvel Cinematic Universe. Ma attenzione, perché se pensate di vedere, durante l’opera, gli stessi supereroi che abbiamo imparato a conoscere in Age of Ultron, siete estremamente fuori strada. Le figure, infatti, trovano una nuova linfa all’interno della serie televisiva non solo grazie alla brillante sceneggiatura che attua un processo di rinnovamento e rilancio di entrambi, spesso sullo sfondo e mai reali protagonisti in precedenza tra i Vendicatori, ma anche grazie agli attori. Tra la coppia di performer scorre un’alchimia perfetta che alimenta in maniera diretta alcuni dei momenti più incredibili ed emozionanti della realizzazione, e i due ci regalano alcune delle sequenze più alte e intense dell’intero MCU fino a questo momento: preparate i fazzoletti, insomma, io vi ho avvisato.

WandaVision

Finalmente, sia gli amanti del MCU più agguerriti che i telespettatori più occasionali hanno la possibilità di assistere ad una nuova lettura del cinecomic che si pone l’ambizioso obiettivo di presentare un sottile e raffinato racconto psicologico in cui la protagonista è Wanda Maximoff: la Olsen ci trasporta in un ottovolante di emozioni, facendoci vivere in prima persona il suo difficile e irrefrenabile lutto, e poi, successivamente, il momento di smarrimento e lucidità finale. Bettany, contrariamente a quanto si possa pensare, non presta il volto ad un personaggio statico; Visione, a differenza degli altri film, non è mai stato così umano, sensibile anche se ricade, per forza di cose, nella sua binarietà robotica. Una doppietta attoriale clamorosa che porta su nuove vette le interpretazioni nell’ambito cinecomic Marvel e, soprattutto, fa splendere in maniera esplosiva due figure dimenticate, prima semplici comparse, ora protagonisti assoluti della scena.

“WandaVision è uno di quei prodotti che trae il suo potere attrattivo da uno studio strategico sopraffino, ma anche da un’innovazione contenutistica incredibile.”

Anche gli altri personaggi, per quanto siano di maggior contorno, sono perfettamente funzionali all’interno di WandaVision: dal trio di eroi “spalla” al di fuori dell’Esa, ovvero Jimmy Woo (Randall Park), Monica Rambeau (Teyonah Parris) e Darcy Lewis (Kat Dennings), fino a passare ai due figlioletti della coppia supereroistica, ed infine anche al villain dello show, la potente strega Agatha Harkness (Kathryn Hahn), non possiamo lamentarci. Certo, è vero che alcuni di loro sono effettivamente tratteggiati in modo piuttosto sbrigativo, ma d’altronde i riflettori, come giusto che sia, sono completamente rivolti all’inossidabile duo di Avengers che troneggia incontrastato sul palco virtuale (ma non troppo!) della messinscena seriale messa in moto dalla serie. Per chiudere il discorso, abbiamo tra le mani un’opera di un valore prezioso: fa partire la Fase 4 del MCU in maniera esplosiva con uno sperimentalismo accattivante e irresistibile, creando aspettative enormi sul futuro dei Marvel Studios, e al tempo stesso riesce a parlare perfettamente sia ai fan dell’universo di Feige che agli spettatori casual che conoscono poco di Captain America, Iron Man e compagnia.

Tale aspetto è davvero ben riuscito in quanto, semplicemente, l’opera funziona sia come prodotto appartenente ad un mondo più grande con i suoi riferimenti, collegamenti e connessioni, ma anche come titolo a sé stante, presentandoci un thriller intenso (che deve moltissimo a The Truman Show ma non solo) e perfettamente godibile anche senza coinvolgere supereroi, magie e organizzazioni segrete. WandaVision è uno di quei prodotti che trae il suo potere attrattivo da uno studio strategico sopraffino, ma anche da un’innovazione contenutistica incredibile: i Marvel Studios sono riusciti, ancora una volta, a stupire, esordendo sul piccolo schermo di Disney Plus con una realizzazione che segna un traguardo importante sia dal punto di vista produttivo che qualitativo. Scopriremo a breve, con The Falcon and The Winter Soldier (in uscita il 19 marzo), se l’importante solco tracciato da Jac Schaeffer e Matt Shakman porterà i suoi primi frutti.

WandaVision Recensione
8.5 / 10 VOTO
PRO
    - Un'opera sperimentale e metatelevisiva
    - Lettura sapiente ed efficace di Wanda e Visione, con Olsen e Bettany fuori scala
    - Un titolo che parla per tutti e che rilancia i Marvel Studios sul grande e piccolo schermo
CONTRO
    - Una maggiore linearità contenutistica avrebbe forse giovato alla produzione
VOTO
El Camino

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