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Waiting for the Barbarians

Waiting for the Barbarians Recensione

Waiting for the Barbarians è il nuovo lungometraggio di Ciro Guerra (La sombra del caminante, Oro verde – C’era una volta in Colombia), autore colombiano candidato agli Oscar nel 2016 con El abrazo de la serpiente come Miglior film straniero. L’opera, presentata l’anno scorso alla 76ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è ispirata all’omonimo libro, pubblicato nel 1980, del premio Nobel J.M. Coetzee, che ha firmato anche la sceneggiatura della pellicola. Chi sono però i barbari? E perché l’uomo ne ha sempre avuto paura? L’etimologia è antichissima e risale al greco βάρβαρος, una parola onomatopeica che indicava le balbuzie di coloro che non parlavano l’ellenico, proprio perché non di cultura e lingua greca, degli stranieri. Nella “civilissima” culla della filosofia, della politica e democrazia, il diverso veniva ghettizzato già a partire dal nome attribuitogli, riconoscendogli in seguito uno status precario che non gli consentiva molte libertà civili di cui invece erano in possesso gli abitanti della πόλις.

Un diverso che veniva messo nelle retrovie, dimenticato e vessato, come tristemente ci ricorda anche la contemporaneità, nei fatti di cronaca, nella vita di tutti i giorni, nelle tragedie xenofobe che si consumano nelle strade di tutto il mondo. Quanti Willy, George Floyd e Ahmaud Arbery dobbiamo continuare a sacrificare sul vergognoso altare del perbenismo e ipocrisia? Waiting for the Barbarians, grazie al potere del cinema, ci ricorda quanto può essere sbagliato il pregiudizio e condanna la violenza e la brutalità di una civiltà imperante che si erge a dominatrice assoluta. La pellicola, con un linguaggio a volte ermetico, ci invita spesso alla riflessione, raccontando una storia attuale e contemporaneamente senza tempo. Grazie a Iervolino Entertainment, abbiamo visto in anteprima il film che debutterà nelle sale italiane il 24 settembre.

Il suggestivo e atemporale avamposto desertico

In una sperduta landa desertica, che segna il confine tra un Impero senza nome e una sterminata frontiera, un Magistrato, amministratore di un avamposto di collegamento tra i due luoghi, mantiene serenamente la pace, senza preoccuparsi di conflitti, guerre e crimini. La sua pacifica permanenza ai confini del mondo conosciuto verrà bruscamente interrotta dall’incontro con lo spietato Colonnello Joll, che inizia una serie di indagini per la sicurezza del confine e per ricognizione delle attività dei “barbari”, nomadi della regione. Il trattamento di questi ultimi da parte dell’uomo, tra violenze, sevizie e martellanti interrogatori, portano il Magistrato ad opporsi al diabolico operato dell’Impero, fino a diventare un ribelle, un reietto allontanato dal suo stesso popolo.

Il luogo che fa da sfondo all’intera vicenda è volutamente avvolto nel mistero: non si conosce lo spazio geografico effettivo e l’epoca di riferimento. Il valico che separa la civiltà dalla landa desertica popolata dai “barbari” è un luogo metafisico atemporale, ucronico, immerso in una dimensione alienante, soffocante. Non è un caso, infatti, che la trama è scandita da quattro capitoli equivalenti alle stagioni, l’unica bussola per delimitare le ore, i giorni e i mesi passati in un ambiente caotico e straniante, un limbo dove l’atavica lotta tra la civilizzazione e regressione continua in eterno.

Waiting for the Barbarians

Inoltre, la mancanza di informazioni geografiche e temporali ha un altro valore immenso: rende il racconto di Waiting for the Barbarians per sempre attuale, riuscendo però a distaccarsi da fatti recenti e contemporanei, rappresentando un’epoca più vicina al colonialismo ottocentesco. Un periodo buio in cui l’espansione territoriale ed economica al di là dei propri confini ha consentito alle nazioni più potenti della Terra di prosperare, a discapito delle popolazioni vessate, vittime di un gioco di potere che ha segnato completamente la storia del mondo.

Il conflitto ideologico tra l’invasore e oppresso nella pellicola viene rappresentato sia sul fronte psicologico che fisico: il Colonnello Joll, non appena arriva all’avamposto, si fregia fin da subito del suo potente status, dimostrando da un lato la sua brutalità nei confronti dei prigionieri, dall’altro incarnando una superiorità di natura, che ci è così tanto familiare perché prerogativa principale dei nazisti. La precaria pace portata in piedi dal Magistrato viene quindi spazzata via dallo spirito belligerante e oppressivo degli imperiali, che si atteggiano a governatori supremi, “arbitri in terra del bene e del male”.

Una critica quindi efficace al punto giusto che riesce nel difficile compito di non essere per nulla retorica o ridondante, piuttosto elegante e sobria nella messa in scena, non risultando per nulla scontata, ma pur non essendo rivoluzionaria, di gran pregio, sia visivo che narrativo. Le sapienti mani di Guerra guidano la macchina da presa con umanità e realismo, ponendo l’accento sui volti, sui gesti e la quotidianità degli oppressi, ma anche sulle suggestive cornici naturalistiche che fanno da sfondo e che assistono, inermi, alle bestialità e alle sevizie dell’uomo.

Ma l’aspetto che emerge di più dai confronti verbali della pellicola è che sono inframezzati dal silenzio, che evoca i rumori della natura incontaminata.

Un andamento lento, tra contenuto ed enigmaticità

Sul fronte narrativo, invece, J. M. Coetzee confeziona dei dialoghi brillanti e intensi, talune volte amplificati da un registro quasi epico e teatrale, messo in atto dai tre personaggi principali, in una sfida aperta a colpi di retorica, più raramente di spada e frusta. Gli emarginati hanno un registro linguistico totalmente differente: un vocabolario più scarno, con poche parole ed espressioni e gestualità che ricoprono un ruolo decisamente più importante. Ma l’aspetto che emerge di più dai confronti verbali della pellicola è che sono inframezzati dal silenzio, che evoca i rumori della natura incontaminata.

In questo il comparto musicale, curato da Giampiero Ambrosi, è notevole perché non sovrasta quasi mai i suoni ambientali, che rimangono i protagonisti incontrastati del background, voci dell’ambientazione e del suo coinvolgimento all’interno della storia. Il rumore della sabbia, il vento, il trotto dei cavalli, ma anche il vocio del mercato e della marcia degli imperiali: in un gioco di contrasti, oppressi e oppressori si confondono e gli schieramenti perdono quel significato tanto caro agli amanti del conflitto e della guerra.

I personaggi, invece, sono ben caratterizzati, nonostante, a differenza del solo protagonista, hanno linee di dialogo ridotte. Mark Rylance, nei panni del Magistrato, ci rende partecipi di un’interpretazione suggestiva e di cuore, umana e malinconica, portando su schermo un eroe moderno e dondonchisciottesco allo stesso tempo. La sua performance è talmente tanto sofferta e intensa da oscurare in minima parte anche il lavoro artistico di Johnny Depp e Robert Pattinson, rispettivamente il Colonnello Joll e Mandel, che nonostante siano impeccabili ed eccellenti drammaticamente, seppur con un tempo su schermo esiguo, soffrono il confronto con il protagonista. Se il primo è il vero antagonista della storia, dotato di un eccentricità fuori dal comune (e sappiamo bene come Depp sia eccellente in questo), ma dal cipiglio austero e imperscrutabile di un gerarca del terzo Reich; Mandel rimane più sulle retrovie, ma, grazie alla sua presenza scenica d’impatto di Pattinson, le sue apparizioni sono sempre ricche di significato, nonostante siano minime.

Waiting for the Barbarians

Cosa non funziona però in Waiting for the Barbarians? Il messaggio e la critica sono chiari e forti, senza dubbio, ma si perdono, talvolta, in un contenuto che non riesce sempre ad essere efficace, sia a causa di sequenze troppo enigmatiche, che di momenti fin troppo filosofici che vorrebbero essere densi di significato, ma che invece non riescono effettivamente a prendere il proprio posto all’interno della storia, risultando un po’ troppo estranei ai sensi della risoluzione degli eventi.

Inoltre, il ritmo non aiuta lo spettatore a fruire al meglio l’intera pellicola, che soffre di un andamento lento, riflessivo che seppur sia perfetto per la trama e i temi trattati (che richiedono sicuramente la giusta preparazione), può scoraggiare l’audience, specialmente nelle parti mediane e finali del girato, visto che nella prima parte, poiché introduttiva, è decisamente più auspicabile un rallentamento della narrazione.

Probabile che l’opera di Guerra ricada in una nicchia fin troppo esigua, ma la speranza è che questa storia secolare di diversità sia il più possibile apprezzata dalla massa

 

Waiting for the Barbarians è un lungometraggio dall’animo travolgente, ma dal cuore quieto che, prendendo ispirazione dal romanzo omonimo di Coetzee, trascina lo spettatore nelle lande più remote di un deserto immaginario, ponendolo di fronte a domande ancestrali sull’eterna contrapposizione tra civiltà e barbari, due estremi di una lotta che non esiste se non nell’animo degli oppressori e nella resistenza degli oppressi. La suggestione della messinscena come anche la perfetta caratterizzazione dei personaggi sono spalleggiate da una regia di gran impatto, ma da una narrazione, che non riesce sempre efficacemente a mettere su schermo la forma adeguata, anche a causa di un ritmo eccessivamente riflessivo che potrebbe scoraggiare i fruitori. Ciononostante, la pellicola presenta una critica molto intelligente su una tematica di grande attualità e lo fa con delle cifre stilistiche per nulla banali e scontate, ma dotate di una creatività e un sentimento che sono assolutamente da premiare. Probabile che l’opera di Guerra ricada in una nicchia fin troppo esigua, ma la speranza è che questa storia secolare di diversità sia il più possibile apprezzata dalla massa.

Waiting for the Barbarians Recensione
8.0 / 10 VOTO
PRO
    - Una critica lucida e moderna sul colonialismo e la diversità
    - La suggestione creata dalla regia e dagli effetti ambientali
    - I dialoghi sono brillanti, supportati da un cast d'eccezione
CONTRO
    - Un andamento troppo lento e riflessivo, che potrebbe scoraggiare i fruitori
    - Alcuni contenuti che non riescono a prendere piede nella storia
VOTO
El Camino

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