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Un eroe

Un Eroe Recensione: la prigionia della buona azione

Lunedì 3 gennaio è uscito nelle sale italiane Un Eroe, il nuovo film di Asghar Farhadi, già vincitore di due premi Oscar per il miglior film straniero con Una separazione (2011) e Il cliente (2016). La giuria a Cannes ha premiato questo lungometraggio nell’ultima edizione, in ex aequo con Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino di Juho Kuosmanen. Il regista iraniano è molto conosciuto per il suo continuo interrogarsi sulle questioni sociali, per poi argomentarle e darle vita sul grande schermo con un tocco di sensibilità e autenticità che solo un grande autore sa fare.

Il protagonista Rahim Soltani (Amir Jadidi) è un detenuto che trascorre i limitati giorni di libertà con l’intento di risolvere dei problemi con il creditore. Con l’aiuto della compagna Farkhondeh trova una borsa piena d’oro. Pensa di usarla come formula di risarcimento, ma alla fine prende la decisione di riportare il denaro alla legittima proprietaria. Questa buona azione rappresenta un gesto di grande valore e di assoluto eroismo secondo la società, tant’è che gli viene assegnato un riconoscimento dell’amministrazione penitenziaria. Qualcosa però metterà in gioco la sua reputazione.

Un eroe: il potere di prendere e distruggere un individuo comune

La pellicola di Asghar Farhadi permette allo spettatore di accedere a una posizione di forte complicità ed immedesimazione con Rahim, il quale dovrà fare i conti con una serie di problematiche legate all’ostinazione degli uffici amministrativi e al cattivo rapporto con l’usuraio, ossia il principale promotore della vicenda catalizzatrice, colui che giudica il suo cliente per l’essere ingrato che è e per il vittimismo pietoso e trapiantato sulla faccia. Pian piano anche la stampa e i social prendono il sopravvento e conducono il protagonista in una lenta e incastrata discesa negli inferi.

Quello che viene presentato al pubblico è un mondo diviso in due categorie: i furbi e gli ingenui. Rahim fa parte dei secondi. La sua colpa è quella di essere partito con un atteggiamento fiducioso e sprovveduto nei confronti di una comunità che non tiene delle basi solide per dimostrare la differenza tra verità e falsità. Di conseguenza questo delicato meccanismo si muove solo e soltanto per i propri interessi. Il giorno prima lo elogiano per promuovere il successo carcerario nella detenzione dei prigionieri, il giorno dopo lo distruggono per le sue azioni rivelatesi dannose per l’immagine dell’azienda.

Un eroe

Uno dei principali testimoni è un tassista che pronuncia la seguente frase: “Niente è giusto in questo mondo”. Essa sottolinea il significato ultimo del film che non tende a nascondersi nei momenti di grossa crisi e di disperata rassegnazione, quasi a simboleggiare un’etichetta cucita a vita e appartenente a un minuscolo uomo, un dipinto sulla mancanza della giustizia e della collaborazione reciproca. Ormai Rahim è macchiato dalle vesti del detenuto e qualsiasi coinvolgimento sociale lo conduce a un rischio inevitabile del suo nome, della sua dignità e del suo essere cittadino. Il passato non viene cancellato. Il dolore non passa.

Un eroe mostra forti somiglianze di tematiche e di contenuti con due lungometraggi: Il sospetto (2012) di Thomas Vinterberg e Richard Jewell (2019) di Clint Eastwood. Entrambi raffigurano la ferocia dell’opinione pubblica nella pericolosa convinzione collettiva di bene e male. Il tutto viene scandito con ipotesi assurde o affermazioni inviolabili, a causa di un’irresistibile tentazione di individuare un colpevole e di una complessa e radicata dimostrazione di fatti concreti e prove inconfutabili. Purtroppo per tutti e tre i protagonisti i pregiudizi rimangono ancora in vita.

“Un eroe afferma ancora una volta la completa rassegnazione del racconto sociale nel proteggere gli innocenti e gli oppressi di fronte a un modello sociale falso, rigido e opportunista.”

Chi vuole aiutare per riscattare l’incolumità dell’altruista e sensibile ragazzo non può fare altro che assistere al suo declino esistenziale, mentre la polizia e l’amministrazione penitenziaria adottano metodi poco ortodossi per salvaguardare la propria pelle, senza smettere ovviamente di puntare il dito contro il presunto responsabile. La sceneggiatura riesce a far combaciare certe piccole sfumature come conseguenze dei successivi avvenimenti e rimandi ai precedenti accaduti. Il cinema di Un eroe riesce a inquadrare alla perfezione un insieme collettivo di individui contraddistinti.

La regia di Farhadi applica movimenti simmetrici di salita/discesa, di entrata/uscita in costante contrapposizione tra loro. L’attenzione all’aspetto fisico del personaggio determinano una condizione già preannunciata all’inizio. E nel decisivo contatto con il marcio, diventa ben evidente agli occhi dello spettatore. Inoltre, le menti di queste persone non riescono a stare al passo con la fugace mutevolezza degli eventi – e il loro sentirsi sempre di più – alimenta una quantità di grida, di pianti, di schiamazzi che non cessa di estinguersi con la forza di volontà.

Un eroe

Significativa la scena finale che limitiamo a descriverla come una composizione (termine cinematografico utilizzato per incorniciare una determinata prospettiva dell’inquadratura), pronta a mettere in evidenza il grande divario tra il mondo del dentro e quello del fuori. Non si sa tra i due quale sia meglio, ma in fondo non ci sono altre alternative per il destino del protagonista e degli uomini. Non c’è nulla di consolatorio nell’atto conclusivo, solo un’amara consapevolezza di come entrambi i luoghi in cui i personaggi agiscono funzionino in maniera analoga e differente allo stesso tempo.

Una redenzione impossibile da raggiungere in questo mondo

Anche questa volta il regista iraniano è riuscito a colpire nel segno con la sua straordinaria capacità di intrattenere qualsiasi tipologia di pubblico con una storia coinvolgente che in qualche modo riguarda tutti. Egli presenta l’ambientazione dell’Iran con un forte richiamo universale in relazione alla vita attuale che conduciamo tutti i giorni e di come quest’ultima stia precipitando nel fallimento morale. Rahim è l’ingenuo, è stato messo, per sua volontà o di qualcun altro, al centro di uno scandalo impossibile da risolvere.

Si conclude con un’affermazione del sociologo Francesco Alberoni: “La gentilezza che nasce da una limpida disposizione interiore disarma, fa cadere le resistenze, i pregiudizi e apre porte che altrimenti resterebbero chiuse”.  Un Eroe invece mostra l’esatto contrario. La gentilezza è un’arma che non può essere utilizzata nel mondo di Farhadi, o forse è meglio dire che un’unica fetta di popolazione può compiere questi semplici atti di bontà e di onestà, senza però essere giudicata con l’accusa di aver inventato falsi miti per scrupolosi vantaggi individuali.

The Review

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Un Eroe

Conclusione

Un Eroe è un potente ritratto di una redenzione umana totalmente irraggiungibile. Un individuo comune che ha commesso errori nella sua vita e, nel suo momento di estrema innocenza, riceve come ricompensa una serie di colpi e pregiudizi che vanno a danneggiare la sua immagine pubblica e privata. Una riflessione efficace e coraggiosa sul nostro vivere sociale, dettato dalla dittatura comunicativa dei social e dall'interesse oligarchico di piccoli acquisitori di potere. E ancora una volta ne usciamo sconfitti.
El Camino

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