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Un Cielo Stellato sopra il Ghetto di Roma

Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma Recensione

Quante volte nella nostra vita abbiamo sentito parlare della Shoah? Quante volte, soprattutto a scuola, ci sono state fornite storie, racconti, immagini di quegli avvenimenti terrificanti avvenuti nella seconda metà del secolo scorso e che ci sembrano così distanti, così incompatibili con la nostra realtà. Tutti hanno visto almeno una volta un film che tratta dell’Olocausto da una prospettiva piuttosto che da un’altra, ma ci siamo mai fermati a riflettere sulle ripercussioni che ancora oggi si possono incontrare o su chi è effettivamente quella popolazione tanto odiata che è stata sterminata? In Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma il regista Giulio Base cerca di sfondare queste barriere, accompagnando lo spettatore nel viaggio alla ricerca di una bambina sconosciuta con un gruppo di giovani, i quali impareranno inoltre a conoscere le reciproche religioni e culture e supereranno i pregiudizi che troppo facilmente si trasformano in odio.

 

Sarà possibile vedere la pellicola tutta all’italiana prodotta da Altre Storie, Clipper Media e Rai Cinema e presentata nel 2020 alla Festa del Cinema di Roma in anteprima sulla piattaforma streaming Rai Play a partire dal 27 gennaio e sul canale televisivo Rai 1 sabato 6 febbraio alle ore 22.50; noi di Monkeybit abbiamo avuto la possibilità di vederlo in anticipo e ne faremo oggi una recensione senza spoiler per analizzare i contenuti e gli elementi principali del film, su cui ci sarebbe moltissimo da parlare date le tematiche importanti, ma che cercheremo di sintetizzare.

Una foto che unisce

Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma segue la storia di Sofia, un’adolescente in conflitto continuo con la madre e determinata ad ottenere ciò che vuole nella vita; essa trova casualmente una misteriosa foto e una lettera datata 1946 in una vecchia valigia nella sua soffitta. Rimanendo subito toccata dalla profondità delle parole scritte, decide di provare in tutti i modi a rintracciare la bambina per donarle un pezzo del suo passato e delle sue origini; la missione si rivelerà però più ardua del previsto e avrà quindi il bisogno l’aiuto di un gruppo di coetanei, sia cristiani che ebrei, per venire a capo del complesso puzzle. Per i giovani il compito diventerà molto di più che la mera ricerca di una persona sconosciuta, e riusciranno a trasformare il dolore di un passato vissuto in mezzo all’odio e alla morte in speranza per un futuro coeso e libero dai pregiudizi.

La storia della pellicola è profonda, toccante e riesce a unire in modo originale le nuove generazioni e le vecchie, sia all’interno della narrazione che all’esterno, coinvolgendo gli spettatori di qualsiasi età; questa coesione viene resa soprattutto attraverso l’inserimento di alcune scene in bianco e nero che aprono il film e che vengono poi riprese in vari momenti: proprio come un sogno – o meglio, un incubo – all’inizio ci appaiono annebbiate, scure, e via via diventano più chiare, fino a poterne quasi percepire i colori. Queste situazioni, seppur brevi, riescono a donare all’opera profondità e verosimiglianza, rappresentando appieno la Shoah senza il bisogno di dover mostrare massacri di massa, scenari di guerra o campi di concentramento; il tutto avviene attraverso la sfera della memoria, che è l’elemento su cui si fonda il lungometraggio e senza il quale sarebbe impossibile raccontare queste incredibili storie. Il passato è quindi contrapposto al futuro, ovvero ai ragazzi che, utilizzando metodi dell’ultima generazione come Google Maps e WhatsApp, si uniscono con un fine unico e si oppongono ai loro genitori, i quali fino alla fine non li comprendono e si scontrano con loro.

“I protagonisti riescono però a sfondare le barriere e a dimostrare, sia a loro stessi che alle generazioni nate prima di loro, che i pregiudizi portano solo all’odio e che in fin dei conti siamo tutti uguali nonostante la religione.”

All’inizio del film Sofia è rappresentata come testarda, chiusa mentalmente e superficiale; l’unica cosa che le importa è seguire le orme del padre e intraprendere la carriera musicale per non finire “fallita come la madre”. Il ritrovamento della foto di Sara Cohen le fa iniziare un percorso non solo alla scoperta della bimba misteriosa, ma alla conoscenza di sé stessa e di parti di lei che non sapeva di possedere; nella strada per la maturità incontra diversi ostacoli ma persegue fedelmente il suo obiettivo e prosegue imperterrita fino alla fine contando dell’appoggio degli amici e della nonna, la quale si rivelerà una delle colonne portanti della sua vita. Il blocco principale che lei e i suoi coetanei devono superare è proprio la paura dell’ignoto: ebrei e cristiani sembrano incompatibili, troppo diversi per andare d’accordo e destinati a rimanere sconosciuti; i protagonisti riescono però a sfondare le barriere e a dimostrare, sia a loro stessi che alle generazioni nate prima di loro, che i pregiudizi portano solo all’odio e che in fin dei conti siamo tutti uguali nonostante la religione.

Nonostante Sofia rimanga testarda e determinata, gli attributi negativi del suo carattere vengono levigati o rimpiazzati con qualità positive, quali il rispetto, l’inclusività e l’altruismo; nella pellicola è possibile vedere chiaramente come il peso della responsabilità di essere figlia di un musicista famoso incida sulla vita della ragazza, la quale si sente inevitabilmente oppressa dalla sua identità e destinata ad un futuro già scritto per lei. Bianca Panconi, la quale interpreta la protagonista, è adatta al ruolo e riesce a donare veridicità al personaggio anche nelle scene più intense e complesse; il lungometraggio rappresenta il debutto cinematografico della giovane attrice, che ha preso parte in programmi televisivi come Doc – Nelle tue mani e Cuori Coraggiosi. Oltre a lei, il film si configura come la prima parte di spessore di molti altri coetanei, come Emma Matilda Liò, Daniele Rampello e Francesco Rodrigo; l’inesperienza in certi momenti si può notare, ma ciò non rovina la visione e anzi ci permette di apprezzare l’impegno di questi ragazzi che sono dei talenti nascenti del nostro paese e della quale sentiremo sicuramente parlare prossimamente.

Viviamo tutti sotto lo stesso cielo

In Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma vengono racchiusi tanti elementi, che non si sovrappongono ma si intrecciano nella creazione di una storia verosimile e profonda: in primo luogo la Shoah, ma anche il confronto tra ebrei e cristiani, la musica e lo sport sono tutti presenti nella pellicola in misure diverse ma ugualmente significativi. Il rastrellamento del quartiere ebraico della Capitale avvenuto nel 16 ottobre 1943 viene riassunto in pochi minuti quasi frenetici; si può percepire però l’attenzione per i dettagli, la ricerca della realtà e l’intento di non spettacolizzare gli avvenimenti che, purtroppo, sono passati alla Storia e che devono continuare a venire rappresentati per non essere dimenticati. La memoria è infatti l’elemento chiave del film, ed è per questo che l’opera è interpretata da giovani e per loro è indirizzata: bisogna proseguire nel ricordo di questi eventi drammatici in modo tale che non si ripetano in futuro e questo compito spetta ora alle nuove generazioni, composte sia dagli attori che si sono impegnati a conoscere questa antica religione che a tutti gli spettatori che decideranno di vedere l’opera.

Vi ricordo che potrete guardare Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma a partire dal 27 gennaio su Rai Play e il 6 febbraio alle 22.50 su Rai1; se questa recensione vi è piaciuta, vi invito a seguirci sui nostri social e su Monkeybit per rimanere aggiornati sul mondo del cinema, delle serie tv e molto altro!

Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma Recensione
6.8 / 10 VOTO
PRO
    -Eventi della Shoah trattati in modo originale e attuale
    -Ambientazione evocativa del Ghetto di Roma
    -Coinvolgimento dei giovani nel passaggio della memoria e nella comprensione delle religioni
    -Finale profondo e commovente
CONTRO
    -Alcune scene risultano forzate
    -Inesperienza degli attori che emerge durante la visione
VOTO
El Camino

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