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The Last of Us

The Last of Us Parte II: che significato ha il brand per noi?

Il rintocco di un’Era videoludica che vibra da un decennio, un’intelaiatura drammaticamente struggente e una riflessione sulla contorta natura umana. The Last of Us potrebbe essere solo questo, ma invece sonda e scruta il dualismo umano, edificando un mondo di gioco vibrante, malinconicamente assordante e dal retrogusto angosciante. Cosa è davvero The Last of Us? Un’opera che ha acceso diatribe piuttosto discordanti su quali fattori rendono un gioco una creazione così complessa e sensibilmente poliedrica. Il tormento di non comprendere fino in fondo se ci sia una sola chiave di lettura, per assaporare l’abisso post apocalittico del titolo, è tanto complesso quanto ammaliante. Parole semplice o ermetiche che però incontrano l’armonia di opinioni in una riflessione: l’emozione veicolata da Naughty Dog non lascia indifferenti, ma anzi, fomenta un tumulto di emozioni che contagia proprio tutti. Al di là dei dubbi e delle preferenze di genere, è celato un messaggio con radici culturali ben ancorate al passato, che tutt’oggi ci sfiora l’animo. Ma cosa è per noi? Come abbiamo vissuto e contemplato il fenomeno noi della redazione, nei panni di videogiocatori qualunque? Abbiamo raccolto i pensieri della redazione per farvi conoscere The Last of Us sotto un’altra veste, quella emotiva e personale. Possa aiutarvi ad andare oltre la banale etichetta di gioco. Vi ricordiamo che la redazione attende l’uscita ufficiale di The Last of Us Parte II fissata per il 19 giugno 2020. E voi, l’avete acquistato?

Lorenzo Ardeni:

Ho ancora vivido il ricordo di quando mi regalarono la Limited Edition di The Last of Us al mio compleanno. Si, quella con la maglietta, il fumetto, gli adesivi per la PS3 e il controller, e – per qualche motivo – anche una cover per iPhone. L’opera di Naughty Dog sprigionava ambizione da tutti i pori e non serve sicuramente introdurla in alcun modo. Volete sapere perché mi è piaciuto, perché ha cambiato il modo in cui vedo me stesso? Perché ha saputo non solo mostrare i muscoli di una console ormai alla fine della sua corsa, ma anche perché ha voluto osare lì ove chiunque altro ha avuto paura. Per questo motivo, The Last of Us è un importante esempio di vita per tutti noi. Date sempre il meglio di voi anche a costo di rischiare: solo chi non ha paura di rischiare può cambiare il mondo, e gustarsi il sapore del successo.

Ecleto Mucciacciuoli:

Un più fragile e confuso me neo-maggiorenne ha accolto per primo gli struggenti messaggi di The Last of Us e li ha rielaborati nella sua sfera emotiva. L’opera si colloca in una fase di profonda solitudine della mia crescita, quando annaspavo nell’inettitudine e nella convinzione di aver perso un pezzo della mia creatività. E mentre cercavo di raccogliere un po’ di me stesso, l’opera di Naughty Dog fu lo spiraglio necessario che mi permise di confrontarmi con gli spettri della mia mente. La figura di Joel in primis è stata il fulcro del mio amore per il brand: fautore di una delle più commoventi relazioni padre-figlio. Contemplare lo sgretolarsi della convinzione che tutto sia una mera dicotomia tra bene e male, mi ha fatto riflettere sulla complessità del mondo in cui vivevo. Dare una possibilità a The Last of Us è stato come riscoprire me stesso, per capire che, in fondo, l’opera non è altro che lo specchio della nostra società: una matassa di imprevedibili eventi dominati dal caos, capace però di custodire gelosamente la bontà, varietà e amore che rendono la vita meravigliosa, ma senza mai omettere quesiti eticamente scomodi.

Alessandro Casatelli:

La mia esperienza con The Last of Us è stata molto particolare visto che ero ancora piccolo e non avevo una PlayStation 3 non riuscivo a capire perché tutti osannassero questo titolo, ma qualche anno dopo, quando riuscii ad acquistare una PlayStation 4, mi apparve subito chiaro il perché tutti avessero giocato questa opera ed il perché fosse piaciuto così tanto. La prima cosa che mi colpì fu la crudezza con cui venivano affrontati gli argomenti del gioco, come risaltasse che alla fine i veri mostri non erano gli infetti ma l’uomo, i legami che si creano, si distruggono e si ricreano fra i vari personaggi, protagonisti o antagonisti che siano. Ne parlai già nella mia rubrica sulla narrativa della bellezza di questo gioco sotto questo punto di vista, ma la cosa che mi ha lasciato questo titolo è soprattutto un nuovo modo di vedere la narrativa di un videogioco come un esperienza che va vissuta, compresa e fatta propria.

Marco Piccirilli

Ho iniziato ad amare The Last of Us non tanto nel corso della prima run su PlayStation 3, nell’ormai lontana estate del 2013 (di cui conservo uno sfocato ricordo), bensì nell’esatto momento in cui sono giunto ai titoli di coda per la prima volta, assistendo ad uno dei finali più incredibili della storia dei videogiochi. Da lì è stata una vera e propria escalation che mi ha portato, nel corso di questi sette anni, a spezzettarlo e analizzarlo minuziosamente in ogni sua parte, arrivando a platinarlo sia su PlayStation 3 che su PlayStation 4 e rigiocandolo un numero indefinito di volte, ognuna delle quali mi ha lasciato dentro qualcosa e mi ha portato ad apprezzare le mille sfumature dell’opera di Naughty Dog. A mio giudizio, il primo The Last of Us è un compendio perfetto sull’etica, sui legami, sui conflitti e in generale sulle emozioni umane, inserite in un contesto che dà loro una piena compiutezza e realizzazione. È un videogioco che trascende il significato primordiale del medium, aprendosi verso linguaggi inesplorati e facendoli propri con maestria. I dilemmi morali di Joel, Ellie e compagni, nel profondo, sono anche quelli che si annidano dentro ognuno di noi.

Agnese Serafina:

Quando ebbi l’occasione di giocarlo per la prima volta, fu in un periodo abbastanza particolare della mia storia. In The Last of Us rividi dei rapporti umani che in quel momento non credevo avrei risentito mai più. Compresi con una mente più matura il punto di vista del padre nel rapporto con la figlia, e questo mi spinse ad affrontare i sentimenti che provavo in maniera serena, crescendo moralmente, dato che avevo trovato la pace e la stabilità per averci a che fare. Confido che l’arrivo di The Last Of Us 2 seguirà le medesime modalità. Probabilmente non arriverà nel giorno dell’uscita, perché quando lo farà sarà il momento in cui avrò di nuovo bisogno di Ellie, di vedere come anche lei è cresciuta attraverso quel sentimento. Certamente mi farà riaffiorare tutte le sensazioni dell’epoca, come se non fosse mai passato neanche un giorno, ma so che, come il suo predecessore, lo farà a fin di bene, aiutandomi ancora una volta. Istinto femminile.

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