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Suburra Recensione della conclusiva terza stagione

La Suburra, termine latino dall’etimo ignoto, era una zona di Roma Antica che comprendeva quattro colli: Quirinale, Viminale, Celio e Oppio. Alla fine del periodo repubblicano, l’area era diventata un quartiere di piccoli commercianti, facendo anche da sfondo ad affari loschi e a gente di malaffare. Per questo motivo, il vocabolo con il tempo ha iniziato ad avere un significato ben preciso, in chiave figurata, indicando i quartieri più pericolosi e malfamati di una città. Partendo da tale accezione, Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini hanno scritto, nel 2013, il romanzo Suburra, andando a raccontare, iniziando da fatti reali, i vari incastri disonesti sia di carattere politico che economico che hanno piagato Roma, in tempi recenti. Successivamente, su soggetto del libro, è stato realizzato il film omonimo di Stefano Sollima del 2015.

I fatti narrati all’interno della realizzazione (e di conseguenza, nel testo) sono verosimili e anche se si tratta di eventi in parte di finzione, riproducono nello specifico alcuni scandali che hanno reso tristemente nota Roma, come la mega inchiesta di Mafia Capitale. Politica, camorra, il Vaticano e famiglie criminali sono tutte in moto per controllare una delle piazze più ambite del nostro paese, ovvero il centro del potere del governo. Difatti, chi ha in mano La Capitale, ha un’importante via d’accesso e snodo per il controllo dello Stato. Una sfida aperta con tantissimi contendenti in campo che cercano ognuno di rubare una piccola fetta da un tesoro così ambito, anche se salire sul carro dei vincitori non è cosa facile, e chi prima era un alleato, dopo un attimo può diventare un nemico.

Considerato il successo del prodotto, l’Italia dal 2017 ha deciso di investire su una realizzazione seriale, prendendo di fatto parte al gioco dello streaming: stiamo parlando di Suburra – La serie, prima produzione Netflix del nostro paese. Le correlazioni tra il lungometraggio e l’opera del piccolo schermo riguardano specialmente alcuni personaggi del film che hanno una nuova vita all’interno della fiction, ovvero lo zingaro Alberto Anacleti detto Spadino (Giacomo Ferrara), suo fratello Manfredi (Adamo Dionisi), a capo della famiglia sinti, il boss di Ostia Aureliano Adami (Alessandro Borghi) e Samurai (Francesco Acquaroli), l’ultimo baluardo della Magliana nella Capitale e intermediario assoluto della criminalità della città. A condire la storia, nuovi personaggi, intrighi politici, corruzione, sparatorie e mazzette, tutti elementi utili per narrare delle vicende inedite (in una veste di prequel), in qualche modo correlate alla pellicola, ma con un’anima totalmente indipendente. Dopo una prima stagione introduttiva e un pochino debole, una seconda al cardiopalma, con tanti colpi di scena, azione e un finale drammatico, la terza finalmente sta per approdare a breve su Netflix (qui trovate il trailer ufficiale) e noi l’abbiamo recensita in anteprima per voi.

A metà tra prequel e reboot

In Suburra la serie veste un ruolo centrale il rapporto tra Aureliano, Spadino e Gabriele Marchilli (Eduardo Valdarnini), tre antieroi uniti per sgominare il regno di Samurai. Il trio incarna la nuova guardia, il giovane che sostituisce il vecchio, e in virtù della loro posizione, i personaggi mettono a repentaglio gli altri governanti che hanno in mano Roma, in particolare Samurai, ago della bilancia tra la Capitale e gli interessi della Mafia. La scomparsa di Lele, al termine della scorsa stagione, ha scosso fortemente gli animi del pubblico sia perché improvvisa, ma anche perché i protagonisti hanno perso un elemento fondamentale per la loro vittoria. Come faranno adesso in due a dominare l’intera città, ora che il fratello di Alberto, Manfredi, si è risvegliato dal coma e le pressioni della criminalità organizzata sono diventate insostenibili?

Come prevedibile, i giochi si complicano enormemente e un evento clamoroso che avviene nel primo episodio della terza stagione (totalmente inaspettato è il caso di dirlo) chiarisce finalmente i dubbi sull’opera. Molti si sono domandati in questi anni se Suburra – La serie andava di fatto ad anticipare i fatti del film, chiudendosi quindi con l’inizio della pellicola, ma la realtà è ben diversa e già all’inizio delle nuove puntate il fatto è palese. La parola prequel, infatti, va presa con le pinze perché se è vero che gli accadimenti di sfondo dell’opera sono antecedenti a quelli del lungometraggio a livello temporale, quello che accade cozza con la creatura di Sollima. In altre parole, abbiamo un reboot tra le mani: personaggi già conosciuti che hanno un corso differente, intraprendono strade alternative e incontrano volti assolutamente inediti. I più attenti avevano già notato che il rapporto tra Spadino e Aureliano che nella pellicola è evidentemente più fragile sia in termini di conoscenza vera e propria che di intensità, nella serie ha risvolti completamente alieni proprio perché il prodotto è indipendente.

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Tale indipendenza ha assolutamente un valore immenso perché consente non solo delle notevoli liberà registiche e narrative, ma riesce a reinterpretare dei personaggi già esistenti dandogli una linfa originale. E così Suburra – La serie sta a Romanzo Criminale – La serie così come l’opera di Sollima sta al lungometraggio di Michele Placido. Una manovra analoga che ha la stessa efficacia: con un prodotto televisivo, infatti, c’è molto più spazio per i personaggi, le tematiche e soprattutto vi è la possibilità di costruire una trama più ampia e articolata. E questa terza stagione cerca in tutti i modi di sfruttare al massimo il potenziale inespresso della prima, concludendosi, dopo gli intensi episodi del secondo anno, con il botto, attraverso un epilogo più ragionato e riflessivo, meno sanguinolento di quanto ci si aspetta, pacato e preparatorio (ma con un ritmo indiavolato) che esplode con la puntata finale, perfetta nella sua messinscena, chiudendo efficacemente tutte le storyline dei protagonisti e non solo.

“Dal punto di vista strutturale i 6 episodi chiudono forse in maniera troppo rapida le vicende dei vari personaggi, ma al contrario i protagonisti riescono magistralmente a giostrare questa folle corsa…”

It’s better to burn out than to fade away

Le parole, contenute nel brano My My Hey Hey (Out of the Blue) di Neil Young (usate anche nel messaggio d’addio di Kurt Kobain) esemplificano bene il mood della terza stagione di Suburra – La serie. Difatti quello che traspare vedendo le nuove puntate è che gli sceneggiatori e i registi hanno optato per spingere sull’acceleratore gli avvenimenti affinché trovino una risoluzione. Badate bene: incalzare così tanto ha portato sicuramente a delle svolte narrative decisive e a delle evoluzioni dei personaggi notevoli. Di contro però, una maggiore dilatazione dei tempi in altri due episodi avrebbe sicuramente giovato, per finire in maniera più dolce e pacata il tutto, senza dover per forza affrettare le cose. Un’altra istanza sulla suddivisione narrativa che si nota in Suburra è che purtroppo non tutte le puntate riescono a mantenere lo stesso livello qualitativo alto e ciò, se da una parte è normale dal punto di vista del ritmo, stona sul fronte contenutistico, trovando in alcuni casi dei meri intervalli riempitivi che potevano essere sostituiti.

Dal punto di vista strutturale (come anticipavamo prima), i 6 episodi (contro gli 8 delle altre due stagioni) chiudono forse in maniera troppo rapida le vicende dei vari personaggi, ma al contrario i protagonisti riescono magistralmente a giostrare questa folle corsa, riuscendo al tempo stesso ad avere un’evoluzione e una conclusione degna di nota. Ci riferiamo in particolare ad Aureliano Adami e Alberto Anacleti, temprati dagli eventi della scorsa stagione e pronti a cambiare in modo drastico e definitivo. Il loro rapporto, oltre a raggiungere un punto di svolta ulteriore, li rende ancora più forti, non abbastanza però per contrastare i loro nemici. Brillano in questo le folgoranti interpretazioni di Giacomo Ferrara e Alessandro Borghi che tratteggiano due personaggi molto diversi completandosi perfettamente a vicenda, in lotta in primis contro la loro natura e poi contro gli altri, funestati da un’insaziabile fame di potere.

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Difficile poi parlare di antagonisti anche se è chiaro che il principale villain della terza stagione si può rintracciare in Manfredi Anacleti, che dopo essersi svegliato dal coma, dà del filo da torcere alla coppia di antieroi. Come non citare l’ottimo lavoro di Adamo Dionisi che ha ripreso magistralmente i panni di un personaggio burrascoso ma pacato, pronto a governare nuovamente con la pazienza di un predatore a caccia. Chiudono il cerchio dei personaggi il politico Amedeo Cinaglia (un magnetico Filippo Nigro) che in queste 6 puntate ha un’evoluzione da brividi, rivelandosi però come il vero astro nascente di questi episodi, con un ruolo centrale e d’impatto. Dopo aver raggiunto la sua carica sa perfettamente come giocare al tavolo del potere e trova un perfetto alleato/nemico nel Cardinale Fiorenzo Nascari (un intenso Alberto Cracco), ferreo e ligio che difende gelosamente un segreto del suo passato e che combatte con le unghie la corruzione di Roma, quando gli fa più comodo.

“Si vive del dolore e dell’insoddisfazione dei personaggi, della loro caccia al potere e la conseguenza ricaduta.”

Suburra si conclude con una terza stagione di grande impatto, di poco inferiore alla seconda, ma dotata di una carica emotiva intensa e furiosa. Si vive del dolore e dell’insoddisfazione dei personaggi, della loro caccia al potere e la conseguenza ricaduta. D’altronde si sa che chi arriva troppo in alto sulla piramide del dominio, ha una brusca e violenta ricaduta e vince forse solo chi non ha più nulla da perdere. Con un ritmo notevolmente velocizzato (forse troppo) e un numero di episodi minore rispetto alle altre stagioni, la narrazione riesce ad avere ampio respiro, con i vari protagonisti e antagonisti che riescono brillantemente a raggiungere il loro canto del cigno. Rimane un po’ di amaro in bocca pensando ad altro spazio che si poteva concedere alla produzione, ma anche tanta tanta stima nei confronti di un prodotto che è riuscito perfettamente ad arrivare ad un epilogo altamente drammatico ma perfetto in ogni sua sfaccettatura, chiudendo con un cerchio preciso e puntuale tutti gli elementi lasciati in sospeso, andando contemporaneamente ad evolvere e maturare enormemente i personaggi. Speriamo che le serie italiane ripartano da qui, da un finale commovente e sfiancante che possa alimentare il genio creativo del nostro paese.

Suburra terza stagione Recensione
7.8 / 10 VOTO
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PRO
    - Un epilogo che chiude drammaticamente e tragicamente tutto quello rimasto in sospeso
    - I personaggi hanno un'incredibile evoluzione, con un significativo canto del cigno
    - Una stagione che brilla grazie alla sua indipendenza dal film e che vive di intensità
CONTRO
    - 6 episodi sono forse troppo pochi
    - Non tutte le puntate riescono a mantenere lo stesso livello qualitativo
    VOTO
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