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Stardust Recensione del nuovo biopic musicale su David Bowie

Stardust è il nuovo film presentato alla Festa del cinema di Roma 2020 e diretto dal regista britannico Gabriel Range, noto al grande pubblico principalmente per i suoi docu-drama politici che hanno avuto un discreto seguito di riconoscimenti internazionali. Death of a President è forse tra quelli che hanno riscosso apprezzamenti maggiori, un film che si serve del genere sopracitato per costruire una storia del futuro sulla fittizia morte dell’allora presidente americano George Bush e sulle sue eventuali conseguenze. Questa volta, però, il film in questione è qualcosa di molto diverso dallo stile a cui Range è abituato trattare e già dalle premesse si può ben capire il perché. Stardust è un biopic musicale che nasce sulla scia del successo di molti altri film che negli ultimi anni hanno raccontato la vita di celebri artisti provenienti dai più disparati generi.

Nel corso degli anni, molti importanti registi hanno fatto vivere sullo schermo degli emozionanti ritratti: impossibile non citare il maestoso Bird di Clint Eastwood, The Doors di Oliver Stone, Last Days di Gus Van Sunt, fino a culminare ai più recenti successi come Rocketman e Bohemian Rhapsody. Tra tutti questo, però, ne mancava ancora uno che fosse incentrato sul leggendario David Bowie, artista poliedrico e tra i più influenti del XX secolo. Stardust è proprio il tassello mancante che tutti gli appassionati dello storico cantante, scomparso nel 2016, stavano aspettando con grande euforia.

Rivivere la sua vita, la sua crescita artistica, le sue canzoni, respirare note musicali di alcuni dei suoi più grandi capolavori erano, dunque, tutte le componenti che il pubblico stava aspettando da un biopic su Bowie. Il problema è che chiunque si aspettasse tutto questo allora può a prescindere rimanere deluso, perché Stardust è qualcosa di completamente diverso dai classici biopic fatti di canzoni in ogni angolo e performance sul palco. Ciò su cui Gabriel Range si sofferma è un altro aspetto della vita del famoso cantante, qualcosa che probabilmente a scarso di equivoci nessuno si aspettava.

David Bowie ed il fardello del successo

Portare sul grande schermo un personaggio come David Bowie è sicuramente una scelta difficile e coraggiosa allo stesso tempo, la sua impronta nel mondo della musica è ancora infatti molto forte. Pochi artisti come lui hanno saputo, nel corso della loro carriera, sapersi trasformare senza mai peccare di scarsa originalità. Bowie è conosciuto ovviamente con il suo nome, ma in realtà ci sono tanti pseudonimi che vivono a stretto contatto con la sua vera personalità. Major Tom, Halloween Jack ed il Duca Bianco sono solo alcune delle tante maschere che il famoso artista è riuscito a far entrare nell’immaginario collettivo musicale, ma tra queste ne manca uno che da molti è forse vista come la sua più celebre: Ziggy Stardust.

La pellicola racconta infatti una tappa della prima fase di carriera di David Bowie, quella dopo il periodo del successo del singolo Space Oddity (dall’omonimo album) che riuscì ad arrivare al 5° posto in classifica sul territorio britannico. Identico esito non si può dire del disco completo che non riuscì ad ottenere riscontri positivi dalla critica locale ed internazionale. Da questa base di partenza Gabriel Range costruisce un film che racchiude in sé la vita più intima e personale dei primi anni da musicista del giovane cantante.

Quello che mi piace della mia musica è che risveglia i fantasmi dentro di me. Non i demoni, ma i fantasmi.

Dai toni molto cupi e claustrofobici per alcuni versi, il Bowie rappresentato in Stardust appare come una persona fragile e tormentata dai suoi incubi. Suo fratello, come gran parte della sua famiglia, è affetto da una condizione genetica di “pazzia” e questo pesante fardello inizia ad essere fin troppo insormontabile da poter essere ignorato. Il nostro protagonista appare in ogni angolo del film sempre più preoccupato sul destino che lo attende in futuro o nell’immediato, un qualcosa che lo porterà ad avere allucinazioni sempre più frequenti. Tutto questo a fare da contorno al vero obiettivo dello stesso Bowie, ossia diventare popolare e farsi conoscere in America per la sua musica. In questo il suo agente di riferimento londinese lo assegnerà a Ron Oberman, contatto di fiducia che avrà il compito di farlo diventare la star che egli vorrebbe. Le insicurezze della sua anima, però, deraglieranno le aspirazioni a cui David vorrebbe giungere.

Stardust

Un biopic dalle sonorità mute

Nonostante questo sia un film appartenente al genere del biopic musicale, Stardust è la pecora nera del vasto gregge. Nel film non c’è alcuna traccia delle storiche note musicali che hanno fatto il successo del grande Bowie come oggi lo conosciamo. Con il passare dei minuti ci si rende conto di come la musica non sia il principale carburante, come in molti aspettavano, ma che a fare da portata principale è proprio la parte più personale dell’artista, quella meno conosciuta. Dopo una presentazione nel primo atto della necessità drammatica messa in gioco, il secondo atto (la parte centrale del film) ruota attorno all’oscurità che si cela dietro l’immagine pop del cantautore.

Il nome Bowie mi ha attirato quand’ero più giovane. Avevo sedici anni, ero in una profonda fase filosofica, e cercavo una cosa immediata, che facesse subito pensare al recidere la menzogna, una cosa così.

Cosa si nasconde dietro una delle figure più famose del glam rock? Il regista, anche co-sceneggiatore, risponde a questa domanda facendo emergere i lati deboli della persona e non dell’artista, quest’ultimo è messo da parte per dar voce in capitolo all’aspetto umano. Se da un lato questa scelta è probabilmente originale ed insueta, dall’altra non riesce comunque ad essere un aspetto di forte impatto. La risoluzione dei problemi non trova un capitolo di soddisfazione per un film che gira attorno al problema risultando ripetitivo e fin troppo ridondante. Sembra come ci fossero delle scarse idee di sviluppo e non si sapesse come allungare i minuti della storia. Questa faccia del Bowie che combatte contro i suoi demoni poteva essere una grande scelta di percorso, ma il fatto che non trovi un punto per far spiccare la narrazione risulta un problema piuttosto grande. La musica lascia dunque lo spazio ad un David Bowie inedito che non lascia segni indelebili.

Stardust

Il padrino del Glam Rock

In Stardust a portare una ventata di grande soddisfazione sono le interpretazioni. A vestire i panni di David Bowie è il giovane Johnny Flynn, attore emergente e soprattutto noto per essere originariamente un cantautore di musica dolk. Egli riesce a donare una sensibilità unica che tratteggia con grande abilità la figura dietro il mito. Bowie è umano, anche se molti lo definirebbero un alieno proveniente da un mondo extraterrestre, ed è anche una persona che è costretta a vivere una vita diversa dalla “normalità”. Dalle movenze, allo stravagante modo di vestire, alla mimica facciale sofferente e dai lati deboli ed incompresi fuoriesce un Flynn dalla bravura notevole. Anche il manager che lo accompagnerà in giro per radio ed incontri ed interviste risulta essere a tutti gli effetti un personaggio riuscitissimo, interpretato dall’attore Marc Maron (Easy). Due caratteri completamente differenti l’uno dall’altro che durante il film si scontreranno per i loro diversi modi di vedere il successo e che riusciranno però poi a trovare un punto d’incontro nel loro rapporto. 

Il famoso alter ego Ziggy Stardust prenderà pian piano forma e la musica che tanto si attendeva ad un certo punto prenderà per un attimo anche vita, ma è solo per non staccarsi completamente dall’etichetta di biopic musicale. Non è un caso che per la realizzazione di questo film non sia stata coinvolta lontanamente la famiglia di David Bowie, un ulteriore indizio del perché sia stato costruito in questa maniera. Viene il dubbio che forse non vi erano i diritti per l’utilizzo delle canzoni. Duncan Jones, regista e figlio legittimo, si è discostato completamente dal film. Menzione in particolare va alle scenografie e ai costumi che riescono a colpire l’occhio dello spettatore, catapultandolo in un tuffo al passato senza precedenti. Una ricostruzione fedele del periodo preso in considerazione.

Stardust

Conclusioni

Stardust è una produzione britannica guidata da Paul Van Carter e Nick Taussig per Salon Pictures e Matt Code per Wildling Pictures, un biopic dalla natura ambigua che privilegia l’aspetto umano rispetto a quello artistico. Attraverso una scrittura piuttosto altalenante e dagli sviluppi ben poco coinvolgenti, il film procede secondo le sue regole. Se vi aspettate un biopic tutto musica e David Bowie, state pur certi che in Stardust tutto questo non lo troverete, bensì scoprirete un aspetto nascosto ed interessante. Siamo di fronte dunque ad una vera e propria occasione sprecata, perché nonostante i difetti palpabili, la direzione presa dal film poteva essere quella giusta. Un biopic musicale non completamente da buttare che sarà rilevatore per i fan del cantante e allo stesso tempo, forse, li farà arrabbiare e non poco. A voi la scelta!

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Stardust Recensione
6.5 / 10 VOTO
PRO
    - Biopic musicale diverso dai soliti
    - Racconto di un David Bowie più introspettivo
CONTRO
    - Un film che risulta ripetitivo in tutta la sua parte centrale
    - L'assenza delle canzoni di Bowie lascia l'amaro in bocca
    - Risoluzione piuttosto abbozzata
VOTO
El Camino

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