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Mulan

Servirebbe una Fenice a Mulan per risorgere in Cina

Chiacchierato, discusso, dibattuto e bocciato. Le reazioni al nuovo live action targato Disney sono state queste, a soli pochi giorni dal suo arrivo per i soli clienti con Accesso Vip alla piattaforma streaming, che ospita dal 4 settembre Mulan, e il remake che la vede protagonista. È difficile riuscire a prendere una posizione, a fronte di un film che si distacca dalla versione animata, che conta ormai 22 anni sulle sue spalle. Ma che prende parzialmente le distanze anche dalla leggenda da cui è tratto. Abbastanza facile allontanarsi dalle orme di una storia che vanta diversi scritti storici e alcune versioni originali. Forse è quasi impossibile ricostruire per filo e per segno la storia della leggendaria combattente cinese che non si è persa d’animo, secoli e secoli fa, per salvare il suo popolo e l’impero cinese. Se non è dunque facile raccapezzarsi su quale sia il filo corretto della trama, è stato invece molto più immediato cogliere l’attimo per infangare il film Mulan in Cina.

Un fatto ormai che si posiziona a metà tra l’attualità e la cronaca, soppesando le tematiche coinvolte in questa vicenda. Non è solo un semplice hashtag sui social, non è solo la protesta di chi non apprezza una nuova versione cinematografica. In un anno sconquassato da pandemie mondiali, fenomeni di body shaming e di un altro hashtag del peso di #blacklivesmatter, mancava all’appello un boicottaggio di una pellicola, e non una qualsiasi. Il fatto ancora più particolare è che Mulan sta subendo critiche e attacchi proprio dalla terra madre genitrice di questo prodotto: la Cina. Semplici fenomeni che cavalcano l’onda di un (in)successo conclamato, o critiche fondate? C’è sempre un fondo di verità. A partire dai titoli di coda del film (e non solo), ma no, non parliamo di scene middle-credits o post-credits.

Boicottare Mulan anche in Cina per una giusta causa (?)

Tutto comincia a un anno dal lancio (anche se, pandemia esclusa, sarebbero dovuti essere solo sei mesi circa), quando la produzione del film aveva già provocato polemiche sui social media. È ormai noto il post di Yifei Liu, l’attrice americana di origini cinesi che ha vestito i panni di Mulan. Qui aveva espresso pubblicamente il suo sostegno alla polizia di Hong Kong, durante le manifestazioni di protesta pro-democrazia. I problemi sorti a partire da questo fatto sono almeno due: il contenuto stesso del post, e la regione dello Xinjiang. Si tratta della provincia cinese dove è stato girato (in parte) il lungometraggio, e finita al centro delle accuse da parte delle organizzazioni in difesa dei diritti umani. Qui si trovano infatti diversi campi di internamento e la persecuzione della minoranza uigura.

È bastato questo per accendere l’ira funesta dell’attivista pro democrazia di Hong Kong, Joshua Wong, accanto ad altri militanti a Taiwan e in Thailandia. E’ stata lanciata su Twitter una campagna con gli hashtag “#BoycottMulan” e “#BanMulan” dopo il lancio del film sulla piattaforma di streaming Disney. Se la pellicola non sta promettendo molto bene nel mercato occidentale dove è già uscita, ci domandiamo cosa accadrà al lancio nelle sale cinematografiche in Cina, previsto l’11 settembre. Ci si augura sia recepito meglio di quanto avvenuto per la versione animata di un tempo. In effetti, diverse istituzioni statali dello Xinjiang appaiono nei titoli di coda. Tra questi non manca l’ufficio di pubblica sicurezza di Turpan, coinvolto nello scandalo dei campi di internamento, un fatto che non è passato inosservato, nemmeno sui social:

La Disney presta il fianco allo sfruttamento in Cina?

Non sono mancate ulteriori osservazioni, che sottolineano come la produzione di Mulan in Cina abbia coinciso con il picco della campagna di “rieducazione” nello Xinjiang, con le riprese svolte vicino ad almeno sette dei centri di detenzione. Per l’esattezza nel deserto di Mingsha Shan e la valle di Tuyuk, a est di Turpan. Se Pechino continua a negare l’esistenza di questi campi di lavoro forzato, ancora Joshua Wong ha accusato la Disney di prestare il fianco al fenomeno di sfruttamento e sostenere il governo cinese. Considerando che si tratta ormai di un mercato praticamente concorrente a quello statunitense, a livello mondiale.

Disney rimane nel silenzio e non reagisce, a fronte di un film valso ben 200 milioni di dollari e che si scontra in Cina con un precedente già dibattuto. Il cartone animato aveva vissuto in territorio cinese una distribuzione difficile, per via dei rapporti tra la casa di produzione americana e il governo di Pechino. Questi si sono interrotti dopo il film Kundun. Motivo? La pellicola raccontava la vita del Dalai Lama, ma considerato dal Sol Levante un pericoloso separatista nell’annosa questione della lotta all’autonomia del Tibet.

Mulan è fedele, ma a chi?

Per i motivi sopracitati, gli appelli di boicottaggio si sono alzati anche in altre zone asiatiche, che hanno coinvolto gli attivisti in Thailandia e a Taiwan. Qui fa furore il cosiddetto #MilkTeaAlliance, un movimento online che unisce manifestanti pro-democrazia di queste zone. Insomma, già la critica, e il pubblico, non hanno particolarmente esaltato il film per alcune discrepanze con la versione animata. Non di certo priva anch’essa di problematiche, legate a stereotipi nei confronti del popolo orientale. Ora sta anche agli incassi cinesi stabilire le sorti della realizzazione, in grado di rovesciare o meno le sue sorti (à la Alessandro Borghese del cinema).

Dicono che la contemporanea Mulan sarebbe l’attivista Agnes Chow. La ragazza è infatti stata capace di scendere in campo a poco più di vent’anni e combattere per una giusta causa a favore del proprio Paese. Con la differenza che stavolta il nemico è in seno alla stessa Cina. Il boicottaggio del film sembra stia accadendo a prescindere dallo sfondo politico cinese, e se Mulan combatteva con la spada del padre dalle incisioni “loyal, brave, true“, a chi è stata fedele Disney stavolta? Perché non si pronuncia su una questione piuttosto controversa e delicata come questa, dove altrettanti valori fondamentali per la vita umana sono calpestati e dimenticati?

Vale ancora una volta più il soldo che l’uomo? O è solo una bufera sollevata e gonfiata eccessivamente dagli attivisti? Forse non basterà una Fenice in Cina per risollevare Mulan dal suo declino. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

 

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