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Pieces of a Woman

Pieces of a Woman Recensione del film con Vanessa Kirby

Pieces of a Woman, primo film in lingua inglese del regista ungherese Kornél Mundruczó, esordirà su Netflix il 7 gennaio. L’opera è stata presentata in Concorso alla scorsa Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dove ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile per la performance di Vanessa Kirby. Nel cast, oltre a quest’ultima, troviamo Shia LaBeouf, Molly Parker, Sarah Snook, Benny Safdie e Ellen Burstyn. La sceneggiatura è firmata dalla compagna del cineasta: Kata Wéber. L’autrice ha deciso di fondare la pellicola su un elemento autobiografico: la perdita di un figlio.

Pieces of a Woman racconta la storia di Martha e Sean, una coppia sposata che attende un figlio. Il parto avviene in casa; dopo pochi minuti di vita, la bambina muore e nel resto della pellicola viene trattata l’elaborazione del lutto da parte dei genitori. Il film ha fatto parlare di sé a Venezia: in primis per il pianosequenza iniziale che ha convinto un po’ tutti, in secundis per le scottanti tematiche femminili. Se da un lato, una discreta fetta della critica ha apprezzato l’opera elogiandone le interpretazioni, tra tutte quella di Vanessa Kirby, e il già citato pianosequenza straziante; dall’altro alcuni critici (molti meno) sono rimasti delusi dal trattamento superficiale di certi argomenti post mortem. Di seguito trovate il trailer dell’ultima fatica di Kornél Mundruczó che abbiamo avuto la fortuna di vedere in anteprima e, per questo, ringraziamo Netflix.

“Un magniloquente pianosequenza iniziale da standing ovation.”

Pieces of a Woman inizia il 17 settembre di un anno non definito a Boston. Martha (Vanessa Kirby) ha il pancione e, mentre è a casa con il marito Sean (Shia LaBeouf) a parlare del più e del meno, si rompono le acque. Chiamano l’ostetrica Eva (Molly Parker) e decidono di partorire nella loro abitazione; durante il travaglio viene controllato il battito del bambino e risultano esserci anomalie. La coppia sposata decide comunque di volerlo generare lì e non all’ospedale. Tra una contrazione e l’altra, nausea, malesseri, grida, vene dilatate e abbracci di conforto, la piccola nasce. Tuttavia dopo poco diventa blu e, nonostante arrivi l’ambulanza, la bimba viene a mancare. Tutto ciò che vi ho narrato avviene in un magniloquente pianosequenza iniziale da standing ovation. Non ci sono dubbi: persino i detrattori della pellicola a Venezia non hanno osato criticarlo.

Pieces of a Woman

Sovrapporre il tempo della storia con quello del racconto, in un momento cruciale come un parto (per giunta in casa e non all’ospedale), è una scelta convincente , inattaccabile e decisamente funzionale per comprendere l’inevitabile depressione post mortem. Non è solo l’idea a colpire lo spettatore, ma ancor di più l’aspetto tecnico e registico. Quando arte e tecnica si mescolano così bene non si può non rimanere a bocca spalancata e applaudire. L’appartamento in cui partoriscono, peraltro, è estremamente stretto, per cui attori, operatore di ripresa e fonico erano ammassati in uno spazio claustrofobico (anch’esso efficace per l’empatizzazione con Martha). Vanessa Kirby, giustamente premiata a Venezia, dona al personaggio una credibilità commovente e regala una delle performance femminili più belle degli ultimi anni anche solo per questa mezz’ora. Di conseguenza consigliamo caldamente di visionare la pellicola in lingua originale.

“Pieces of a Woman, dopo una prima mezz’ora magnifica, si perde in banalità e stereotipi.”

Dopo un tragico 17 settembre (non crediamo sia un numero casuale!) veniamo catapultati al 9 ottobre con un’ellissi. Una glaciale Vanessa Kirby ci trasmette tutta la sua apatia e la depressione. Va a lavoro con uno sguardo che comunica più di ogni parola: sta cercando di farsi forza e far finta che non sia successo nulla. I suoi colleghi hanno paura di dirle ogni minima cosa, potrebbe crollare da un momento all’altro. Una volta terminata la sua attività vanno all’obitorio: inizialmente Martha vuole donare gli organi del figlio, ma il dottore le dice che è impossibile e che, al massimo se vuole, può cedere il corpo all’università per ricerche scientifiche. Dopo un ulteriore salto temporale, ci ritroviamo al 7 novembre ed è da questo punto in poi che Pieces of a Woman, dopo una prima mezz’ora magnifica, si perde in banalità e stereotipi.

Pieces of a Woman

Se la prima mezz’ora ci fa percepire il disagio che raramente vediamo al cinema, il resto del film scade in soluzioni narrative trite e ritrite e che, da un’opera così folgorante nei primi minuti, non ti aspetti. Senza spoilerare nulla, ma ogni storyline e ogni personaggio non viene sviscerato abbastanza o, per meglio dire, quel poco spazio dedicatogli risulta essere nient’altro che uno stereotipo. Ciò che non viene meno è però l’aspetto visivo che regala numerose suggestioni. La regia negli spazi chiusi dirige lo sguardo dello spettatore in dettagli o enfatizza l’incomunicabilità di una famiglia che si ritrova spaesata e affranta. I personaggi smettono di parlarsi – forse pure troppo scadendo nuovamente nel luogo comune – e questa incomunicabilità è messa in scena con una sapiente composizione formale delle immagini.

La frammentazione narrativa di Pieces of a Woman è un’arma a doppio taglio

Come detto nel paragrafo precedente, Pieces of a Woman utilizza diverse ellissi: per essere più precisi, dopo ognuna di queste, assistiamo ad un giorno del mese. Il parto avviene il 17 settembre e la storia si conclude il 3 aprile per un totale quindi di sette ellissi e otto giornate differenti. Questa frammentazione è un’arma a doppio taglio: in alcuni giorni succede poco e, talvolta, si ripetono frangenti già visti nei precedenti; in altri invece, succede il finimondo. Ovviamente sarebbe stato sciocco chiedere la stessa importanza a ciascuna giornata, ma, visto che nei giorni “pieni” il film dimostra di saper quasi tener testa alla sequenza del parto, sarebbe stato meglio tagliare qualche scena ripetitiva di troppo e approfondire invece i protagonisti. Sean infatti sembra una macchietta, mentre Martha regala scene molto più profonde.

Pieces of a Woman

Quindi è Martha il personaggio a cui Mundruczó e la compagna Wéber hanno puntato. Non a caso, è lei il centro dell’attenzione in quasi ogni scena in cui è presente. La regia ci dirige verso di lei o ci mostra delle inquadrature semi-soggettive dal suo punto di vista. Gli occhi dello spettatore tendono a osservare dove Martha volge lo sguardo. Spesso ella guarda in fuoricampo come se stesse cercando una cosa impossibile – la speranza forse. Ciononostante la sua storyline verso la fine è sbrigativa. In particolare, la conclusione è alquanto deludente, senza spoilerare nulla ci sentiamo di dire che le tematiche femminili potevano essere sviscerate maggiormente. In anni in cui il Me Too sta (giustamente) influenzando il cinema e ci sta regalando perle grandiose, Pieces of a Woman rischia di mostrare con grande rigore “oggettivo” solo il parto, mentre l’elaborazione del lutto da parte di una madre che ha visto perdere il figlio tra le sue braccia no.

Conclusioni

Pieces of a Woman di Kornél Mundruczó merita una visione per la mastodontica interpretazione di Vanessa Kirby, giustamente premiata a Venezia con la Coppa Volpi, e per il magniloquente pianosequenza del parto. Ciò in cui fallisce è però nell’elaborazione del lutto. Dalla morte del bimbo, i personaggi diventano delle vere e proprie macchiette e diverse sequenze, oltre ad essere ridondanti, non sviscerano a dovere le storie che, da un’opera così coinvolgente sin dalla prima sequenza, non ci si aspetta. In particolare, il rapporto tra Martha e sua madre manca di un sufficiente e necessario approfondimento.

Pieces of a Woman Recensione
6.5 / 10 VOTO
PRO
    - Kornél Mundruczó dirige lo sguardo dello spettatore molto bene
    - Vanessa Kirby è divina
    - Il pianosequenza iniziale è meraviglioso
CONTRO
    - Dopo la sequenza del parto, il film tende a perdersi
    - I personaggi, specialmente quello di Shia LaBeouf, diventano macchiettistici
    - La frammentazione del racconto non sempre convince
VOTO
El Camino

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