My Prince Edward Recensione

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My Prince Edward è un film del 2019 che abbiamo avuto la possibilità di vedere come premiere europea al Far East Film Festival (FEFF) che, quest’anno a causa del Covid-19, si sta svolgendo online anziché a Udine. Il lungometraggio è scritto e diretto da Norris Wong alla sua opera prima. L’autrice in patria ha vinto il premio per la miglior regia da esordiente agli Hong Kong Film Awards. Di seguito trovate la sinossi della pellicola e il trailer.

Golden Plaza, nel quartiere di Prince Edward, è un centro commerciale di Hong Kong, noto per i negozi da sposa e le forniture per matrimoni a basso costo. Fong lavora in uno dei negozi di abiti da sposa. Da anni sta con Edward, il proprietario di un negozio di fotografie per cerimonie. Prima di potersi sposare con lui, deve risolvere un problema di non poco conto: far annullare il falso matrimonio che ha contratto anni prima dietro compenso di denaro.

Antonioni incontra Hong Kong

My Prince Edward all’apparenza sembra una commedia romantica con tinte drammatiche sia nella scrittura dei dialoghi, sia nella regia. La cosa che più stupisce però, è l’incomunicabilità tra i due protagonisti: Fong e Edward, la stessa incomunicabilità che ossessionava la borghesia italiana nelle pellicole di Michelangelo Antonioni. Norris Wong, come il Maestro italiano, inquadra le figure come se vivessero agli antipodi. I campi e i controcampi mostrano i personaggi separati senza mai mostrare neanche un minimo aspetto del partner con cui stanno parlando.

Fong ama l’indipendenza e non sopporta i retaggi sociali che opprimono le donne, costringendole a sposarsi dopo i trent’anni; Edward gioca alla PlayStation 4 ignorando la moglie e fa solo quello che gli dice la madre, la quale inculca nel figlio le sue ideologie conservatrici. La libertà negata alla protagonista è in realtà vietata alla figura della donna in generale. Le lesbiche non possono consacrare il loro amore in un matrimonio – tema centrale dell’opera. Non possono nemmeno abortire se non con il consenso del partner maschile e si devono vestire come vuole il “loro uomo”.

Il matrimonio

Se la pellicola è incentrata sul matrimonio, ci si aspetterebbe che Norris Wong prenda una posizione in merito. Al contrario, si limita a raccontare, sia nei dialoghi, sia nelle immagini, cosa può essere una relazione del genere in ogni sua sfaccettatura: un errore, una cosa giusta, un contratto, una convenienza, un lavoro, un’impossibilità burocratica e/o sociale. L’autrice ci mostra diversi scenari differenti l’uno dall’altro, senza mai evidenziarne uno come “giusto”, né tantomeno uno come “sbagliato”.  Il lungometraggio è quindi una lettera d’amore alla libertà dove qui, invece, la filmaker trasmette un messaggio ben preciso. Infatti l’unico matrimonio a funzionare è quello tra l’individuo e l’indipendenza.

Non mancano le sferzate sociali a cui il cinema orientale ci ha abituati. Gli immobili hanno un prezzo troppo alto, c’è il disprezzo tra continentali e hongkonghesi e le già citate oppressioni sociali verso il genere femminile. Tutte queste tematiche stanno insieme grazie ad una sceneggiatura che si concentra sì sulla coppia, ma senza dimenticare il contesto in cui vivono: Hong Kong e le sue dinamiche sociopolitiche.

My Prince Edward

La regia

L’incomunicabilità veicolata dal film viene trasmessa soprattutto grazie ad una regia che punta a dipingere questa chiusura insita nei personaggi. Spesso nell’inquadratura c’è un oggetto che divide i due partner, raramente gli sguardi si incrociano e infine il linguaggio del corpo rivela lo scarso interesse nell’ascoltare ciò che l’altro ha da dire. Le poche volte in cui sono vicini non vi è una reale congiunzione degli elementi che compongono l’unione coniugale. I protagonisti finiscono sempre per parlare di cose futili e mai dei veri problemi della coppia; il loro matrimonio è una bomba ad orologeria destinata a scoppiare da un momento all’altro.

L’apparenza inganna. La fotografia del film è piena di colori vivaci, ma vi è una freddezza celata che rende questa bellezza fuggente. Una fotografia che va a pari passo con Fong: colma di luci e ombre – altro tratto che evidenzia l’incomunicabilità della pellicola. Questa antitesi visiva ci svela che la protagonista è quindi il prodotto di una società che pare lasciare alla donna diritti e controllo su se stessa, ma che, sotto sotto, è talmente oppressa da non essere realmente libera.

La tartaruga

La tartaruga è l’unico animale presente nel lungometraggio. Fong ne compra una all’inizio della pellicola. Quando la acquista, la tartaruga è ribaltata su se stessa e, disperata, inizia a nuotare cercando di tornare in equilibrio. Non riuscendoci, subentra in aiuto la protagonista, che la rigira. La tartaruga è metafora di Fong e della sua condizione umana. Come l’animale si nasconde nel suo guscio, così la donna cela i suoi pensieri e i suoi disagi al futuro marito. Il personaggio si prenderà cura di lei dal primo momento in cui è entrata nel negozio fino all’ultimo. In quell’istante le farà capire che qualcosa nella sua vita deve cambiare. Bastano quindi le piccole cose per comprendere la propria esistenza.

My Prince Edward 3

Conclusioni

My Prince Edward è un’ottima prima opera che, come tanti altri esordi, ha il difetto di avere una sceneggiatura buona, ma che non risulta essere molto originale. Ha una regia che non osa mai eccessivamente, ma comunque più che discreta. Norris Wong sviscera a fondo tre tematiche: matrimonio, incomunicabilità e libertà scadendo raramente nel retorico. Un lungometraggio femminista che non si basa sul girl power, ma che “semplicemente” nasce come ripristino dei diritti che alla donna dovrebbero spettare, ma che, invece, la società finge di cedere. È un inno all’indipendenza malinconico, ma mai sconvolgente. Sicuramente è ancora presto per parlare di una nuova possibile autrice, attendiamo fiduciosi una seconda pellicola che superi questo buon esordio.

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