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Mother/Android

Mother/Android Recensione: troppe direzioni, zero conclusioni

Prima di assistere sul grande schermo all’attesissimo The Batman di Matt Reeves, il suo collaboratore e sceneggiatore Mattson Tomlin realizza Mother/Android, un film fantascientifico e post-apocalittico che vede un’invasione di androidi pronta a minacciare l’intero pianeta Terra e portare all’estinzione la razza umana. Già dalla sinossi si può intuire l’ennesima riproposizione di cliché e di una struttura standard della narrazione, e in effetti – e purtroppo – è così. Non si sta parlando di una vero e proprio disastro, ma di un’altra occasione sprecata dal punto di vista dell’originalità e dell’innovatività.

L’esordio del regista vede come protagonisti Georgia Olsen (Chloë Grace Moretz) e Sam (Algee Smith) nei panni di una coppia giovane alle prese con un bambino in procinto di nascere. Durante il viaggio per la loro sopravvivenza faranno i conti con diversi ostacoli legati alle creature robotiche e all’incapacità dei giovani innamorati di tenere a bada i propri sentimenti in un mondo che non li può soccorrere. I personaggi secondari non riescono a stabilire alcun legame di empatia e sono propensi esclusivamente alla salvaguardia della popolazione mondiale.

Mother/Android

Ciò che stona fortemente nello sviluppo della sceneggiatura è la totale assenza di omogeneità all’interno delle tematiche affrontate e messe in primo piano. Durante la visione si può notare come la suddivisione degli atti prenda in considerazione un elemento preciso, ad esempio la complicità dei ragazzi, messa a dura prova con la donna incinta; le analogie e le differenze tra esseri organici e quelli inorganici; il dilemma etico-morale del mantenimento della specie. Ognuno di essi ha le sue motivazioni, però in Mother/Android vengono aggiunti come sostituti deboli.

All’inizio vediamo le differenze caratteriali del maschio e della femmina. Il primo rappresenta la stupidità, l’impulsività e l’egoismo, mentre la seconda è il sinonimo della maturità, dell’intelligenza e dell’altruismo. Ultimamente nel panorama letterario/cinematografico la figura della donna ricopre un ruolo essenziale, ossia colei che guiderà l’umanità verso un futuro rigoroso. La penna di Tomlin porta lo spettatore ad assumere uno sguardo di profonda ammirazione nei suoi confronti. Ma ciò non è accaduto per un epilogo incongruo ed esageratamente amplificato sul piano psicologico.

Mother/Android: tante tematiche mescolate e aggiunte senza un collegamento unico

È giusto rendere il nemico invisibile o poco nitido agli occhi del pubblico, in modo tale da alimentare la tensione degli eventi. Il problema si presenta con la sua messinscena inadeguata. Mother/Android pone l’accento sugli invasori dotati di intelligenza artificiale, ma questi ultimi sembrano essere degli intrusi o degli elementi illogici alla seconda tematica sopracitata. Può darsi che il regista avesse in mente un altro scenario, solo che ribadisce più volte lo stesso concetto fino a farlo diventare statico e inefficiente. Non si incastra affatto con il primo segmento narrativo. La regia gioca tutto sull’estetica, ma neanche il suo intervento riesce a smuovere i vari pericoli e insidi presenti nel cammino dei personaggi.

La trattazione degli androidi risulta essere veramente effimera. Neanche il titolo riesce a creare una comprensibile coesione o separazione tra le due parti, la madre e l’androide. Qualche scena cerca di evidenziarli secondo un’ottica intima e sentimentalista, ma precipita subito con l’insensatezza dello sviluppo eterogeneamente confusionario. Inoltre, lo sbaglio più grande deriva da una volontà mal gestita di improntare un’autorialità che va a toccare sin da subito la superficialità e la prepotenza rappresentativa di situazioni già viste.

Mother/Android

Un film che tenta in qualsiasi modo di essere inventivo e originale, senza però riuscirci. Le due note positive sono rivolte al cast comprimario, notevole nel suo immedesimarsi con personaggi così umani, fatti delle loro paure, debolezze e fragilità. Un elogio anche ai doppiatori italiani, Emanuela Ionica e Alex Polidori, che ultimamente li troviamo accostati negli stessi prodotti e in ruoli complementari tra loro. Però entrambi sono mossi da una collocazione spaziale e temporale totalmente fuori luogo. E in più l’atmosfera di cupezza e tragicità non riesce a incorniciarli a buon fine.

Lodevole l’uso di un piano sequenza in un atto di salvataggio: il mondo che vediamo proiettato dalla macchina da presa si trasforma in un ibrido tra realtà e tecnologia virtuale. Non si sa se la relazione tra i personaggi e le ambientazioni circostanti siano appartenenti al realismo claustrofobico o a una distorsione videoludica. In effetti la pellicola sembra ispirarsi agli iconici film di fantascienza o dei survival. Questa scelta ha decretato sicuramente la funzionalità della messa in scena e dello scorrimento del racconto, purtroppo deboli.

Il regista esordiente parte con un’idea e prosegue con un’altra. Alla fine, il lavoro risulta inconcludente sul piano dello sviluppo narrativo.

Chloë Grace Moretz domina la maggior parte delle inquadrature con una determinatezza materna e un senso della cura e della protezione verso gli altri. Sarebbe stato interessante viscerare in maniera più esplicita e chiara la dimensione istintiva del suo essere e del suo agire. Anche se si tratta della figura più attiva del lungometraggio, il suo mancato approfondimento caratteriale non giova alla raffigurazione dell’archetipo di donna e madre. Ciò che manca attorno a Georgia è un concreto fattore di crisi in grado di contrastare la sua natura umana.

Per concludere, Mother/Android perde di vista il suo obiettivo. Sempre se ce n’è uno. Le ottime performance dei protagonisti non possono nascondere il caotico svolgimento della vicenda e la scombinata successione dei passaggi consequenziali. Tuttavia questi difetti elencati sono presenti in moltissimi altri film che cercano di trovare una loro personalità, senza però rendersi conto dell’assoluta complessità di un operato simile. Se nel personaggio di Georgia si individuava come comportamento primordiale la maternità, nel regista e nella sua creazione artistica doveva prevalere il senso di paternità.

A noi della redazione di MonkeyBit piange il cuore giudicare un film dal risultato finale non convincente, e quindi speriamo che, con la nuova opera di Matt Reeves, Tomlin riesca a mostrare in modo brillante le sue doti di scrittore e che possa diventare un nuovo punto di riferimento per tutti gli appassionati dei cinecomic e per un inedito sguardo interiore del miliardario Bruce Wayne e del suo alter ego supereroistico.

The Review

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Mother/Android

Conclusione

Mother/Android poteva essere un film di fantascienza che prende in considerazione riflessioni più profonde e intime, ma gli sfugge di mano la situazione nella gestione strutturata e organizzata dei piani narrativi. Il regista ha adottato e inserito diverse tematiche su cui indirizzare il proprio prodotto, ma nessuna di esse si è conclusa con un fine preciso.
El Camino

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