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Lo stop motion secondo Suzie Templeton

L’alba della CGI ha portato molte meno considerazioni per quanto riguarda le animazioni in stop-motion: l’arte sacra di O’Brien e Harryhausen era infatti  tecnologicamente destinata a diventare un’arte perduta, o almeno così si diceva. Questo ovviamente nella misura in cui si può dire che la prognosi è veritiera, certamente i giorni in cui abbiamo visto anche accenni di stop-motion impiegati in film ad alto budget come Terminator o Willow sono dietro l’angolo, per non parlare di lungometraggi d’azione come Scontro tra Titani.

Il recente remake di King Kong, uno dei più grandi e amati film in stop-motion ne è la prova più lampante, per così dire. Ma ormai siamo da più di un decennio dentro l’era del full-cgi, e la stop-motion anno dopo anno cerca di aggrapparsi alla vita ostinatamente, sopravvivendo con le unghie e con i denti.

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La forza di Dog in stop motion

Una delle chiavi per la continua vitalità e importanza della forma è nella nuova generazione di registi che la utilizzano. Tra questi la maggior parte sono artisti indipendenti che cercano di trasmettere messaggi ed emozioni mediante il mezzo cinematografico. Suzie Templeton è una nuova e importante professionista dell’animazione in stop-motion ed è stata particolarmente celebrata con riconoscimenti provenienti da tutto il mondo.

Il cortometraggio di questa settimana, Dog, ha vinto sia un British Animation Award che un BAFTA per il miglior cortometraggio di animazione nel 2002. Dog è una finestra sul rapporto tra padre e figlio poco dopo la morte inspiegabile della madre del ragazzo. In questa storia la regista britannica decide di mostrare non la causa, ma gli effetti di un dramma familiare appena accaduto. Il dolore deve essere elaborato su entrambi i

, ma non è permesso nessun attimo di respiro.

La tensione e l’ambiguità dello stato d’animo dei personaggi soffocano le loro interazioni e arrivano al culmine con la morte del cane di famiglia, un evento che può essere visto come compassionevole o un tradimento della fiducia e forse simbolico di qualcosa di ancora più oscuro. La figura dell’animale può essere intesa come una metafora dell’animo dei due protagonisti, ormai destinato a scivolare sempre di più nell’abisso più oscuro del loro essere.

Non c’è speranza nel cortometraggio della Templeton, che guarda al dramma come un evento a cui non è possibile liberarsi. Corti come Dog, o il precedente lavoro Stanley, sono la vera antitesi degli spettacoli più grandi della vita originariamente associati alla stop-motion, una partenza sicuramente necessaria in questa era del cinema guidato dal computer. Questi film sono risoluti nella loro interiorità, nella loro esplorazione di spazi ristretti e nei loro personaggi decisamente poco spettacolari, come lo erano i primi titoli nel realizzare storie epiche di eroi e mostri.

Templeton sembra divertirsi nello svelare il mistero e la perversione del reale tanto quanto quei film precedenti hanno fatto nella loro gioiosa creazione del fantastico. Alla fine ti rimane qualcosa di così inquietante come le opere di Jan Švankmajer dei Brothers Quay, ma più per la sua apparente ordinarietà che per la sua natura assurda o macabra.

“Sembra che la gente trovi il mio lavoro troppo cupo per immaginarne un’applicazione commerciale. In un mondo ideale mi piacerebbe continuare a girare film personali, ma non ho ancora scoperto come riuscire a vivere facendo soltanto questo”.

Significato metaforico dietro la tristezza

Templeton ha recentemente completato il suo ultimo lavoro, un passo importante sia nella tecnica che nell’ambizione; un adattamento in stop-motion di 30 minuti di Peter and the Wolf di Prokofiev, recentemente andato in onda in televisione in Gran Bretagna. In definitiva, l’artista in stop motion usa l’animazione per portare sullo schermo delle storie squallide, senza compromessi sulla morte e il dolore.

La sottigliezza che Templeton ottiene dai suoi burattini è incredibile e il film grava su queste piccole inflessioni che aggiungono umanità a ciò che è senza vita. È buio, bello e profondamente triste, è un’animazione dark in stop motion su un ragazzo e suo padre che fanno i conti con la recente perdita della madre. Il padre assicura al figlio che sua madre è morta “pacificamente”, ma quando il loro cane si ammala sempre più il padre decide di intraprendere un’azione drastica, lasciando così un punto interrogativo sulla morte della moglie.

Tutto rappresenta il lato oscuro della realtà: atmosfere claustrofobiche e un’intensa caratterizzazione sono gli attributi distintivi della sua creazione. I suoi film hanno ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo: Stanley (1999) ha ottenuto 15 premi cinematografici internazionali, Dog (2001) almeno 16, tra cui un BRAFTA.

“Per me è fondamentale distillare l’essenza dell’idea e concentrarmi su di essa. Nei cortometraggi è possibile raccontare quegli episodi apparentemente irrilevanti che in genere vengono dimenticati nei lungometraggi, concentrati sulla narrazione di viaggi eroici”. La forma breve consente di dilatare l’infinitesimale invece di condensare l’immenso”.

Il già menzionato Peter and the wolf si è aggiudicato sia il Cristal come miglior film che il premio del pubblico. Suzie Templeton lavora un film superbo: usando soltanto la partitura musicale dell’opera di Prokofiev, l’autrice inglese usa l’animazione e il movimento per illustrare ciò che racconta il narratore, che infatti è eliminato rispetto all’opera originale, lasciando alla forza delle immagini tutto il campo d’azione.

Oltretutto, Suzie Templeton sceglie di interpretare liberamente la storia di Pierino e il lupo e bisogna arrivare al finale per scoprire ciò che ci vuole raccontare, per vedere come un classico possa essere riletto e diventare contemporaneo, raccontare qualcosa del presente. La tecnica utilizzata è quella della puppet animation, l’animazione è curatissima e la specialità della regista sono gli occhi dei personaggi, i movimenti lenti, gli sguardi, più vivi che mai, di questi volti di lattice e qualche perlina colorata.

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Il debutto artistico con lo stop motion

Il cortometraggio di debutto in stop motion dell’animatrice britannica è una straordinaria stranezza che cattura davvero la solitudine e la miseria di essere intrappolati nel piccolo mondo di un matrimonio senza amore e una piccola casa. Stanley, un uomo di buon carattere, evita la sua brutale moglie ossessionata dalla carne trascorrendo del tempo in giardino con il cavolo gigante che sta coltivando, l’unico segno di vita vegetale tra i mattoni desolati e la pavimentazione.

La portata dell’amore di Stanley si vede quando inizia a fare sogni sessuali e quando sua moglie inizia a risentirsi del cavolo, sposta la sua attenzione dai piatti esclusivamente a base di carne a carne e verdure. Il corto ha una vena assurda di umorismo oscuro che lo attraversa ma è, nel suo nucleo, mortalmente serio e ogni elemento della trama apparentemente sciocco è in realtà un simbolo per un tema più grande di solitudine, risentimento e paura. I burattini scoscesi di Templeton sono sia esagerazioni grottesche che tremendamente realistiche. In particolare nel momento davvero commovente di Stanley che piange sul suo cavolo.

 

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