MonkeyBit

L'Isola dei Cani

L’isola dei cani: lo stop motion sulla libertà individuale e il dispotismo politico

Quando pensiamo allo stop motion, ci vengono in mente capolavori senza tempo come Nightmare Before Christmas e La Sposa Cadavere di Tim Burton o Coraline e la porta magica di Henry Selick; questa tecnica di animazione ha però origini vecchissime che risalgono agli albori della settima arte ed è stata impiegata negli anni in moltissime pellicole, come Il Mondo Perduto del 1925 e King Kong del 1933. Attualmente, tale mezzo continua ad essere usato ampiamente nel mondo del cinema e vari registi hanno deciso di cimentarsi in questa arte basata su 24 fotogrammi al secondo; uno di questi è Wes Anderson, un noto regista, produttore e sceneggiatore statunitense e oggi parleremo di uno dei suoi lungometraggi realizzati con questa tecnica, ovvero L’isola dei cani.

Wes Anderson e lo stop motion

Anderson è conosciuto principalmente per film come I Tenenbaum, Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel, ma a partire da Le avventure acquatiche di Steve Zissou inizia ad impiegare sempre di più le miniature e l’animazione stop motion, fino a sfondare le sue barriere e realizzare nel 2009 Fantastic Mr. Fox, il suo primo lungometraggio animato con la tecnica del passo uno. Con questo mezzo, Anderson è capace di esprimere al meglio il suo stile particolare, ricco di dettagli e con inquadrature non convenzionali. Fantastic Mr. Fox è un adattamento del romanzo di Roald Dahl intitolato Furbo, il signor Volpe e il regista riesce a raccontare la storia che, seppur abbia come protagonista un animale, è molto umana e piena di segreti, incomprensioni e soddisfazioni personali.

Il dispotismo e la libertà individuale

Nel 2015 Anderson annunciò di voler girare un nuovo film utilizzando la tecnica dello stop motion e nel 2018 uscì il progetto menzionato, ovvero L’isola dei cani. Al contrario di Fantastic Mr. Fox che si tratta di un adattamento, questa volta la storia è scritta da Anderson stesso e la pellicola ha ottenuto così tanto successo da venire nominata per due Oscar e due Golden Globe. L’isola dei cani è ambientato vent’anni nel futuro in un Giappone amante dei gatti, dove il presidente Kobayashi (Kunichi Nomura) decide di esiliare tutti i cani del paese nell’Isola Spazzatura, molto reminiscente a quella del lungometraggio Pixar WALL-E. Chief (doppiato magistralmente in lingua originale da Bryan Cranston, l’attore protagonista di Breaking Bad) è uno dei tanti animali che sono stati deportati e grazie al suo carattere duro, formatosi in una vita da randagio, si trova al capo di una banda formata da Rex (Edward Norton), Boss (Bill Murray), Duke (Jeff Goldblum) e King (Bob Balaban). Quando il dodicenne Atari (Koyu Rankin) si intrufola nell’Isola Spazzatura in cerca del suo fedele compagno Spots, il piccolo branco deve decidere se continuare a vivere in libertà o se aiutare il ragazzino.

In questo film ci troviamo di fronte a un vero e proprio racconto distopico, dove Anderson ha voluto criticare la politica populista e discriminatoria; la popolazione, composta da corpi senza spirito, è bigotta, corrotta e violenta, non è capace di accettare il progresso e la diversità e segue solamente gli ordini degli scalini più alti della società. I primi piani estremi, tipici del regista, ci fanno vedere nell’anima dei cani e possiamo capire i loro dubbi e incertezze sulla libertà: cosa significa veramente essere liberi e qual è la mia natura? Il personaggio che si trova a riflettere più a fondo su questi temi è senza dubbio Chief, il quale non ha mai avuto un padrone e vede l’addomesticazione come una negazione del libero arbitrio.

La realizzazione dell’Isola dei cani

Per quanto già Fantastic Mr. Fox sia un capolavoro, l’Isola dei cani rappresenta un salto in avanti per Anderson e il suo team nel mondo dell’animazione. Ben 20 mila facce e più di 2000 pupazzi sono stati realizzati da dodici scultori lavorando sei giorni su sette; per i personaggi principali invece sono stati impiegati dai due ai tre mesi ciascuno per essere resi nei minimi dettagli. La prima sfida per il gruppo era ricreare il Giappone con uno stile a metà fra quello anni ’60 di Kurosawa della città e il periodo Edo ravvisabile nel palazzo di Kobayashi; questo compito è stato eseguito dal vincitore Oscar Adam Stockhausen (The Grand Budapest Hotel) e da Paul Harrod (Fantastic Mr. Fox). L’intero universo è stato creato con 240 micro ambientazioni interamente realizzate a mano, persino le nuvole fatte di cotone e le onde d’acqua derivanti da fogli di pellicola trasparente. Ovviamente, la parte più imponente del set è l’Isola Spazzatura, la quale è stata divisa in diverse zone con differenti tipi di rifiuti; il luogo è un mondo a sé, esplorato dalla cinepresa con tale scioltezza che ci dimentichiamo di vedere delle scene in miniatura.

Al contrario delle volpi nel precedente film in stop motion di Anderson, che si comportavano come umani, in questo caso i cani hanno un comportamento reale  in un mondo di umani (a parte per il linguaggio). I corpi sono quindi stati costruiti per permettergli di sedersi, correre, camminare e rotolarsi. Nonostante ciò, dovevano esprimere emozioni e per questo sono state create solo una dozzina di bocche differenti e i pupazzi mutavano quindi da un’espressione a un’altra in modo repentino senza passaggi intermedi. Infine, il pelo è stato reso utilizzando la lana di alpaca e merino impiegata per gli orsacchiotti di peluche e per ogni pupazzo sono state ideate cinque dimensioni diverse in scala per poter girare scene dissimili. La scena più difficile da realizzare in tutta la pellicola è stata quella del sushi, la quale ha impiegato ben sei mesi di riprese per ottenere un risultato di 45 secondi; l’accuratezza con cui sono stati creati i diversi tipi di pesce e l’originalità con cui il tutto è stato creato ricompensa lo sforzo, dato che non si era mai visto qualcosa del genere nella storia del passo a uno.

In conclusione, possiamo considerare l’Isola dei cani come uno dei film più riusciti nell’ambito dello stop motion degli ultimi anni e, se ancora non l’avete fatto, vi consigliamo di recuperarlo e immergervi nell’atmosfera giapponese creata magistralmente da Wes Anderson. Se trovate questo articolo interessante, vi invito a seguirci sui nostri social e su Monkeybit per rimanere aggiornati sul mondo del cinema, dei videogiochi e molto altro.

 

El Camino

What's your reaction?

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Developed by SpawnLab