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Le ragazze del centralino

Le ragazze del centralino Recensione: l’importanza della rappresentanza storica

Il 3 luglio di questo 2020 è finalmente uscita l’ultima parte della stagione finale de Le ragazze del centralino, portando a compimento uno degli archi narrativi più complessi e densi di avvenimenti di una serie tv di costume. Questo prodotto spagnolo, che ha debuttato su Netflix nel 2017, ha avuto il grande merito di portare sugli schermi di tutti una rappresentanza storica precisa e appassionante, intrattenendo gli spettatori con un racconto di cinque donne, ognuna alle prese con i propri problemi familiari e alla ricerca di quella indipendenza che ha fatto nascere il movimento femminista. Anche se all’apparenza potrebbe sembrare una realizzazione un po’ scialba o superficiale, con le sue storie d’amore e i drammi che perseguitano sempre le protagoniste, troviamo in realtà uno scrigno di tematiche, dalla violenza di genere alla rivoluzione spagnola, che ci rendono fieri delle donne in questione e di tutte le altre che si sono realmente sacrificate per la parità dei generi. Adesso che questa opera è giunta alla fine, possiamo trarne delle conclusioni importanti.

 

Il significato del treno

Il treno, che fin dai primi episodi è un elemento che continua a più riprese a palesarsi, fino all’ultimo episodio dell’ultima stagione, si configura come uno strumento di grande significato in questo momento storico. Siamo nella prima metà del ‘900, un’epoca in cui prendere un biglietto e partire voleva dire abbandonare tutto e tutti, per non tornarvi più, cambiare vita, cogliere un’occasione. Ecco, questa intera serie è basata proprio su questo, sull’afferrare l’attimo, su scelte istintive che possono completamente travolgere l’arco degli eventi. Lo dimostra in particolare l’ultima parte della stagione finale, in cui il mezzo rappresenta l’unico stratagemma per scappare e riappropriarsi della propria esistenza, in un modo speciale e unico che ci ricorda film come Tren de vie – un treno per vivere o, più semplicemente, La vita è bella.

 

Le ragazze del centralino

Ciò che ha reso grande Le ragazze del centralino

Fin dalla prima stagione siamo stati abituati ai contenuti che questa serie rappresenta e porta su tutti gli schermi. Netflix si è assunto una grande responsabilità nel portare avanti un progetto di tale levatura, doppiamente complicato: da una parte c’è la rappresentazione della storia, con la cura alla scenografia, agli abiti, alle stesse vicissitudini del periodo che fanno da cornice al tutto; dall’altro c’è la gran portata delle tematiche delicate che vengono affrontate e che, spesso, hanno fatto crollare le realizzazioni migliori, ma che invece qui sono raccontate magistralmente. Nella prima stagione abbiamo fatto i conti con la violenza di genere, totalmente impunita ai tempi, e alla conseguente discriminazione. Vediamo il progresso scientifico che ha portato alla nascita dei centralini, che hanno reso possibile il primo vero lavoro accessibile dalle donne – che ha contribuito alla creazione di gruppi di genere coesi e agguerriti, tanto da difendere e pretendere dei diritto, dando vita ai movimenti femministi. Siamo poi passati ad argomenti come l’omosessualità e il gender fluid, sempre attuali, ma in una chiave storica ben precisa – ci hanno infatti mostrato i “centri di correzione” , le torture, le discriminazioni e le difficoltà aggiunte. A tutto questo si mescolano i giochi di potere, sia all’interno dell’azienda del primo centralino spagnolo, sia ad uno livello più familiare, sia ad uno più alto, ovvero con l’intera politica del tempo che, nell’era coperta dalla serie, si stava preparando ad entrare nella seconda guerra mondiale. Le tematiche di questa opera sono coinvolgenti e, purtroppo, tristemente reali, ma vengono tutte affrontaei con notevole impegno e precisione. Gli ambienti, i vestiti, il trucco degli anni ’20/’30 accompagnano le vicende permettendo di calarci in quel tempo, grazie alla cura e al dettaglio – ma anche tramite una ricostruzione storica perfetta della resistenza e della rivoluzione spagnola.

 

Piccole pecche

La serie Netflix, a mio parere, non ha avuto il successo che meritava. Questo è dovuto a diversi fattori, a cominciare dal fatto di essere un’opera spagnola, quindi in un certo senso di minore importanza rispetto a quelle americane a cui siamo abituati – ma forse dimentichiamo tutti la grande risonanza de La casa de papel. Probabilmente, a prima vista, ai più questa realizzazione sembra una soap opera iberica, priva di contenuti, quando è proprio andando avanti che essa rivela il meglio di sé. Di certo ci sono spesso delle sceneggiature un po’ traballanti, specie in alcuni dialoghi romantici, vittime dei soliti cliché, ma sono tutti ostacoli facilmente sormontabili e che, spesso, sono in realtà utili ad alleviare la pressione di tematiche così serie e complesse.

Le ragazze del centralino

La rivoluzione spagnola

Nell’ultima stagione ci ritroviamo in una Spagna diversa, che in pochi anni ha visto sovvertire il potere e stravolgere la vita di tutti i giorni. Bombardamenti, militari in strada, la resistenza – tutto ci rivela un paese pronto a schierarsi con la Germania nella seconda guerra mondiale, ma quello che colpisce è che nessuno, nemmeno un personaggio,si rende conto di quanto sia grave la cosa. La popolazione infatti spera che la rivoluzione finisca presto e che si stabilizzi la situazione, i civili non danno alcuna importanza a chi dei due schieramenti vincerà perché hanno solo paura e temono per le proprie vite. Negli episodi finali vediamo questo, gli uomini mandati al fronte e le donne a spalleggiarsi  e sullo sfondo assistiamo alle perdite portate dagli scontri e dal bisogno di proteggere i propri amati. E, infine, la parte conclusiva ci mostra un campo di correzione, uno dei primissimi lager, dedicato interamente alle donne: siamo partecipi di chi in questo periodo tenta di far fortuna vendendo bambini ai ricchi e il tifo che porta via una grande porzione della popolazione, già debole.  Le persone in grado di fare la differenza, che sono poche, lottano per portare un vero cambiamento: le ragazze del centralino attuano una rivolta e, con un aiuto inaspettato, provano a salvare tutto coloro che sono presenti nell’edificio. In queste puntate viviamo la frenesia e la paura di chi si nasconde dagli ufficiali ed un esodo verso la libertà, con la più bella delle scene finali: uomini e donne in cammino al freddo stringendo i loro figli. La sequenza colpisce perché solo lo spettatore sa che quello è solo l’inizio di un esodo che, più tardi, coinvolgerà molti altri, lasciandone indietro altrettanti.

 

Le ragazze del centralino: la dedica finale

La serie si chiude con le parole della narratrice principale, Lidia, che spiega il sacrificio finale delle ragazze del centralino. In questa stagione ci viene spiegato che la forma racconto di questa realizzazione deriva proprio dal fatto che la stessa protagonista ha raccontato le vicende in un libro, una sorta di diario, come quello di Anne Frank. Ritroviamo tutti i personaggi principali nei loro panni dismessi da centraliniste, di nuovo insieme a lavorare, proprio come la storia è iniziata e non esiste niente di più toccante. Le frasi finali, che appaiono in una schermata nera, parlano di un movimento femminista che si è fatto largo negli anni, portando a grandi conquiste, ma non ancora a tutte. L’intera opera rende omaggio alle donne, nessuna esclusa, e lo fa in modo ammirevole. Nonostante gli errori di sceneggiatura presenti e quelle piccole banalità che ritraggono i tipici stereotipi del cinema, soprattutto grazie all’ultima stagione, Le ragazze del centralino è un prodotto di Netflix riuscitissimo, che meriterebbe più ascolto e maggiore risonanza di quanto ne abbia avuti negli anni passati. Non possiamo che esserne soddisfatti.

The Review

8
Le ragazze del centralino Recensione

Summary

Una serie non troppo impegnativa ma di grande importanza storica, in grado di parlare nel modo corretto di tematiche sensibili. L'unico problema è una sceneggiatura a tratti traballante, ma è facilmente perdonabile, specialmente grazie all'ultima stagione che è davvero d'impatto.
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