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La scena coreana contemporanea

Dopo la straordinaria vittoria di “Parasite” del regista Bong Joon-Ho agli Oscar, tra cui il miglior film, non si è potuto non dare attenzione ad altri autori della scena sudcoreana. Oltre ad aver conquistato l’Occidente con il fascino delle canzoni coreane, non da meno, si stanno facendo notare le serie televisive. In Italia sono ancora poco conosciute, ma secondo l’opinione di chi scrive, meritano una maggiore attenzione.

È possibile notare oggigiorno come il tocco poetico e riflessivo, che contraddistingue lo stile asiatico, sembra aver trovato armonia con la goliardia satirica nell’affrontare temi attuali e controversi, tipici occidentali. Così facendo, rompono l’immaginario comune romantico a cui siamo abituati a pensare riguardo l’Asia.

 

“SKY CASTLE” (2018-19)

 

Diretto da Jo Hyun-tak e scritto da Yoo Hyun-mi, la serie indaga sul competitivo sistema educativo della Sud Corea, attraverso la quotidianità dei giovani protagonisti e le loro famiglie, in costante desiderio di acquisire potere. A suggerirlo, già il titolo acronimo delle più influenti università coreane: la Seoul University, la Korea University e la Yonsei University. Sky dà nome alla benestante area residenziale, che fa da sfondo alla storia; un dramma satirico, che mette luce su cosa significhi sentirsi “realizzati” nella società di oggi. Cosa spinge il continuo perpetrarsi di sistemi corrotti? Come stanno cambiando le relazioni tra genitori e figli? Perché non soddisfare i desideri e le aspettative degli altri si avverte come un fallimento, al punto di desiderare la morte?

A muovere i fili, le vite dei giovani eredi delle famiglie benestanti di cui fanno parte, l’istitutrice interpretata da Kim Seo Hyung. A lei l’arduo compito di realizzare le richieste dei genitori pretenziosi e ansiosi di garantire ai propri figli un futuro di cui poter vantare. Un’altalena di emozioni, dove momenti drammatici vengono spezzati da attimi a loro modo divertenti. Soluzioni registiche che vogliono coinvolgere lo spettatore non solo emotivamente, ma in modo prepotente anche fisicamente nella scena.

L’onnipresente figura piramidale; la scalata sociale, il “castello”, l’uomo e il suo rapporto con il divino (nell’ottica del classico significato dato dal popolo egiziano alle piramidi), la realizzazione, la nascita, la vita e la morte. Inaspettatamente, ha conquistato il pubblico asiatico, facendone la seconda serie più vista da TV via cavo nella storia della televisione coreana.

 

“THE RUNNING MATES: HUMAN RIGHTS” (2019)

Kim Yong-soo dirige l’attrice Lee Yo-Won (protagonista della popolare serie tv Bul Ya Sung, Notti bianche), insieme agli attori Choi Gwi-Hwa e Jang Hyun-Sung in questa serie sui diritti umani. Tratto dall’omonimo romanzo di Song Shi-Woo. Le questioni riguardanti la violazione dei diritti umani nei singoli episodi si ripetono, in un’escalation di eventi che fanno da contorno a quella che è la reale protagonista del racconto, una procuratrice che lavora per la commissione adibita ad indagare sui casi di coloro i cui diritti sono stati violati.

Dalla condizione delle donne nel posto di lavoro, ai giovani sfruttati e privati di uno stipendio, agli abusi all’interno delle strutture militari, l’autore non si pone limiti. L’etica, la morale e la legge s’incontrano sullo sfondo delle vicende che accompagnano i quattordici episodi. La procuratrice dei diritti umani mentre affronta i casi da risolvere, non smette mai di cercare la causa della morte di sua sorella. A complicare le cose, la scomparsa del padre poliziotto di cui non si hanno più notizie. Un ritmo lento, dettato dall’esigenza della protagonista nel prestare cautela nella difficile decisione da dover prendere, nei confronti della vita dell’altro. Superare quel confine che solitamente non ci è concesso come porre fine alla vita di qualcuno. Questa la sfida a cui assistiamo e a cui non possiamo non far altro che rimanerne coinvolti.

 

ASSEMBLY” (2015) 

Assembly diretto da Choi Yoon-Suk vede protagonista la politica coreana, i contrasti tra gli interessi politici ed economici e le necessità della gente comune. Dai toni fortemente critici nei confronti dei politici nell’adempimento dei propri doveri, si contraddistingue per essere una prima voce “fuori dal coro”, per via della vastità di pubblico a cui si è rivolto. Denuncia la condizione di molti lavoratori, tra cui operai e mercanti, i quali dopo la crisi avvenuta nei primi anni duemila vennero licenziati o costretti ad abbandonare le proprie attività.

Il protagonista, un operaio governato da un carattere irrequieto, è stanco ed oppresso dai suoi doveri di dipendente e padre e capo di famiglia. Si trova costretto a diventare deputato. Grazie a lui, minuto, dopo minuto impariamo ad approfondire i meccanismi complessi che regolano la politica. La visione platonica della società si distrugge nella sua persona. Non è l’individuo guidato dalla ragione, ma è un essere umano guidato dalla frustrazione di ciò che ha subito. Non esita a gridare, a mostrarsi per ciò che è in un ambiente non familiare per lui. Un ambiente maestoso come la Casa Blu, la casa di tutti coreani, il centro di potere politico. Una volta entrati con il neo deputato al suo interno, però, veniamo assaliti dagli sguardi persistenti. Il comune cittadino, che si trova lì a rispondere dei problemi che riguardano la sua stessa “gente”. La contraddizione dell’essere percepiti come il “nemico” in quella casa che lo appartiene, a cui egli stesso ha contribuito a costruire. Non arriva immediato allo spettatore il senso di sconfitta e rivalsa, ma si realizza in un climax di eventi, di cui le persone stesse si rivelano la chiave di volta.

A tratti può addirittura risultare dal sapore oramai vintage. Nonostante le controversie che ha attirato a sé, la serie ha dato modo per quelle future di trattare gli stessi temi ricevendo riconoscimenti, come accaduto per “Designated Survivor: 60 Days”, “Chief of staff” e “The Great Show”.

El Camino

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