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King Kong

King Kong: L’epopea della scimmia in stop motion

Lo stop motion è una di quelle tecniche, appartenenti all’universo della settima arte, che si porta dietro un bagaglio di grande storia. Comprenderla fino in fondo è un compito molto difficile perché le sfumature da prendere in considerazione sono molte. I suoi primissimi utilizzi si possono far risalire al 1898 con il cortometraggio d’animazione The Humpty Humpty Circus di J. Stuart Blackton e Albert E. Smith. In seguito la tecnica inizierà ad essere utilizzata maggiormente da registi del cinema dell’Est, luogo che ancora oggi è considerato come la vera terra natia dello stop motion. Wladyslaw Starewicz è infatti uno dei più importanti autori del cinema russo e padri fondatori di questo strumento, attraverso la quale è riuscito a sperimentare una lavorazione sempre più sofisticata. Inizialmente egli si serviva di essa per far resuscitare dei coleotteri morti, dargli vita e movimento.

In questo senso il primo contatto con lo stop motion può essere visto, quindi, come una sorta di immensa epopea frankensteiniana, un corpo morto che per mano dell’uomo torna alla vita. Se le prime fasi di nascita della tecnica risalgono agli albori del grande cinema dell’Est, possiamo certamente dire che il suo grado di massima popolarità, però, si lega principalmente al leggendario Willis O’Brien. Grazie a lui il mezzo è diventato quello che si conosce oggi, utilizzato per sorprendere gli spettatori nella sua artigianale spettacolarità.

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Il King Kong di Willis O’Brien

E la bestia guardò in faccia la bellezza. E tolse le sue mani dall’uccidere. E da quel giorno, essa fu come un morto.

Willis O’Brien nacque nel 1886 in Oakland, California ed è considerato uno dei pionieri del cinema d’animazione. La passione per il mondo preistorico e l’attitudine al disegno lo portarono durante la prima fase della sua vita a fare l’illustratore per un quotidiano di San Francisco e come scultore professionista del marmo. Nel corso di una fiera molto importante realizzò dei modelli di un uomo delle caverne ed un dinosauro che, grazie all’aiuto di un cameraman locale, decise di animare riuscendo a realizzare un video di circa 80 secondi. Fu grazie a quei video-clip che fu notato e gli vennero commissionati dei lavori da animatore. Il primissimo lavoro hollywoodiano di O’Brien fu nel film Il mondo perduto del 1925. Questo primo incarico lo portò a lavorare al suo più incredibile contributo cinematografico di tutti i tempi, ossia la lavorazione dei dinosauri e del gorilla gigante nel lungometraggio del 1933, King Kong. La settima arte quale apparteneva questo autore americano era certamente qualcosa di molto diverso da quello che conosciamo, non c’erano grandi effetti speciali in CGI e le animazioni erano un concetto ancora troppo lontano per essere realizzate sul grande schermo.

L’uscita di King Kong rappresenta per Hollywood il grande salto per portare quel tipo di spettacolarità che le persone non avrebbero mai immaginato di poter vivere. Kong è lo scimmione dotato di forza bruta, la cui nascita non ci viene rilevata. Questa oscurità sulle sue origini la si accetta senza particolari problemi, come in un racconto fantastico accettiamo i fantasmi, senza domandarci da dove nascano e perché. Tale opera è la capostipite del cinema classico sui mostri, un filone che nonostante l’alto grado di popolarità avuto, non è riuscito ad imporsi a lungo raggio. Differente storia è invece quella in Giappone dove le creature sono riuscite a regalare al pubblico maggiori soddisfazioni, grazie anche ad un forte folklore riguardante creature mostruose di mare e terra. Tutte risposte, quelle provenienti dal mondo orientale, si sono ispirate al grande Willis O’Brien utilizzando lo stop motion per dar vita a mostri giganti. La risposta più incisiva a King Kong dal punto di vista popolare è quella di Gojira (Godzilla in Occidente), un mostro che emerge dalla baia di Tokyo che incarna l’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Anche la gigantesca entità acquatica, seguendo le orme occidentali, è stata realizzata con la stessa tecnica che rendeva il movimento dei pupazzi realistico e fluido. Gli spettatori di fronte a questi mostri aveva paura e la popolarità del genere, sia americana che giapponese, deve la sua fortuna al maestro O’Brien.

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Le movenze scimmiesche in stop motion

L’animatore americano riesce attraverso l’artigianalità dello stop motion a dar vita a dei pupazzi fatti di gomma e metallo, primordi di una puppet animation che verrà consolidata nel cinema con il passare del tempo. Nel film del 1933 ci si accorge di quanto la spettacolarità portata sullo schermo dalla tecnica a passo uno, sia di grandissima efficacia. I soli mezzi del mestiere, non supportati ovviamente dagli effetti speciali d’animazione in 3D, risultano di forte impatto anche nella loro materialità. Non si sente alcuna mancanza degli strumenti moderni, anzi, lo scimmione ed i dinosauri sembrano veri e vivi.  Oggi per realizzare un King Kong non si fa altro che servirsi delle moderne tecniche offerte da una azienda specializzata in effetti speciali, il metodo di lavoro è profondamente mutato.

Nonostante la forte verosimiglianza che queste aziende riescono ad offrire, manca sempre quell’anima di materialità che i grandi pupazzi nella stop motion davano. Si tratta di una componente abbastanza complicata da spiegare a parole, legata principalmente ad un fattore sensoriale. Ma la CGI nella sua perfezione riesce, a volte, a risultare fin troppo finta. Il realismo che diventa finto nella sua espressione di massimo eccesso, questo è ciò che le animazioni di Willis O’Brien non erano. Quelle dell’americano, infatti, erano degli effetti artigianali, delle invenzioni che sapevano di concretezza. Guardando il film del 1933 si riesce a toccare in modo palpabile lo scimmione e i dinosauri, sei consapevole del fatto che a dividervi c’è solamente lo schermo. Si può dire lo stesso dei moderni King Kong? Lo schermo in questo caso non separa nulla, non ci sono pupazzi creati in puppet animation che è possibile toccare e ammirare nel loro ingegno. Il frutto di una mente umana si scontra contro il costrutto di un’intelligenza artificiale, ossia i computer ed i suoi programmi. Il cinema ha preso la sua decisione e non gli si può negare che è stata ed è tutt’ora una scelta vittoriosa, forse però il fattore nostalgia ci porta con il cuore a scegliere un’altra strada.

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King Kong come metafora in stop motion

Nel film, Kong era un pupazzo alto circa 45 centimetri filmato, immagine per immagine, da Willis O’Brien e dalla sua équipe su dei plastici rappresentanti la giungla e la città di New York. Nelle riprese furono utilizzati dei pupazzi del mostro di diversa grandezza. La tecnica del passo uno, grazie al grande autore americano ed agli altri tecnici degli effetti speciali, è riuscita a fare il salto di qualità miscelandosi per la prima volta con altri strumenti, come la retroproiezione e la proiezione miniaturizzata, per inserire gli attori in scene mai viste prime. Le tecniche del celebre sono state infatti imitate per la lavorazione di tutti i lungometraggi del genere monster movie, fino all’apparizione della CGI negli anni novanta.

La bella e la bestia. Kong poteva restare dove stava ma non poté resistere alla bellezza.

Il successo del film lo si deve in gran parte, dunque, al grande Willis O’Brien, ma c’è anche un’altra componente che la pellicola riesce splendidamente a mettere in luce. L’opera, da cui in seguito fu scritto un romanzo, rappresenta una forte metafora dell’accettazione. La storia ruota attorno a Carl Denham, un avventuroso produttore di documentari, che insieme a una giovane disoccupata di New York, Ann, parte alla volta di un’isola tropicale, Skull Island, abitata da un gigantesco e leggendario gorilla, King Kong. La scimmia s’innamora della bella Ann, ma le sorti dello scimmione sono in mano dell’uomo che lo cattura. Di forte impatto all’interno del lungometraggio è l’avvicinamento alla fiaba europea La bella e la bestia (La belle et la bête, in originale) pubblicata, secondo molte fonti, in una prima versione nel 1740. Il film del 1933 mette in risalto numerosi aspetti appartenenti ad essa, in primo luogo l’innamoramento della creatura mostruosa e scimmiesca nei confronti della giovane donna. Un “mostro” che in realtà nonostante la falsa apparenza racchiude dentro il suo enorme corpo un cuore molto umano. Umanità che, invece, non appartiene all’uomo che si dimostra feroce e pronto a catturare la bestia per il solo scopo di trarne profitti. King Kong è l’innocente mostro dalle fattezze brutali che viene estirpato dal suo habitat naturale, dalla sua casa, per poter essere mostrato come il distruttore dell’umanità. Una caratteristica che, però non rispecchia affatto la sua vera natura. Egli è Re della sua giungla ed è pronto a difendere ad ogni costo ciò a cui vuole bene. Una realizzazione che si conclude con una scena emblematica, dove la creatura non riesce a vincere contro la ferocia dell’uomo. Kong in cima ad un grattacielo sacrifica la sua stessa immagine mostruosa per la bellezza, alla donna la scimmia si nega.

 

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King Kong è il film che racchiude molti concetti della diversità, ma è anche il massimo punto di popolarità di una tecnica che ha mosso i suoi primi passi nell’Est dell’Europa. Uno strumento che sa regalare emozioni e che nella sua materialità riesce a infondere un senso di realismo, una componente che le tecniche più moderne di effetti speciali non riescono a offrire. Un modo di fare animazione che appartiene al passato, ma che emoziona ancora oggi quando un autore sceglie di usarla per il suo lungometraggio.

 

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