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James e la pesca gigante

James e la pesca gigante: quando il viaggio si trasforma in stop motion

James e la pesca gigante è un film uscito nelle sale cinematografiche nel lontano 1996 in un momento molto florido per lo stop motion, basta pensare al fatto che tre anni prima Nightmare Before Christmas faceva capolino nel cuore di tutti diventando un vero e proprio cult. Le assonanze con quest’ultimo titolo, pocanzi citato, sono in realtà moltissime e si può subito individuare Henry Selick come il brillante genio dietro la regia di entrambi i progetti. Nonostante il pensiero comune, secondo cui Tim Burton diresse la famosa opera con Jack Skeletron protagonista, la verità è ben diversa. Burton in quel periodo era impegnato con Batman il ritorno e affidò a Selick l’arduo compito della direzione, anche perché lo stop motion avrebbe richiesto troppo tempo ed egli non aveva intenzione di impegnare le sue forze per un progetto che richiedeva una grande mole di pazienza.

Da questa sua decisione si pensò che egli non si sarebbe più avvicinato con gli anni avvenire al passo uno, ma tutto fu smentito poi dall’arrivo nel 2005 de La sposa Cadavere. Ma qui è tutta un’altra storia, siamo al centro di un momento cruciale per la coppia di artisti che ha segnato insieme l’immaginario collettivo dell’animazione: Selick accusò Burton di non aver dato importanza alla promozione di James e la pesca gigante essendo lui il produttore. I rapporti si sfaldarono, ognuno dei due intraprese strade differenti ma ancora oggi qualcosa li tiene strettamente legati: lo stile visionario. James e la pesca gigante infatti si può certamente considerare come il classico prodotto di nicchia, un film per niente popolare, poco conosciuto dal grande pubblico amante del genere. Eppure continua, anche nei nostri giorni, ad essere un buon titolo che racconta di un viaggio dove la realtà si mescola alla fantasia e viceversa.

James e la pesca gigante: il frutto della speranza

James e la pesca gigante racconta la storia di un piccolo fanciullo di nome James, che conduce una vita felice insieme ai suoi genitori che lo amano a dismisura.  Da loro apprende la bellezza dell’esistenza, delle piccole cose, ma soprattutto ce ne sta in particolare che più di tutte gli rimarrà nel cuore: non smettere mai di sognare. Un giorno il padre e la madre rimangono uccisi da un temibile rinoceronte venuto dal nulla, fatto di nuvole e tempesta, e le sue perfide zie lo prendono in custodia. L’arrivo di una pesca gigante in cima all’albero nel giardino di casa è per lui l’ancora di salvezza da una vita che ormai non sopporta più, una via di fuga dalle zie che da sempre lo maltrattano e lo disprezzano. Il film diretto da Henry Selick è basato sull’omonimo libro di Roald Dahl, uno scrittore britannico conosciuto maggiormente per le sue storie dell’infanzia.

Dal libro si mantengono le caratteristiche che fanno breccia nella pellicola, in particolare le ossessioni cardine di Selick si vanno a mescolare in maniera molto congeniale a quelle che lo scrittore era solito inserire su carta. Il piccolo protagonista di 7 anni diventa improvvisamente orfano e le figure genitoriali si sostituiscono a quelle negative delle zie, come in una sorta di Cenerentola al maschile. In James e la pesca gigante si trovano tutti gli elementi tipici dell’estetica e dello stile del regista statunitense, impossibile non accorgersi dei suoi caratteristici “tunnel” psichedelici che hanno la funzione di condurre i personaggi dal mondo ordinario a quello straordinario. Qui nello specifico il superamento della soglia avviene tramite la pesca gigante, che con le mani di Selick si trasforma in una specie di nave.

Il frutto è il luogo dove l’eccentrica fantasia diventa a tutti gli effetti realtà, un riparo sicuro per James e per degli insetti giganti che temono la perfidia delle zie. Nel cinema del regista quando i personaggi percorrono la strada verso una nuova rotta finiscono sempre ad imbattersi in qualcosa di nuovo, mai visto, che li cambia soprattutto dentro. Qui il cambiamento del protagonista è duplice, da un lato si trasforma da bambino triste a felice, dall’altro anche il suo aspetto muta completamente. Questo grazie alla magia dello stop motion.

Stop motion come magico cambiamento

A far da padrone all’opera del grande Henry Selick vi è la tecnica dello stop motion, che egli usa in maniera intelligente. Molti autori dell’animazione possono cadere nel comune errore di usare tale mezzo solo per tamponare una storia che di per sé non ha molto da raccontare, cercando dunque di compensare il vuoto con il passo uno. Non è, però, certamente il caso del genio dietro la regia di James e la pesca gigante, appassionato sin da piccolo all’animazione. Il suo amore verso questa splendida arte inizia in particolare dopo  aver visto  Il 7º viaggio di Sinbad di Ray Harryhausen, quest’ultimo uno dei più grandi maestri dello stop motion che deve il suo talento a Willis O’Brien. Da lì in avanti dedica la sua vita a questo strumento, alla costruzione dei suoi personaggi, allo studio dei colori e dei set d’ambientazione.

Una caratteristica che si può notare nel suo James e la pesca gigante è proprio l’uso congeniale e intelligente della tecnica sopracitata, infatti egli sfrutta la potenza dello stop motion per marcare la distinzione netta tra mondo ordinario e straordinario. Realtà e fantasia che si uniscono e che vengono magistralmente rappresentate da un James che, se nei primi minuti è un ragazzino in carne ed ossa, a partire dalla sua entrata nella pesca si trasforma in un pupazzo.

Ecco che tutto diventa stop motion e lo spettatore rimane completamente folgorato ad ammirare l’ambiente circonstante che prende vita come per magia. Anche l’acqua del mare è ricostruita a passo uno ed il movimento delle onde è così convincente da volersi immergere in quell’oscillare di blu, azzurri e celesti. Questa drastica trasformazione si rifà al classico Il mago di Oz di Victor Fleming, meravigliosa opera che racconta in chiave fantastica la maturazione di un’adolescente di nome Dorothy Gale, interpretata da Judy Garland. Fleming ebbe la strabiliante idea di segnare l’entrata in una nuova realtà con l’uso dei colori che prendevano il posto del bianco e nero del Kansas. Selick non si serve di questo espediente, ma a suo modo comunica il tutto con l’arrivo dello strumento filmico. Il live-action dei primi minuti si mette da parte in tutto il secondo atto, per poi tornare solo nella fase finale.

Lo stile inconfondibile

Si percepisce sin dal primo momento in cui guardiamo James e la pesca gigante che ci troviamo dentro una scatola riconoscibile. Il lungometraggio si lega completamente a quella che possiamo definire concezione burtoniana di cinema, dall’inizio alla fine. Selick ha avuto da sempre la sfortuna che il suo stile fosse molto simile con quello del popolarissimo Tim Burton, a partire dalla visione di mondi oscuri, alla rappresentazione di personaggi “reietti” che trovano una via di fuga dall’ordinario. Ovviamente ci sono moltissime sfumature di differenza tra i due artisti, ma senza dubbio egli rimane ancora un po’ tralasciato dai produttori.

Anche questo grande film, con tutti i suoi difetti di narrazione, si mantiene un caposaldo che rappresenta in pieno la sua estetica riconoscibile. Protagonista bambino che si trova a vivere una condizione di disagio, evasione da esso mediante l’entrata in un nuovo molto in cui si sente più a suo agio, fantasia che prende il posto della realtà e personaggi profondamente combattuti con loro stessi. L’ambientazione gotica fa sempre da contraltare ed è stabilmente presente. Lo spettatore si ritrova di fronte a tutto quello che ormai inconsciamente ha sempre collegato all’essenza di Tim Burton, ma in verità con una maggior attenzione è possibile cogliere il genio di Henry Selick.

James e la pesca gigante è un film che combina live action e stop motion in una formula vincente. Un film che diventa un on the road a bordo di una pesca gigante che galleggia come una nave nel mare verso New York. Una meta ed un obiettivo ben preciso è quello che Selick vuole centrare, il viaggio che diventa metafora di riappropriazione dell’io. Con una scrittura non troppo convincente non è riuscito a collocarsi tra i film in stop motion di maggior rilievo, ma rimane pur sempre un film di Henry Selick al 100%, da recuperare per gli appassionati d’animazione a passo uno e soprattutto per chi volesse trovare un cameo straordinario di Jack Skeletron come capitano di una nave.

 

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