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Il signore delle formiche

Il signore delle formiche Recensione: il ritratto della decadenza italiana

Tra i film italiani in concorso a Venezia 79 c’è sicuramente da nominare Il Signore delle Formiche, l’ultima opera di Gianni Amelio. Dopo aver parlato di una delle figure più controverse della storia italiana come Bettino Craxi, interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino, qui il regista italiano decide di rappresentare quella che può essere considerata la pagina “più retriva e meschina del nostro Paese” (riprendendo le parole del personaggio di Elio Germano). Stiamo parlando del Caso Braibanti, che vede uno scrittore e drammaturgo accusato di plagio, ma dietro si nasconde un altro “crimine”: l’omosessualità.

Il professor Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio) instaura un rapporto speciale con un suo discepolo, di nome Ettore Tagliaferri, che pian piano sfocia in una relazione romantica. I due incontreranno difficoltà legate all’accusa dei genitori del ragazzo, che subirà lunghe permanenze ospedaliere per scacciare quel flusso diabolico alimentato dalla cultura colta e raffinata del suo maestro. L’Italia si suddividerà in due parti: chi lo attacca con convinzioni bigotte e chi lo difende con le tutte forze possibili e necessarie. Alla fine, però, la realtà si fa avanti e avvolge chiunque in un’atmosfera di decadenza permanente.

Il signore delle formiche: questi insetti mettono il bene collettivo davanti all’egoismo

Le parole di Ettore (Leonardo Maltese) trasmettono il suo fascino verso la trofallassi, o meglio conosciuto come “lo stomaco sociale” secondo cui alcuni insetti immagazzinano il cibo che consumano per poi condividerlo con altri individui del proprio gruppo e questo processo favorisce la crescita della colonia. Questa passione la condivide con il noto mirmecologo. Il microcosmo delle formiche va in forte contrapposizione con il macrocosmo degli umani. Quest’ultimo nutre un rancoroso sentimento di disprezzo verso coloro che distinguono come innaturali, irregolari, posseduti.

La vivacità registica di Amelio non va ricercata nella principale messa in scena di questo processo penale, ma nell’accurata attenzione alle scene come entità singole o cellule autoctone. Il racconto alterna le esperienze sentimentali di un diario intimo e lo svolgimento progressivo di un fatto storico per giungere alla medesima conclusione: la sconfitta di tutti i partecipanti, sia chi è uscito vittorioso che chi è uscito perdente. E usciranno fuori grandi manifestazioni di ingenuità, ottusità e idiozia che si ripercuotono nell’attualità in maniera causale e consequenziale.

“Il nostro Paese firma uno dei suoi atti più crudeli e spregevoli per esibire il suo ostentamento all’ignoranza e la sua attrazione al potere”

Tutti i testimoni contro l’innocenza del carcerato non fanno altro che soggiogare la corte e le vittime indifese con l’intromissione dei principi cattolici, esaltando la figura di Gesù Cristo, di Padre Pio, della Madonna, finendo poi per trasgredirli per arrivismo, interesse personale. Il nostro Paese firma uno dei suoi atti più crudeli e spregevoli per esibire il suo ostentamento all’ignoranza e la sua attrazione al potere. Il Signore delle Formiche è un film consapevole della sua mente aperta e raffigura i poveri indifferenti.

La parabola discendente di Aldo Braitanti affronta la maggior parte del processo con l’utilizzo di un silenzio orgoglioso ed eloquente perché la sua storia va impartita a tutti quelli che si ostinano a conformare i loro assurdi e insensati ragionamenti. All’esterno dell’aula subentra lo sguardo di Ennio Scribani, interpretato da Elio Germano, che lavora per l’Unità e vuole aiutare il suo compagno di partito (Partito Comunista Italiano, che nei giornali, per evitare censure, lo si sottolinea come Grande Partito Operaio) a dichiarare l’amore dei due reciproci innamorati come atto di libertà.

Il signore delle formiche

Nella seconda parte invece avviene l’incontro verbale e amichevole tra i due lottatori, alla conquista della libertà di espressione e di stampa. In realtà, Il Signore delle Formiche parte in medias res con l’incontro indiretto tra i due, grazie appunto alla testimonianza oculare di Ennio, capace di interiorizzare le tragedie e le malefatte altrui. La prima scena si svolge dopo una festa dell’Unità: i tavoli sono vuoti, i camerieri stanno sparecchiando, Aldo e Ettore stanno recitando poesie, scritte con le loro mani, fino a citare il primo verso de Il passero solitario di Giacomo Leopardi.

Dato che il personaggio di Aldo riprende le frasi più significative di autori, letterati e filosofi, la visione acculturata di Amelio potrebbe riprendere l’atmosfera descrittiva e riflessiva dei componimenti poetici La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio. Infatti la scena sopracitata emerge con un tono inizialmente e apparentemente festoso e con l’attesa di un godimento futuro inteso come cessazione del dolore e raggiungimento del piacere. Tutti questi desideri vengono infranti e prosegue con una serie di stati d’animo: la delusione, la disillusione, la rassegnazione, la solitudine, la caducità e la sopportazione.

In una situazione analoga all’interno del film si aggiunge l’accompagnamento musicale de Il tuo amore di Ornella Vanoni che riprende con nostalgia il primo incrocio di sguardi tra le due vittime in quella villa di campagna; sbatte in faccia l’atteggiamento conformista e individualista del giornale di Ennio; comporta la separazione di anime sofferenti e alla disperata ricerca di serenità. Lo scandalo monumentale si ritrova nella misura incondizionata di assolutismo e di svergogna. La storia è destinata a ripetersi in altre sfortunate occasioni.

L’Italia ha raggiunto un verosimile punto di non ritorno nella percezione ameliana

Durante la presentazione del film al Festival di Venezia Amelio ha espresso con fermezza il suo attuale stato di infelicità. E, senza dare oltre il peso di tale affermazione, si potrebbe tradurre la sua risposta come uno sguardo disilluso e rammaricato verso la mancanza totale di cambiamento radicale nel tempo storico presente. Egli vuole infondere il coraggio di ribellarsi, ma percepisce un abisso infinito nei confronti di un problema assai discusso che non esiste e che si è contorto di mentalità e testimonianze storte.

Il film è disponibile già nelle sale cinematografiche italiane da giovedì 8 settembre. I pregi sono tantissimi per sollevare il cinema italiano in una condizione di stallo: a partire dalle prestazioni attoriali, sia delle figure principali che di quelle secondarie; dalla sceneggiatura di Edoardo Petti e Federico Fava. L’accoglienza a Venezia non è stata calorosa per il confezionamento didascalico della vicenda, ma noi di Monkeybit invitiamo i nostri lettori a comprendere che il culmine di questo dramma è opera di un unico responsabile: i cittadini e la loro identificazione popolare.

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