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Il “politicamente corretto” nel mondo dell’intrattenimento raccontato da una nera

In questi ultimi giorni si sta discutendo molto sul fenomeno che sta dilagando sul politicamente corretto nell’intrattenimento e nel mondo dei videogiochi. In seguito ai fatti accaduti in America, molte produzioni e società hanno deciso di fare una sorta di “mea culpa” correndo al riparo nel tentativo, apparentemente, di rimediare agli errori del passato. La volontà di questi ultimi di redimersi sul tema razziale, l’argomento sensibile di questi ultimi tempi, con l’obiettivo di conquistare la fiducia dei consumatori, sembra invece aver sortito l’effetto contrario nella maggioranza delle persone per motivi differenti. La maggioranza che ha gridato allo “scandalo” non appartengono esattamente però alle minoranze coinvolte. Da Magic the Gathering a cui sono state rimosse le ormai famose sette carte razziste, si è arrivati alla HBO la quale si è costretta ad accompagnare un film storico come Via col Vento (1939) da video esplicativi, creati ad hoc per spiegare il contesto storico culturale in cui è stato girato. Cos’ha reso necessario questa presa di posizione da parte dell’industria dell’intrattenimento? Perché si è arrivati fino a questo punto? Per rispondere a questa domanda mi sembra legittimo partire innanzitutto dal capire in che contesto viviamo.

politicamente corretto Magic

 

Atti come quelli accaduti a George Floyd sappiamo non essere gli unici, anzi, continuano a ripetersi tutt’ora. Se da una lato assistiamo ad un’apparente convivenza di razze, dall’altra è palese che c’è ancora qualcosa che non funziona. Che sia per ignoranza, educazione o cultura, non è perché sia capitato in America, lontano dai nostri occhi a rendere la questione meno sensibile per chi vive in Italia o nell’Occidente in generale. E’ vero che gli Stati Uniti godono di una presenze di origini africane decisamente maggiore rispetto a paesi come l’Italia. La presenza stessa di icone come l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama all’ex cestista Michael Jordan dimostrano il potere che la comunità afroamericana ora ha nel diffondere gli abusi che avvengono nei confronti delle minoranze. Denunce che nel corso del tempo hanno sfociato nell’adozione del “politicamente corretto” da parte dell’industria.

Sono una ragazza di origine africane, nata in Italia e pur non avendo vissuto nel periodo della schiavitù o in mezzo ad un campo di cotone ho conosciuto il razzismo a mio modo. Alcuni miei coetanei a questa mia affermazione rimarrebbero sorpresi. Tuttavia c’è ed esiste ancora, ha solo assunto forme diverse. Forme appunto non riconoscibili da molti, fatto che mi spaventa non poco. Ma è un dato di fatto perché  non tutti veniamo e cresciamo nella stessa condizione e ciò che sembra del tutto normale per qualcuno, per qualcun altro non lo è. Le reazioni alla recente notizia sul parziale re-casting dei Simpson, mi hanno dato molto su cui riflettere. Il fatto per cui a dare voce ai personaggi neri saranno attori neri, ha creato molto scalpore, sull’onda del politicamente corretto adottato dalla maggioranza delle aziende americana. I timori del pubblico del piccolo schermo addirittura sorgono sulla dubbia qualità del prodotto finale, dando per scontato le scarse capacità degli attori in questione. Nonostante l’opinione pubblica pensi ad una mera strategia di marketing data dal politicamente corretto da parte della Fox, qui mi ritrovo a fare un po’ l’avvocato del diavolo. Le domande che sorgono spontanee fare; se a doppiare un nero può essere un caucasico, cosa impedisce il contrario? Perché la situazione contraria è più difficile che accada? Un attore nero sarebbe mai stato scelto prima per doppiare il ruolo di un caucasico?

politicamente corretto Simpson

All’affermazione “Gli unici neri che abbia mai visto in sala di doppiaggio, erano lì per consegnare pizza e birre” qualcuno dovrebbe chiedersi, “Davvero?”, “Perché?” Perché ancor prima di porsi queste domande si urla al complotto, di “censura della creatività”. Posso dirlo in prima persona che quando ho iniziato il mio percorso teatrale, prima di conoscere l’universo del teatro contemporaneo, dopo la prima reazione di sorpresa la maggioranza delle volte viene sempre accompagnata dal rigetto, in modo particolare da parte di coloro che erano miei coetanei e colleghi, oltre ai tipici commenti  quali “Ma questa cosa ci fa qui? Che ruoli potrà mai fare? Mica Giulietta può essere nera?”. Con questi presupposti non mi stupisce pensare che molti rinuncino ad affrontare questo tipo di percorso. E’ un discorso che non riguarda solo il colore della pelle, quanto a standard a cui siamo chiamati a rispondere; dalla modella alta almeno un metro e ottanta, alle lauree necessarie per ottenere un posto di lavoro.

politicamente corretto Ariel

Ogni qual volta mi veniva offerto il ruolo di protagonista, l’oggetto di discussione non era mai il mio talento. Il motivo  è sempre stato il colore della pelle che non corrisponde all’immaginario che si ha di un determinato personaggio. Al di là delle scelte artistiche opinabili per qualcuno, perché è davvero difficile da accettare il diverso? Un sacrilegio? Da piccola mai avrei potuto immaginare un film d’animazione come “La principessa e il ranocchio”. Poiché anche per me, l’idea di una bambina caucasica che si identificasse nell’immagine di una ragazza dalla pelle scura sarebbe stato “strano”, un controsenso. Ma nella realtà era la stessa cosa che inconsapevolmente facevo mentre la mia mente infantile si nutriva di favole di Biancaneve o Cenerentola. Ci furono discussioni quando si pensava ad Idris Elba per il ruolo del “nuovo” James Bond, post coloniale in rappresentanza dell’agente della nuova Inghilterra. Ancora più recente il caso del remake della Disney che vuole un’attrice nera come protagonista della favola di Christian Andersen, “La Sirenetta”. Scandalo. una sirenetta nera! Ma nemmeno lo stesso Andersen ha mai narrato che il granchio consigliere del Re Tritone, Sebastian, avrebbe improvvisato una canzone dallo stile caraibico, per convincere la giovane Ariel a preferire la vita sott’acqua piuttosto che sulla terraferma. Eppure, nessuno ha mai messo in discussione “In fondo al mar”(1989) patrimonio della memoria della maggior parte di noi, della nostra infanzia, ed è stato accettato così perché semplicemente è riuscita a catturare la nostra immaginazione.

Qualcuno potrebbe ribattere che queste sono farneticazioni di una persona che si è sentita vittima tutta la vita perché rimasta traumatizzata da piccola da alcuni bulletti di quartiere. Si sa, “so ragazzi!”. E questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. E’ una realtà presente. Questa presa di coscienza violenta, per alcuni forse anche disgustosa nasce da anni e anni di silenzi, di mancanze. Quando si tratta di una minoranza, per chi ne è escluso dal problema sei comunque tu che ti metti nella condizione di vittima, che non reagisci al sistema e ti limiti. In poche parole è colpa “nostra” se viviamo determinate situazioni.

Cosa c’è di sbagliato nel politicamente corretto?

Per quanto apprezzi lo sforzo di Hollywood di dare spazio a personalità che difficilmente ne avrebbero avuto accesso, non riesco a negare il fastidio sulla massiccia rappresentazione delle “minoranze” come vittime, non abbia fatto altro che intensificare come viene percepito il problema. Ecco il politicamente corretto che non ho potuto non  fare a meno di trovare scontata dall’ondata che ne è seguita da 12 anni schiavo, Django Unchained, Lincoln, The Butler e altri film grandi di successo tra il 2012 e il 2013 hanno comunque  “invaso” i grandi schermi di tutto il mondo. Infatti, inutile negare come gli stessi interessi commerciali però stiano portando la questione del political correct ad un nuovo livello. Oggigiorno molti sono i personaggi che vengono totalmente stravolti alle sceneggiature totalmente ripensate per rispondere alla necessità di avere tutti rappresentati: le minoranze razziali, la comunità LGBTQ+, le donne ecc.. Per quanto qualcuno possa trovare questa scelta disgustosa, mi chiedo se da una parte si è capito il perché il mondo dell’intrattenimento si stia reinventando. Forse siamo solo noi a non essere pronti.

Django politicamente corretto

Si parla di censura creativa quando nello stesso momento si preferisce relegare il ruolo dell’attore nero nel giocatore di basket, nel rapper, nel ragazzo della strada, in quello che almeno una volta si è fatto qualche anno in prigione o lo schiavo realmente esistito di qualcuno che è riuscito a liberarsi. Il caos portato dalla nascita di movimenti per i diritti umani e civili sembra essere stata la scusa necessaria per cui questo cambiamento sta avvenendo. E i cambiamenti si sa urtano e sono difficili da accettare. E’ giusto o è un’esagerazione? Davvero è una questione razziale ? Non a molti è andata a genio questa presa di posizione da parte dell’industria dell’intrattenimento. Ma per quale motivo davvero? Da così fastidio vedere il mondo reinterpretato? I cambiamenti urtano sempre ma mai come questa volta sul web ho visto scatenarsi una vera e propria rivolta. Ciò che possiamo osservare capitare nel mondo dei videogiochi e dell’intrattenimento è senz’altro un evento senza precedenti, non solo per gli eventi accaduti ma per le reazioni che ne sono scaturite. La realtà della questione razziale è un problema che per quanto lo si voglia o meno è principalmente di natura politica. La nascita di movimenti come il Blacks Lives Matter nascono proprio dall’esigenza delle minoranze di essere riconosciute nella società.

Daniel Kaluuya

A marcare le differenze sociali misto al dilagare dell’ignoranza delle persone, sono anni e anni di politiche sature di compromessi e interessi a danno di chi non ha influenza ma viene sfruttato come risorsa all’occorrenza. E’ la solita guerra tra poveri che si perpetua. Sia che si tratti di temi come l’immigrazione o discriminazione. Ci sarebbe molto altro da dire al riguardo ma al di là della mia esperienza personale c’è chi meglio può descrivere il delicato sistema sociale in cui siamo immersi. Il contesto socio culturale e politico in cui siamo nati influisce per la maggiore sulle idee e pensieri che costruiamo. Il mondo dell’intrattenimento, in primis, si è fatto da portavoce di questo genere di questioni sociali come modo per denunciare e se vogliamo, portando ad una sorta di nuovo livello di coscienza il pubblico. Basti pensare all’impatto che hanno avuto film come Indovina chi viene a cena. Dalla sua uscita nel 1967, si può osservare quanto tutt’ora oggi in film come BlacKKKsman (2018), la presenza di attori neri è ancora giustificata dal tema razziale. Prima di vedere diffondersi la fierezza che emerge in opere come Black Panther(2018) sembra che ci vorrà ancora del tempo prima che diventi la normalità.

Bisognerebbe forse tornare a guardare davvero il mondo attraverso gli occhi dei bambini, per concentrarsi su ciò che è davvero bello, che stimola la fantasia. Un’opportunità di espandere le proprie convinzioni con la consapevolezza della bellezza attorno a noi, rinunciando all’idea del politicamente corretto che ci sta corrodendo. Realtà utopica, una considerazione infantile e scontata per certi aspetti, ma che nella mia ingenuità da ventenne non sa cosa può riservare davvero il futuro.

El Camino

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