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Il Collezionista di Carte

Il Collezionista di Carte Recensione: il gioco d’azzardo come specchio dell’anima

Il Collezionista di Carte (alias The Card Counter, titolo originale decisamente più corretto) di Paul Schrader è stato presentato alla 78ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola è inoltre disponibile nelle sale cinematografiche italiane dal 3 settembre grazie a Lucky Red. Nel ruolo di protagonista abbiamo Oscar Isaac, un attore che non ha alcun problema a lavorare con autori indipendenti (proprio come in questo caso) e con le grandi major come Disney.

La pellicola racconta la storia di William Tellich, il quale si fa chiamare William Tell (proprio come il celebre eroe svizzero) per celare la propria identità. Ex militare con non pochi problemi con il suo passato egli trova nella routine e nel gioco d’azzardo una valvola di sfogo e una via per la redenzione.

Nei tavoli da gioco dei casinò conosce Cirk (Tye Sheridan) e La Linda (Tiffany Haddish). Il primo è un ragazzo che ha abbandonato gli studi e vuole vendicare – e vendicarsi – il padre suicida a causa degli abusi psicologici di John Gordo (Willem Dafoe), un capo militare che maltrattava i sottoposti. La seconda è una finanziatrice che vorrebbe far guadagnare tanto il nostro protagonista. Egli, per sua stessa ammissione “si accontenta di poco”, nonostante le incredibili capacità da contatore di carte.

Il Collezionista di Carte è un film complesso, dalle tante chiavi di lettura: non è sicuramente un’opera per tutti, ciononostante la visione è più che consigliata perché, narrando della vita e dell’anima, parla a ciascuno di noi. Di seguito trovate il trailer del lungometraggio.

Il gioco d’azzardo, la vita, come una routine

Diciamolo subito, chi non è avvezzo al gioco d’azzardo, alle carte, al blackjack e al poker inizialmente potrebbe sentirsi come un pesce fuor d’acqua. Il Collezionista di Carte ci prova in tutti i modi a spiegare come funzionano le cose tra percentuali, punti, regole e termini tecnici. Ci riesce? Parzialmente: fortunatamente William però, con delle frasi – rigorosamente in voice over – dà allo spettatore la possibilità di comprendere le carte e dunque la sua vita.

A William piace il carcere e il poker. Egli ci spiega il motivo: sono ambedue una routine. Da galeotto ha imparato a contare le carte e ai casinò è un campione. Paul Schrader, regista che fa dell’immagine il fulcro della narrazione, ci mostra i ricordi del protagonista in cui le prigioni sono – o meglio diventano – circolari grazie all’uso di lenti grandangolari e anamorfiche. Una circonferenza (simbolo dell’eterno ritorno dell’uguale) proprio come una roulette del casinò. La roulette è la scommessa migliore per i principianti: 47,4% di probabilità di vincere se si scommette sul rosso o sul nero “vinci e te ne vai; perdi e te ne vai”.

Il Collezionista di Carte

Una frase apparentemente didascalica che serve però per comprendere il senso trascendentale della redenzione e dell’esistenza: i due temi cardine della poetica del regista e dei suoi cineasti ispiratori (Ozu, Bresson e Dreyer). La redenzione e l’ossessione per essa spingono William a voler aiutare Cirk. Il protagonista è un uomo condannato all’eterno ritorno – proprio come le prigioni deformate sopracitate – che, per espiare le sue colpe, sfrutta tutte le conoscenze pregresse per una routine: una partita di poker, alias la vita (sua e degli altri). Inoltre, il giocatore d’azzardo è colui che, a prescindere dalla vittoria o dalla sconfitta, è destinato a tornare ai tavoli da gioco.

Ecco dunque che si manifesta il “vinci e te ne vai; perdi e te ne vai”. Il successo della redenzione non è scontato, può capitare un imprevisto. Proprio come il river del Texas Hold’em (la quinta carta del tavolo), una carta che “può trasformare una mano vinta in una mano persa”. A prescindere quindi dal risultato, il finale sarà il medesimo: “te ne vai”. Inevitabilmente, Schrader, riprendendo la lezione bressoniana (e del cinema europeo tout court), non spettacolarizza mai nulla nel lungometraggio.

Il Collezionista di Carte sembra un mix tra un noir anni ’40 (anche se a colori) e un thriller scorsesiano (i due hanno collaborato per Taxi Driver), dove però lo spazio e le immagini devono rappresentare uno status quo in ebollizione. Ed è qui che il cineasta prende le distanze dal cinema di Martin Scorsese; il regista di Little Italy concretizza la tensione in una sparatoria (ad esempio in Casinò, film che ha diversi punti in comune con Il Collezionista di Carte), Schrader invece lavora per sottrazione e lascia fuoricampo il climax proprio come Bresson.

“Il Collezionista di Carte è un film dalla sceneggiatura imperfetta come la vita”

Paul Schrader, oltre a dirigere, scrive la sua opera. Il Collezionista di Carte è un film dalla sceneggiatura imperfetta come la vita, colma di idee brillanti, ma anche di momenti devastanti. Attraverso non-detti – che possono essere colti solo da chi conosce il mondo delle carte – il regista-sceneggiatore parla dell’anima di William Tell. Le Bicycle sono le carte più comuni negli Stati Uniti e nel film ovviamente non mancano. Ciononostante quando egli impara a contarle (in carcere) non utilizza questo modello. Torna il tema della routine persino nelle carte: ai tavoli ci sono sempre le Bicycle e, oltretutto, ognuna delle 52 carte da gioco è uguale alle altre se vista di dorso (una sorta di fuoricampo interno) e non di faccia.

Le carte sono tenute e mosse da personaggi (o persone). La Linda muove le carte e smuove le acque del personaggio principale. Come una femme fatale del sopracitato noir anni ’40, si presenta elegante con occhiali da sole, mentre osserva con attenzione William. Ella colpirà immensamente il nostro protagonista. Ed è qui che sorge uno dei pochi problemi (forse l’unico) della pellicola. Manca il pathos e non c’è un reale momento in cui lui si senta ghermito fino in fondo da La Linda.

Il Collezionista di Carte

Curioso inoltre notare che nel film, spesso, i dealer sono donne in una pellicola in cui il genere maschile è preponderante e opprimente. Difatti, è La Linda che, esattamente come una dealer, dà le possibilità a William di vincere: redimersi. È colei che servirà il river la carta che “trasforma una mano vinta in una mano persa o viceversa”.

Un Oscar Isaac sublime

Per concludere, non si può non parlare di chi ha impersonato William Tell. Oscar Isaac, costantemente in sottrazione, recita la parte di una persona psicologicamente instabile. Senza eccedere quindi in interpretazioni espressionistiche, l’attore lavora con gli occhi: come un giocatore di poker lo vediamo di continuo (quindi anche lontano dai casinò e dai tavoli) con la cosiddetta “poker face”.

Anche in questo caso quindi Schrader e Isaac collaborano perfettamente nel descrivere la vita (la quale viene affidata alla Provvidenza come recita il tatuaggio sulla schiena di William) come una routine, una costante che si ripete, una partita di poker. La partita però è composta da tante mani. Finita una ne inizia un’altra finché il giocatore non vince e se ne va, altrimenti perde e se ne va. Il risultato è sempre lo stesso, ancora l’eterno ritorno dell’uguale.

The Review

8
Il Collezionista di Carte

Conclusione

Il Collezionista di Carte di Paul Schrader è un film eccezionale che racconta la vita come una routine, una partita di poker. Con un Oscar Isaac in forma smagliante nei panni di William Tell, la pellicola mostra, attraverso una regia che si pone a metà tra il classico e il moderno, una storia di redenzione. Peccato per il mancato approfondimento di La Linda; un capolavoro mancato.
El Camino

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