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Cinema

Il cinema in crisi: quale sarà il futuro delle sale?

Il cinema in questo momento storico sta affrontando una crisi senza precedenti, accelerata dalle dure restrizioni per prevenire la diffusione del Coronavirus. Tra i molti problemi emersi, oltre alle produzioni ferme e il conseguente stop di figure professionali del set (dalle star, registi e sceneggiatori fino ad arrivare agli operatori, macchinisti, assistenti di scena e molti altri ancora), in particolare quello che in questi mesi di lockdown è messo in discussione continuamente è la fruizione stessa della settima arte, che si sta sempre di più staccando dalla classica visione nel luogo fisico per incontrare nuovi lidi, digitali e streaming perlopiù. Nonostante la situazione sale sia diversa da Stato a Stato, il dato più allarmante è da intravedere nei ritardi delle varie release della stagione: lo abbiamo visto recentemente, infatti, con No Time to Die, 25esima pellicola della saga di James Bond, la cui uscita è stata spostata ad aprile 2021 (praticamente un anno dopo del rilascio previsto) e la medesima sorte è toccata anche a Dune (in arrivo ad ottobre 2021), The Batman (farà capolino a marzo 2022) e molti altri esaustivi esempi.

Cinema 1

Il nostro editoriale non vuole assolutamente limitarsi ad un elenco infinito di rimandi (che fanno male al pubblico, al cinema, alla critica e agli operatori) e nemmeno analizzare la situazione sale dei vari mercati internazionali (ogni Paese vive la questione in maniera differente). L’obiettivo che ci prefiggiamo è intelaiare un discorso in generale, passo dopo passo, che mette in evidenza il ruolo ahimè piuttosto decadente della fruizione fisica della pellicola, sottolineando come la chiusura dei cinema a causa della pandemia sia solo un ultimo tassello di un processo già avviato qualche anno fa e che trova probabilmente la sua più significativa espressione nel gioco forza delle piattaforme streaming, che hanno una parte fondamentale nelle dinamiche.

Il lockdown come miccia d’innesto

Per avere un quadro d’insieme il più esaustivo possibile bisogna partire dalla creazione delle piattaforme streaming, che hanno mescolato pesantemente le carte in gioco nel discorso. Difatti Netflix e Amazon Prime Video (seguite poi da poco da altri nuovi dispositivi on demand come Disney Plus, Apple TV + e molte altre) fin dagli albori, hanno proposto molti contenuti come serie televisive e pellicole (sia prodotti dai loro studios, quindi originali, sia titoli usciti già in sala o su altri canali) al prezzo di un abbonamento mensile. Con questo sistema si è ridotto drasticamente il costo di fruizione della settima arte, che con un prezzo irrisorio, può essere vissuta comodamente da casa, sui nostri dispositivi preferiti. È chiaro che non è la stessa cosa godere di un lungometraggio su una poltrona di un cinema e invece farlo sullo schermo di un televisore o tablet, ma come sostengono molti registi, filmaker e altri operatori dello spettacolo, il cardine dell’esperienza cinematografica è il contenuto.

The Irishman

L’ultima opera di Martin Scorsese, arrivata direttamente su Netflix e in qualche sala.

I due sistemi sono quindi profondamente diversi e nonostante le piattaforme on demand non sostituiranno mai e poi mai il calore di una proiezione al buio, l’aspetto che più risalta è l’ingente risparmio economico, considerando il costo dei biglietti sempre più proibitivo, specialmente negli Stati Uniti. Se già questa situazione aveva messo in discussione in maniera importante le sale, la stilettata finale è arrivata negli ultimi due anni, quando i colossi dello streaming hanno accolto a braccia aperte tutti gli artisti che avevano difficoltà nel trovare delle produzioni e non stiamo parlando di nomi piccoli, ma di Martin Scorsese, Spike Lee, Noah Baumbach, Charlie Kaufman e molti altri ancora. Il risultato? Netflix e co. sono diventate delle isole felici che raccolgono sotto la propria ala i più disparati talenti di Hollywood al servizio degli abbonati con opere autoriali di peso. E basta questo per chiedersi effettivamente se il lockdown è stato un colpo improvviso o al contrario una miccia d’innesto che ha esacerbato gravemente un processo già in atto da tempo.

Massimiliano Meucci

 

Riallacciandomi a quanto detto da Massimiliano, effettivamente negli ultimi anni abbiamo riscontrato numerosi esempi della decadenza del ruolo delle sale, soprattutto nel mercato italiano. Dopo un grande successo nel 2014 di Smetto Quando Voglio ci si aspettava buoni incassi per i due sequel usciti nel 2017. Come ben sappiamo così non è stato e la trilogia firmata da Sibilia è tutto sommato leggera. Dopo la vittoria agli Oscar di Guadagnino con Chiamami col Tuo Nome, Suspiria avrebbe dovuto bissare e invece ha floppato. Il Primo Re idem, nonostante poi, grazie alla vendita dei diritti, sia tornato in pari e Matteo Rovere abbia prodotto, scritto e diretto Romulus – che è una serie televisiva però, non un film destinato al cinema.

Ma quindi le sale spariranno?

Per rispondere a questa domanda, secondo noi, bisogna prima chiedersi, in base ai dati del Box Office forniti da Cinetel, “Ma ci andiamo ancora in sala?”. Tolti i cinefili incalliti e i giovani dai 18 ai 24 anni, al cinema non ci va praticamente più nessuno. La prova? I tre lungometraggi più visti nella settimana dal 7 al 13 settembre sono After 2 (1,3 milioni di euro), Tenet (1 milione) e Break The Silence – The Movie (381 mila euro). Quest’ultimo era un film evento di solo quattro giorni sui BTS, la band K-Pop che va di moda tra i ragazzi – non certo tra gli adulti. Insomma, in sala si va poco. Le persone post-lockdown non voglio andare più nei cinema; ancor meno di prima. Perché? Un mistero: probabilmente le mascherine danno fastidio e/o il pubblico si sente insicuro nonostante tutte le misure adottate.

Sale Cinema

Secondo noi le sale non spariranno, ma rimarranno solo per pochi film. Probabilmente le pellicole diventeranno dei veri e propri eventi da seguire rigorosamente di fronte ad un proiettore. Tenet (qui trovate la nostra recensione), che piaccia o meno, è uno spettacolo al cinema! Il sonoro e la spettacolarizzazione visiva caratteristica dello stile di Nolan sono tutta un’altra cosa al cinema piuttosto che a casa. Insomma in parole semplici, saranno i blockbuster il futuro delle sale, mentre “le opere più impegnate” si sposteranno sulle piattaforme. Negli ultimi anni molti autori famosi si sono affidati a Netflix e ad Amazon, come già menzionavano in precedenza. Per fare qualche nome: Martin Scorsese, Alfonso Cuarón, Noah Baumbach, Steven Soderbergh, Woody Allen, Alex Garland, Luca Guadagnino hanno accettato di “passare al lato oscuro”. Altri registi cinematografici, invece, hanno sperimentato nell’ambito televisivo grazie a questi servizi: Refn, Fincher, ancora Allen e Chazelle.

Enrico Baccilieri

I Festival del cinema tra presente e futuro

Se da un lato il medium cinematografico continua ad adattarsi difficoltosamente alle nuove tecnologie di fruizione, dall’altro persiste ancora una realtà di cinema che occupa un proprio spazio riservato: i Festival internazionali. La formula in questione venne inaugurata a Venezia del 1932, con il provvisorio nome di Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica e da lì in poi iniziarono a nascere un gran numero di eventi festivalieri in varie città come Roma, Cannes, Berlino, Toronto, Seattle ecc. Nella sfera del cinema popolare i Festival si sono inseriti sempre con una identità ben riconoscibile e con l’obiettivo di voler proporre un tipo di film raffinato, che non avrebbe incontrato i gusti dello spettatore medio. Non è un caso che la formula abbia prosperato maggiormente in Europa (il continente delle avanguardie e della politique des auteurs) e negli Stati Uniti abbia sempre fatto molta fatica ad affermarsi pienamente (emblema dello star sytem e mayor). Con il passare del tempo lo scarto tra il consumo di pellicole quotidiane del pubblico e quello all’interno delle kermesse è sempre più marcato.

Festival di Venezia

Nel 2016 Federico Chiacchiari ha dichiarato che il Festival sta diventando sempre più un museo del cinema del presente, una realtà che racchiude in sé la purezza di un’arte. Questa definizione ci porta a riflettere ancor più intensamente sul prodotto cinematografico contemporaneo, vi sono infatti alcune pellicole che si riconoscono pienamente (come Taxi Teheran di Panahi) nel solo spazio di una sala. Come reagiscono dunque quei registi legati per lo più ai festival cinematografici in una modernità in cui stanno nascendo sempre più forme digitali di visione? La risposta può essere individuata in Lav Diaz, regista filippino vincitore nel 2016 del Leone d’Oro a Venezia. Il filmaker, con la maggior parte dei suoi film dalla durata di 6’,7’, 10’ ore, si mostra come un autore che non vuole trovare una distribuzione canonica e che si allontana dal linguaggio delle piattaforme streaming.

L’arte è veramente libera. Io non credo all’idea di sedersi in una sala per due ore e assistere a una storia compressa in un tale periodo di tempo. Il cinema può essere qualsiasi cosa. I miei film non sono più fatti appositamente per la sala. Li puoi guardare là, nelle strade o… in aereo!

Se tutto questo può essere visto come una realtà contemporanea, come sarà la situazione futura, prendendo in considerazione il fatto che il Coronavirus sta limitando l’esistenza stessa dei Festival? Molti di questi hanno respinto l’ipotesi di svolgere un evento in modalità digitale, rifiutando di cambiare la loro natura originaria. Cannes è stato uno di questi, non volendosi piegare al virus e alle sue limitazioni, ha deciso di non realizzare l’edizione 2020. Venezia, invece, ha scelto di mandare avanti comunque la kermesse in formato fisico, con le dovute restrizioni. Detto questo, i Festival secondo me non cederanno mai ad una trasformazione in digitale, ma rimarranno nella loro forma, cercando solo di adattarsi ai cambiamenti.

Lorenzo Celesti

 

La risposta delle piattaforme streaming

Scendiamo nel dettaglio sulla situazione delle major: una delle risposte più veloci e significative alla difficoltà di distribuzione dei prodotti cinematografici è stata proprio quella delle piattaforme streaming, che sono state utilizzate dalle maggiori case di distribuzione per pubblicare alcuni dei titoli precedentemente destinati alle sale. Infatti, con le sedie dei cinema vuote per mesi, sono state molte le grandi company che hanno deciso di puntare tutto su questa nuova realtà, un mondo ancora poco esplorato che soprattutto nel corso della pandemia è riuscito a diffondersi nelle abitazioni di tutti, raggiungendo un numero ancora più elevato di spettatori.

Mulan

Da Universal Pictures (che lo scorso aprile ha rilasciato, in Home Première, Trolls World Tour, il sequel del musical d’animazione di Dreamworks Animation del 2016) al discusso caso di Mulan, che ha visto l’operato Disney come casus belli di numerose proteste messe in moto da parte dei consumatori e dei lavoratori del settore, il cinema come lo conosciamo ha subito una forte trasformazione, e nel giro di pochi mesi è stato messo in discussione tutto ciò che, fino ad oggi, era considerato normalità. Molte piattaforme hanno deciso di ricorrere al concetto di “noleggio”, molto affine soprattutto al target che ricorda con il sorriso i tempi di Blockbuster, attraverso cui sarebbe possibile, pagando una cifra extra oltre all’abbonamento mensile, ricevere l’accesso ad alcuni titoli che, per motivi di forze maggiori, non sono riusciti ad arrivare in sala. Per un settore incentrato principalmente sul rilascio costante di nuovi prodotti, e in cui l’unica altra possibilità dei distributori è di rimandare i lungometraggi in attesa di una risposta al problema, i dispositivi streaming si sono rivelati un ottimo sistema per contrastare l’incertezza che sta attanagliando l’industria e che, in un modo o nell’altro, sta colpendo indiscriminatamente tutti.

Elisa Farina

Il futuro del cinema sarà digitale?

È impossibile fare una previsione precisa o, forse, abbiamo paura a farla. Per cercare di capire qualcosa di più a riguardo, è necessario ripercorrere l’evoluzione più recente del cinema. La “rivoluzione” è stata fatta da Netflix, questo è piuttosto chiaro. Un sito che distribuiva videocassette e DVD direttamente a casa, un semplice distributore, un giorno, ha deciso di voler imitare il cinema e la televisione, rendendosi però più abbordabile e più a portata di tutti. Pian piano si è trasformata in una casa cinematografica, producendo da sé le proprie pellicole. Lentamente è diventata sempre più grossa: la chiave del suo successo? La fruibilità. Grazie ad internet, Netflix ha creato una piccola settima arte “da portar via”, tascabile, sempre con noi, ovunque, un po’ come è stato per gli ebook. All’improvviso, in America e in Italia hanno cominciato a spaventarsi, quando alcune produzioni netflixiane hanno fatto capolino alle porte di grossi eventi del settore come il Festival di Venezia o gli Oscar. Pensateci: all’inizio era uno scandalo che film non distribuiti al cinema potessero partecipare. Poi la company americana ha iniziato a vincere dei premi. Nonostante se ne continuasse a parlare in maniera negativa, ad un certo punto era innegabile che i lungometraggi e i corti fossero di un certo spessore. Pensate a Roma. Niente più da dire, se Cuaron vince il Leone d’Oro. La qualità del suo lavoro è incommentabile, ma certo i giornali hanno ancora qualcosa da dire: “Netflix mette in difficoltà le sale!”. Ebbene, questo può essere vero, ma si tratta della normale evoluzione dei fatti.

Cuaron

Cuaron vince con Roma a Venezia. E niente è stato più come prima…

Molti più registi importanti adesso si rivolgono al popolo dello streaming, perché immensamente più grande. E questo accade perché Netflix e le piattaforme successive hanno reso possibile il sogno di molti: rendere l’arte e il cinema un bene primario. Pensateci: non tutti hanno modo di andare ogni settimana in sala o nei musei. Sono esperienze uniche e per lo più occasionali. Pensate al lockdown. Cosa avremmo visto, se non ci fosse stato lo streaming? La verità è che questa è una discussione che va avanti da molto più tempo di quello che crediamo. Quando la televisione cominciò ad esserci in tutte le case, ci fu esattamente lo stesso dibattito. Il problema è che l’essere umano agisce per semplificarsi la vita, in ogni suo particolare. Adesso le produzioni fanno a gara per accaparrarsi un posto nel mondo dell’intrattenimento on demand. Disney ha creato un’intera piattaforma per sé stessa. Una mossa molto intelligente: quante volte vostra madre vi ha messo davanti ad un cartone animato e quante invece vi ha portato al cinema, quando eravate piccoli? Si tratta di vera e propria praticità.  Non è da vedere necessariamente come un aspetto negativo. Certo, per molti “Netflix and chill” è diventato un appuntamento romantico, ma la grandezza della settima arte rimarrà tale, così come è accaduto quando è nata la TV. La sala non scomparirà mai del tutto, ma per tutte queste caratteristiche, sara sicuramente sempre meno frequentata e non c’è modo di contrastare ciò. Rimarrà agli appassionati, a chi ne ha una possibilità, ai fandom che amano vedere i film in comunità, agli eventi eccezionali. Le uniche sale che possono davvero competere al momento, perché danno qualcosa che lo streaming non potrà dare mai, sono quelle in 4D. Forse è questa, la via di salvezza.

Claudia D’Amico

El Camino

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