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House of Gucci

House of Gucci: il dibattito non-critico attorno al film (e non solo) sui social

Il titolo dell’articolo è una semplificazione. Lo chiariamo fin da subito: ciò che segue sono opinioni strettamente personali ricavate da “dibattiti” – le virgolette ci sono perché sarebbe meglio chiamarli “monologhi che vengono ascoltati da platee che rispondono a loro volta con ulteriori monologhi” – non critici (va detto; anzi, gli elogi più stimolanti e le più belle stroncature le ho lette da grandi professionisti del settore) attorno ad House of Gucci e non solo. Dunque, le opinioni sono mie e solo mie, il resto della redazione di MonkeyBit non è detto che condivida quanto segue.

Nel mese di dicembre (ma ancor prima a novembre) sono usciti due dei tre film protagonisti di queste righe: il sopracitato House of Gucci di Scott e Don’t Look Up di Adam McKay. La terza pellicola in questione è The French Dispatch di Wes Anderson, uscito nelle sale lo scorso 11 novembre.

In comune, di filmico, queste opere hanno ben poco, mentre nell’extrafilmico sono stati colpiti da deliri social che mi hanno sconcertato. Nel mio piccolo, seguo su Facebook diversi gruppi cinefili – sarebbe meglio chiamarli misocini, termine coniato da Roy Menarini – e diversi critici cinematografici. Se dei secondi, come detto in precedenza, non posso davvero dire nulla, è stato scritto e si è detto, nel bene e nel male, di tutto attorno al trittico di film, rigorosamente con gentilezza e pacatezza nonché umiltà; sui primi c’è tanto da (ri)dire.

Ora, al di là dei giudizi sulle opere (per chi scrive sono tutte bellissime, House of Gucci addirittura un capolavoro), ciò che mi turba è la mancanza di rispetto del prossimo, delle pellicole e last but not least del linguaggio utilizzato. Se volessi, potrei essere il primo a dare i criteri e le argomentazioni per stroncare l’ultima fatica di Scott, invece ne ho lette di cotte e di crude come si suol dire. Ma andiamo con ordine.

House of Gucci

Il film di Scott è un’opera particolare: la classica che solo un cinefilo può realmente apprezzare. Intendiamoci: è un film kitsch, sgraziato, cafone, in taluni passaggi un teen movie pessimo. Ma dietro tutto questo vi è una forte critica al brand, al capitalismo, alla teatralità inter familiam fatta di sotterfugi, e al mondo contemporaneo. Ecco dunque spiegate le immagini (di un pubblicitario, ricordiamolo) teatrali e contraddittorie che ci sono. Un pessimo gusto dunque che fa il giro e diventa perfezione dell’imperfezione, grazia sul e del disordine contemporaneo, nessuna presenza di elementi con il cognome del brand nel brand. L’antitesi è l’arma del film: un’arma a doppio taglio che può, giustamente, piacere come non piacere.

Ed è qui il fulcro della discussione: da uno spettatore occasionale mi aspetto la stroncatura condita con qualche francesismo. Mentre invece, nel dibattito cinefilo, mi aspetto – forse sono io che pretendo troppo, direte voi lettori – una discussione sul linguaggio cinematografico adottato da Ridley Scott (il regista di Alien e Blade Runner, non è proprio l’ultimo arrivato) e sul film. Invece cosa abbiamo (leggasi: ho) letto?

Youtuber molto importanti e affermati come Victorlaszlo88 che dice, cito: «non mi capacito di come [Ridley Scott ndr.] possa essersene uscito nel giro di pochi mesi con The Last Duel e poi con questa rottura di cogli*ni insensata di film». E non sono state parole velenose scappate in un flusso di coscienza in video, in tal caso l’avrei giustificato, ma anzi sono parole scritte sul suo profilo Instagram pubblico.

House of Gucci

Sul fronte Facebook non siamo messi meglio, anzi. Il massimo dell’argomentazione critica che ho letto sono stati i meme come “It’s ame Paolo Gucci”. Sempre da cinefili, lo ricordo e ripeto a scanso di equivoci. Se tutto questo lo facesse uno spettatore che non segue il cinema non mi stupirei e, se venisse biasimato da critici e/o cinefili, sarei il primo a difenderlo a spada tratta.

Non si pretende, sui social, un dibattito critico (non è il luogo, né il medium adatto), piuttosto si chiede il rispetto per gli altri, per le opere e per chi ci ha lavorato. Nel caso di House of Gucci, non sono mancati gli ennesimi insulti a Jared Leto e gli altrettanto ennesimi “Lady Gaga deve continuare a fare solo musica”. Niente male insomma.

Don’t Look Up

Don’t Look Up è il classico film che, per la sua natura folle e per la sua distribuzione casalinga (lo trovate su Netflix), permette a tutti di dire la loro. Il che, ovviamente, non è un problema: lo diventa quando si critica il lungometraggio per la sua essenza. Mi spiego: se io dicessi che Cantando Sotto La Pioggia è un musical pessimo perché si canta e si balla, starei dicendo un’idiozia. Non si può criticare un musical per il suo essere musical. Ecco, questo, fatte le dovute e debite proporzioni, è ciò che è accaduto nel “dibattito” attorno a Don’t Look Up.

La pellicola di McKay è una satira politica e piuttosto forte. Senza fare spoiler, nel film c’è Meryl Streep che interpreta la Presidente degli Stati Uniti d’America, la quale, oltre ad essere macchiettistica (com’è giusto che sia), è una che, pur di racimolare voti in campagna elettorale, dice che tutto è il contrario di tutto: nasce dunque un relativismo deleterio per lei e il pianeta.

House of Gucci

È evidente che si sta gentilmente prendendo in giro Donald Trump. Infatti nessuno nella mia bolla social ha detto il contrario. In compenso però, si è detto che ‘sta roba è già stata fatta da Griffin, South Park e Simpson. La comicità da sempre è complice nel criticare e lanciare frecciatine al potere; che senso ha dunque criticare Don’t Look Up per il suo essere satirico? Nessuno, anzi avrebbe senso, delle due, criticare il ritmo discontinuo dell’opera (cosa che è stata fatta), ma non discutere i personaggi macchiettistici o perché “è roba già vista”. La satira si fonda sul prendere in giro ciò che vediamo tutti i giorni anche e soprattutto attraverso l’uso di caricature.

Se ragionassimo sempre seguendo questo discorso, il comico più bravo è il primo che arriva e capite bene che mi pare abbastanza assurdo come ragionamento.

The French Dispatch

L’ultima fatica di Wes Anderson (qui trovate la nostra recensione), regista che divide parecchia cinefilia, è un film su cui ho letto (sempre nella mia bolla social) ciò che, personalmente, più detesto quando si parla di film d’autore. Anche in questo caso il film può tranquillamente essere stroncato: quello che conta sono le argomentazioni e, ancora una volta, il modo in cui vengono esposte. L’odio che ho letto attorno a questo film è stato veramente insostenibile: qualcuno, senza alcun ritegno, ha colto l’occasione per ribadire che Anderson è un regista mediocre perché, come sempre, scrive e dirige in modo autocompiaciuto.

Non mi dà fastidio la cosa detta; è vero: Anderson nuota nell’oceano delle sue ossessioni. Mi infastidisce invece il modo di fare molto più pretestuoso e pretenzioso (toh, le due cose che vengono criticate solitamente ai film di Anderson!) in cui l’autocompiacimento di un autore diventa pregio e/o scelta stilistica nonché poetica dell’autore, quando quest’ultimo ci piace; invece se l’autore non piace – come ad esempio il texano in questione – diventa difetto e unico motivo di stroncatura dell’opera. Fellini è spessissimo autoreferenziale. E menomale aggiungerei, eppure chi si sognerebbe mai di dire che Fellini è un pessimo regista o, ancora peggio, di criticareper la sua natura inevitabilmente autocompiaciuta?

House of Gucci

In conclusione devo fare una piccola confessione. Quando nell’introduzione ho scritto: “In comune, di filmico, queste opere hanno ben poco” ho mentito. In comune hanno una cosa: tutti e tre riflettono sull’immagine e sul valore che essa, oggi, ha. Pensiamo a Don’t Look Up, nel film l’immagine diventa contemporaneamente testimone (la cometa si sta per schiantare), motivo di accusa (l’immagine erotica privata inviata), motivo di lode estetica e non di lode sulle competenze (la performance della cantante interpretata da Ariana Grande non viene presa in considerazione nei commenti, piuttosto si preferisce scrivere viscidi commenti tossici sulla sua bellezza), meme ed infine un’arma (la pubblicità e la compostezza per provare a svegliare dal torpore mediatico i cittadini americani).

Spesso, anche da parte di chi scrive, si critica il cinema contemporaneo di essere fastidiosamente didascalico. Questi tre film nei loro stimoli migliori non sono didascalici e il risultato che si ottiene sono non-critiche da chi, in teoria, dovrebbe avere le capacità analitiche e teoriche per comprendere il testo filmico. Le interpretazioni di queste pellicole lasciano parecchio a desiderare in molti frangenti, ma ciò sono disposto anche a tollerarlo; quello che invece non tollero, né giustifico, è l’atteggiamento discriminatorio di cinefili competenti che dovrebbero essere i primi ad accendere, sostenere e stimolare il dibattito. Invece, paradossalmente, lo appiattiscono attraverso dei veri e propri deliri insostenibili e insopportabili. No ai demagoghi, sì ai film, naturalmente, anche i brutti. Soprattutto i brutti. Buon 2022.

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