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Hogwarts Legacy lontana dalla transfobia, o almeno speriamo

Negli ultimi giorni, questo termine purtroppo legato a una ennesima fobia spunta online in diverse notizie di attualità che vedono protagonista l’autrice del maghetto più famoso della storia dell’entertainment. Il tema è molto delicato, e come tale è importante capire fin dall’inizio di cosa si tratta, con le dovute premesse e aiutandovi a non (s)cadere in facili pregiudizi e congetture. Partiamo proprio da questa notizia: J.J. Rowling è stata accusata di transfobia per alcune sue dichiarazioni, portandola addirittura a essere esclusa dallo sviluppo del prossimo gioco appena annunciato nell’evento Sony PlayStation, Hogwarts Legacy. Ma cosa si intende per transfobia? Il significato è abbastanza immediato: la definizione che risponde a questo lemma nel dizionario recita “Avversione ossessiva nei confronti dei transessuali”. Abbiamo chiarito di cosa stiamo per parlare, e non sarà un viaggio facile. Ma sappiamo che ci accompagnerete, anzi proprio come direbbe la Rowling “a te, che sei rimasto fin proprio alla fine”. Ironia della sorte.

Transfobia e Hogwarts Legacy, i passi falsi della Rowling

Innanzitutto, facciamo un breve recap di quanto è successo in quest’ultimo periodo. L’autrice che ora ha pubblicato un nuovo libro dal titolo Troubled blood, il thriller che riprende alcuni fatti realmente accaduti, è letteralmente nell’occhio del ciclone, generatosi questa estate per via di alcune sue dichiarazioni poco felici. Era giugno, su Twitter, quando la donna che sforna nuovi libri sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith pubblicava alcune dichiarazioni poco felici, alle quali ha cercato di replicare così:

Questo è solo un tweet di risposta a quanto detto nei suoi confronti, ma le dichiarazioni che l’autrice ha espresso nei confronti della comunità transgender non sono state accettate di buon grado. Non è andata meglio con il suo nuovo libro, che ha portato alla resa virale dell’hashtag  #RIPJKRowling. Ma cosa ha raccontato in questo libro, per segnare addirittura la sua fine come autrice? Il serial killer di cui si parla è tale Dennis Creed, con il pallino del travestimento con abiti femminili per uccidere le sue vittime. Una scelta voluta e premeditata, o casuale e, come si suol dire, la casualità è diabolica?

Nell’articolo il critico afferma che «la morale del libro sembra essere: non fidatevi mai di un uomo travestito». Subito il profilo Twitter della Rowling è stato invaso da messaggi di followers che la accusavano di essere omofoba e transfobica, accendendo su di lei dei riflettori poco amichevoli.

Chiaramente, la sua collaborazione al nuovo titolo appena annunciato, Hogwarts Legacy, è stata inficiata da questi avvenimenti, tanto da spingere Warner Bros addirittura a dover “rassicurare” i fan che la donna non avrebbe avuto alcun ruolo in questo titolo. Ma come siamo arrivati a questo? Che la Rowling sia arrivata al capolinea del suo successo, o vale la famosa teoria “nel bene o nel male, purché se ne parli”?

Lontana dagli studios, lontana dai fan

Finora solo Hagrid, alias Robbie Coltrane, si è esposto a sostegno dell’autrice, a differenza di quanto fatto da attori più giovani della saga, tra cui Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint. Nemmeno le case di produzione si sono esentate dal prendere posizione, con i seguenti comunicati ufficiali rilasciati alcuni mesi fa. Soprattutto per allontanare la questione “transfobia” da Hogwarts Legacy. Warner Bros ha reagito così:

“Gli eventi delle ultime settimane hanno rafforzato la nostra risoluzione come compagnia che fronteggia le complesse questioni sociali.

La posizione della Warner Bros. sull’inclusività è ben consolidata, e la promozione di una cultura diversa e inclusiva non è mai stata più importante per la nostra compagnia e il nostro pubblico intorno al mondo.

Puntiamo molto sul lavoro dei nostri autori, che danno tutti se stessi nel condividere le loro creazioni con tutti noi.

Siamo consapevoli della nostra responsabilità nel promuovere la compassione e sostenere la comprensione di ogni comunità e di tutte le persone, soprattutto quelle con cui lavoriamo e coloro che raggiungiamo attraverso il nostro lavoro”.

Hogwarts Legacy

Non diversa la risposta giunta da Universal Studios, che hanno scelto una linea altrettanto diplomatica e più “generica”:

“I nostri principi comprendono diversità, inclusione e rispetto di ogni nostro ospite così come di ogni membro della nostra squadra di lavoro.

I nostri parchi a tema sono luoghi in cui le persone e le famiglie di ogni genere sono benvenute per divertirsi insieme. Oltre a ciò, non abbiamo altri commenti”.

Non tutti i videogiochi sono transfobici

Sembra dunque, allo stato attuale, che la questione della rappresentazione sociale e di genere nei videogiochi sia passata dal machismo e dalla presenza di “damsel in distress”, a quella di personaggi gay e trans. Inutile citare il fenomeno di review bombing scatenatosi tre mesi fa nei confronti di The Last Of Us 2, l’ultima fatica di Naughty Dog che ha visto una miriade di fans attaccare il titolo al giorno di lancio. Molto probabilmente senza averlo finito o addirittura acquistato. Motivo? La presenza di una relazione gay e della morte di uno dei protagonisti principali, incontrati nel precedente capitolo.

Siamo davvero arrivati a questo? Dobbiamo combattere costantemente per rivendicare le pari opportunità, prima nell’industria videoludica, poi tra il pubblico? Insomma, una volta il problema era la scorretta rappresentazione di genere nei videogames. Uomini fortissimi dovevano necessariamente salvare le damigelle, la controparte femminile che stentava a presentarsi sulle console come personaggio in grado di salvarsi da solo.

Da machismo a transfobia

Ora invece se le industrie vogliono salvaguardare qualsiasi categoria gender, a partire dal lancio di titoli che hanno saputo sferzare il panorama. Esempi arrivano da Dontnod con Life is Strange e il recente Tell Me Why. Il pubblico sembra invece voler minare le fondamenta di questo castello. Un castello di carta, o una costruzione solida e a prova di “scosse telluriche”?

Ci chiediamo quale sia la motivazione di questo comportamento da parte di chi non è direttamente incluso nella produzione. Semplice “bullismo” da parte del pubblico? Omofobia dilagante che si dimostra essere un fortino non ancora conquistato? Potremmo cercare di trovare una spiegazione in tutto questo come una “classica” paura del diverso? Ma anche qui, la reazione immediata sarebbe: diverso da chi? Ci viene da dire che la risposta sia semplicemente una: è questione di rispetto, questo sconosciuto ormai nel mondo contemporaneo.

Parlare di pari opportunità non è solo questione di superare la linea “uomo-donna”, ma va a prendere in considerazione anche la comunità LGBTQ+ ormai sempre più esposta alle discussioni attuali e alle notizie di cronaca. Il mondo dei videogames sembra essere pronto a prendere le distanze, come dimostra (anche) Hogwarts Legacy, dalla transfobia. Ma i suoi fruitori, i giocatori, sono pronti a recepire il messaggio?

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