MonkeyBit

È stata la mano di Dio

È stata la mano di Dio Recensione: il goal della consacrazione

È stata la mano di Dio, del cineasta italiano Paolo Sorrentino, arriva a tre anni di distanza dalle due parti di Loro, il film ispirato alla figura di Silvio Berlusconi che narrava le vicende professionali, politiche e private del Cavaliere e delle tante figure intorno a lui negli anni del tramonto del berlusconismo. Sorrentino torna con un nuovo film del tutto personale, che narra vicende molto vicine alla sua vita, sempre sul bilico di una incertezza pronta a tramutare in emozioni.

Si tratta di un autore che nell’angusto spazio di 20 anni quantificabili con 8 film e due stagioni di serie TV ha irrimediabilmente segnato il panorama cinematografico nostrano e internazionale, oltre che quello seriale. Questa capacità di imprimere il proprio stile alle sue opere lo ha reso uno degli artisti più polarizzanti in circolazione. Tanto il pubblico quanto la critica hanno assunto posizioni tutt’altro che omogenee nei confronti di Paolo Sorrentino, soprattutto a seguito della vittoria dell’Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera nel 2014.

Ma tutto questo non ha mai fermato il grande Sorrentino, che in tutti questi anni è sempre rimasto fermo nelle sue idee, sempre molto intrise di profonda sapienza e cultura. Egli ha una visione molto chiara del suo cinema e, anche se le influenze Felliniane sono palesi, non ha mai “copiato”, bensì attinto da quelli che considera i suoi massimi maestri. Ed eccoci qua, ancora una volta a parlare, nel bene o nel male, di un suo nuovo film!

È stata la mano di Dio: il maestro all’opera

La famiglia in Italia è un’istituzione sacra. Una dimostrazione in scala ridotta del cosmo, dove il caos e l’ordine avvengono in uno spazio di tempo molto breve, consecutivamente. È così che accadono gli eventi in È stata la mano di Dio, un susseguirsi di risate e lacrime, di gioia e dolore, di passione e serenità. La vita stessa. Il risveglio dell’amore attraverso una zia attraente e provocante o l’assistere ai litigi dei suoi genitori sono ricordi indimenticabili, che presenta con straordinaria sensibilità, non senza esperienze stravaganti.

Nella vita stessa ci saranno anche personaggi grotteschi, assurdi, ma con un tocco amaro di realtà. Perché questa è la vita, a volte tragica, a volte comica. Questo è ciò che il genio napoletano sembra trasmettere. Fabietto, il suo alter ego in È stata la mano di Dio magistralmente interpretato da Filippo Scotti, pronuncia una frase che sarà premonitrice. Quelle parole, pronunciate originariamente da Fellini, sarebbero la nascita della sua vocazione nel mondo del cinema. “Il cinema non serve a niente, ma almeno distrae dalla realtà”.

Inoltre, girare a Napoli dopo 20 anni, quando ha diretto il suo primo film L’uomo in più, è stato come tornare a casa per lui. Fu nella sua città natale che un grande idolo del calcio internazionale, Diego Armando Maradona, firmò per la squadra locale. Forse è stata la mano di Dio che gli ha fatto desiderare di assistere alla partita contro l’Inghilterra durante la Coppa del Mondo del 1986. Aneddoticamente, l’avvocato del calciatore stava considerando un’azione legale contro il film per la coincidenza del titolo con il goal “miracoloso” durante la partita.

È stata la mano di Dio

Qui, in È stata la mano di Dio, quella componente di cinismo e di sarcasmo con cui il cineasta napoletano affronta il suo cinema e le relazioni dei suoi personaggi, sia tra di loro che con il dialogo che instaurano con lo spettatore, è così diluito che sembra addirittura di avere a che fare con un sottotesto completamente diverso dal solito.

Tutto ciò, ouesto ovviamente, nonostante i tropi abituali del suo cinema e del suo sguardo: c’è quasi dolcezza, un amore per la realtà piuttosto che un amaro disincanto; c’è indulgenza e tranquillità dove c’era fuoco e artificio, una veste di speranza che avvolge le sue passioni più intime e chiuse come quelle per il calcio, il cinema, la famiglia ed il cibo, gettandole nel mondo di un film che è impossibile non sentire personale e commovente. L’opera tocca il cuore con una gamba storta, e lo fa come solo Sorrentino poteva fare: con un amore per il cinema e un po’ di cattiveria.

 “Lo sguardo onnipresente di Sorrentino abbraccia questa città caotica”

Esemplare è il modo in cui il film si apre, con una maestosa carrellata aerea della costa napoletana. All’inizio, la telecamera segue i motoscafi che navigano nel Mediterraneo, saltando da un’onda all’altra, poi si concentra sulle auto che percorrono il lungomare, e poi il teleobiettivo si perde di nuovo in un mare infinito. Lo sguardo onnipresente di Sorrentino abbraccia questa città caotica (le sue immagini, i suoi suoni) come se fosse un’altra persona amata e, in effetti, lo spazio (di dimensioni molto grandi) gioca ancora una volta un ruolo chiave nello sviluppo di un film che, come ci si può aspettare, aspira a obiettivi molto grandi.

E non c’è dubbio che in questo nuovo lungometraggio quello che succede nella storia, allo stesso tempo deve essere molto importante per il regista stesso, soprattutto perché si intravede lo sguardo realista e ancorato ai ricordi di un passato che lo ha segnato nella persona. Ed è bene che sia così, perché il cinema può essere anche un esercizio di intimità (condivisa) nel mettere in ordine il passato più personale. Infatti, in una scena particolare, la figura di un maestro del cinema dà lezioni al giovane protagonista sulle virtù della settima arte. Questo, sostiene, è uno strumento di evasione; uno strumento esageratamente deformante di una realtà insopportabile e deludente.

È stata la mano di Dio

Ogni situazione, ogni dialogo e ogni personaggio aspira a lasciare un’impressione duratura, sia sulla retina che nell’anima. Il film è impregnato di quella bellezza che viene amplificata dalle proprietà del grottesco e dell’effimero, immergendosi ancora e ancora nella mitomania. E c’è Diego, sullo sfondo, che allena i calci di punizione, inchiodando ogni tiro in porta.

E tutto è stimolante, ma allo stesso tempo desolante. Quello che si potrebbe definire l’Amarcord di Paolo Sorrentino è questo, un affresco iconografico colorato e spettacolare in cui l’autore cerca di dare un senso a quella nostalgia che rimane centro nevralgico della vita, a quella ferita che fa ancora male, a quella battuta che fa ancora ridere. È ieri, non come era, ma piuttosto come avremmo voluto che fosse. Perché forse non controlleremo mai il destino, ma controlleremo la sua storia. I miti (del calcio, del cinema, della nostra vita) sono costruiti in questo modo.

Stile e poetica Sorrentiniana

Quelle di Sorrentino sembrano fotografie dinamiche che vogliono riflettere più che raccontare, contemplare più che costruire narrazioni lineari. Un cinema quasi immobile che per certi versi assomiglia al Maradona visto per esempio in Youth: un talento che palleggia, stupisce e si fa guardare anche senza fare goal. Come succede in questo nuovo semplice e grandioso film, lo sguardo perso nel vuoto, l’espressione assente, l’abitudine di guardare in camera quasi per chiedere compagnia per lo meno allo spettatore.

Spesso celati dietro un paio di vistosi occhiali o coperti da strati di trucco, i protagonisti dei film di Sorrentino sono sempre uomini e sono sempre uomini soli. Persone più o meno egocentriche, rintanate nel proprio io e lontane da qualsiasi rapporto di autentico affetto. Sono fratelli freddi, padri incapaci, mariti distanti. Alcuni sono personaggi cinici e scostanti, altri più vulnerabili, ma nessuno di loro riesce ad evitare uno stato di evidente solitudine.

È stata la mano di Dio

Il film ha toni brillanti, parentesi sensuali, picchi di grande profondità e fa oscillare il pubblico tra l’esultanza di un goal e il trauma di un rigore negato. La partita qui non è aperta, Sorrentino l’ha già vinta. E con uno schieramento nuovo in campo. Una nuova scatola dei desideri, così si potrebbero definire le storie catturate dalla macchina da presa del cineasta napoletano. Un modo per catturare un frame distorto della realtà, ma ad una seconda occhiata esattamente realista.

Rimanete aggiornati su MonkeyBit per nuove news riguardanti cinema, serie tv, videogiochi, tecnologia, manga e fumetti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Review

8
8.0
È stata la mano di Dio

In conclusione

È stata la mano di Dio si presenta al pubblico come un plausibile candidato a conquistare gli ambiti premi internazionale della settima arte. Il film è un messaggio sociale per tutti, una storia profondamente personale che il pubblico può sentire in parte anche un pò sua.
El Camino

What's your reaction?

Developed by SpawnLab