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Disincanto

Disincanto Parte 3 Recensione: maledetti cartoni introspettivi

In che momento della vostra vita vi siete abbandonati alla disillusione? In molti dopo un trauma o al contatto con cambiamenti sociali completamente fuori dalla propria zona di comfort sono scesi a patti con il fanciullo interiore. Altri affermano con assoluta arroganza che la perdita della bontà d’animo sia l’ultima nuda sconfitta della nostra puerile genuinità, ma è un aspetto quantomeno contraddittorio. La maturità non è la perdita della bieca bontà né la capacità di arruffare il nostro animo, tarandolo sulle esigenze delle vita. L’ultimo gemito che ci lascia dopo l’innocenza perduta è l’attaccamento ai nostri sogni più stravaganti. Si smette di fantasticare sulla vita, ormai ottenebrata dagli arrugginiti schemi sociali che la imprigionano. Proprio quando si affievolisce il candido bagliore della spensieratezza, subentra il grigiume della compostezza, arida e senza vie di fuga.

Una dura eredità sulle spalle

La terza stagione di Disincanto si presenta esattamente così: un canto effimero sulle iniquità della vita. Questa, disponibile in streaming su Netflix dal 11 gennaio 2020, mette un punto fermo alle tribolanti evoluzioni del trittico animato più improbabile del momento. Le (dis)avventure di Bean, Elfo e Luci ora lasciano intravedere uno spirito profondamente cinico e satiro, che vi stupirà per dialoghi e introspettiva. Pronti per un viaggio di sola andata verso Dreamland?

Disincanto Parte 3

Di prassi faccio sempre dei brevi accenni all’incipit, tuttavia mi trovo or ora in una situazione scomoda. La fine della seconda stagione di Disincanto è probabilmente il momento clue di tutta la parabola narrativa, pertanto mi concentrerò sull’andamento stesso dell’opera. La serie siglata Matt Groening ha sulla testa una spada di Damocle già da diverso tempo. Concepita per essere il cugino ambizioso dei Simpson e Futurama, il progetto stringe i denti per superare l’ordalia più difficile del suo percorso: la prova della maturità. È ben noto il traballante consenso pubblico sul lavoro del celebre disegnatore. Non tutti hanno trovato ammaliante il grottesco mondo delle fiabe ritagliato nella folle Dreamland, anzi, il pubblico più sbottonato ha avvertito sin da subito un drastico calo di interesse e mordente per la giovane promessa dell’intrattenimento. Questo discorso, già noto ai più dopo il borbottio che aveva distolto l’attenzione dal progetto Disincanto, ora più che mai è tirato in causa.

“Dreamland in primis, la classica città delle fiabe con un re grassoccio e guerrafondaio, un castello possente e una principessa dai modi discutibili, non è patria di finzioni e costrutti morali.”

 

La rocambolesca storia dei nostri improbabili eroi si è sempre eretta con poco fascino sul terreno coltivato ad hoc dal suo creatore, ma Netflix stessa ha dato man forte alla fisiologica crescita creativa del titolo. L’ilarità sprigionata dalle goffe sbronze di Bean, il piccante sarcasmo di Luci e il beffardo destino di Elfo sono ormai ben più che dei dettagli narrativi da assegnare a macchiette, ma degli aspetti concreti della poliedricità emotiva di ognuno dei nostri protagonisti. Cosa avvertiamo guardando Disincanto? Sicuramente che il mondo delle fiabe non è un surrogato dell’onirico, ma lo specchio della realtà. Dreamland in primis, la classica città delle fiabe con un re grassoccio e guerrafondaio, un castello possente e una principessa dai modi discutibili, non è patria di finzioni e costrutti morali.

Disincanto

La maturità satirica è la spessa aria che respirano i suoi abitanti: ognuno ben costruito e intrigante al punto giusto. Il problema più grave dell’opera è che si nota spesso un contorto guazzabuglio di storie minori, man mano passate in sordina. Alcune si chiudono con eccessiva fretta e disimpegno, altre sono stare rappresentate in modo scialbo. Il risultato? Un guazzabuglio di storie tirate ai ferri corti, intrecciate solo da una Bean magistrale. Un peccato non dare rilevanza ad alcune scelte narrative spente prematuramente.

L’incanto del Disincanto

Si respira a pieni polmoni un ecosistema apparentemente puerile, che però ci lancia pungoli silenti, capaci di farci riflettere su ogni azione rappresentata su schermo. Possiamo ridere sommessamente dei disagi del Palpatore del regno o dell’anziano che vende acqua della propria doccia sul ciglio delle strade, ma ogni tanto l’amarezza di un dialogo riesce a bucare lo schermo, smuovendo il nostro inconscio. Che poi il folle Groening sia un mattacchione con una mente indecifrabile si sapeva da anni, ma mai avrei pensato di essere pervaso dalla tristezza alla fine di una delle sue puntate. È un sentimento confuso e fuori contesto, specialmente quando immagini cosa stai per guardare, ma il punto è proprio questo.

Disincanto Parte 3

La melodia che rende Disincanto un’opera scevra dalla mediocre goliardia che siamo abituati a fagocitare in serie come questa è il disagio. Non sapete perché, eppure durante Disincanto vi sembra di non ridere per il mero gusto di farlo, ma per qualcosa di molto più profondo e contorto. Dalla satira politica all’abnegazione sociale, l’opera urla a gran voce il bisogno di essere compresa e lo manifesta con l’eccesso. L’esasperazione dei sentimenti e della morale rendono il confine tra Dreamland e il nostro mondo assai labile. Bean stessa ne esce come una protagonista sontuosa e articolata, tanto che spesso le sta davvero stretto il suo carattere caricaturale, ormai quasi un anatema.

“La terza stagione però allarga i propri orizzonti spaziali e non si limita a fare riferimenti a mezza bocca ad altre opere, ma si apre al concetto di multiverso.”

Le chiavi di lettura del trio protagonista sono molteplici, a me piace pensare che Luci ed Elfo siano due entità speculari, che rappresentano l’animo tormentato e insicuro della giovane principessa. I tre si equilibrano, incarnando delle doti sensibili peculiari e familiari. Elfo, ad esempio, è sicuramente il più intrigante in questa terza stagione, ora per un’evoluzione psicologica consolidata, ora per essere un po’ lo stendardo del concetto di disillusione nella serie. Intorno alla sua figura si sviluppano difatti le vicende più memorabili da essere decantate, nelle quali c’è un forte richiamo alla poesia di William Blake. L’Elfo è se vogliamo l’agnello parafrasato dal poeta, poiché custode di un’ingenuità unica e propria della fanciullezza, ultimo baluardo contro l’arroganza di un mondo disilluso.

Disincanto Parte 3

 

Un concetto astruso per chi non ha ben a mente le lezioni di storia inglese certo, che ci permette di ragionare su un concetto interessante: quanto è importante Elfo? Beh, sebbene molti pensino sia solamente un fantoccio creato per innescare qualche risata, lui è l’unico che veramente costringe Bean a confrontarsi con i sentimenti più genuini ancorati nel suo cuore. Non fosse stato per lui, Disincanto non avrebbe senso. Discorso totalmente opposto per Luci che, senza fare spoiler, sarà rilegato ad attività secondarie per questa stagione, ma che vanterà un percorso complesso e delicato già nella prossima, quindi occhio. Un rimando però che deve essere calcolato in questa recensione, poiché lascia nella penombra un gran personaggio. Buffo parlare della personalità di una macchietta nera su schermo vero? Eppure è proprio questo l’incanto del disincanto. Sì, il gioco di parole è voluto.

Un background dal profondo fascino

L’efficacia della corretta evoluzione dei singoli pezzi sulla scacchiera narrativa in Disincanto è seconda solo alla stupenda resa di Dreamland (e dintorni). Per la prima volta in tre stagioni si cerca di espandere il baricentro del setting, allargando l’universo in cui sono stati concepiti i nostri beniamini. Il buon Matt ha già esplorato gli orizzonti decadenti e grotteschi di Futurama, ma ci ha anche coccolato per anni con la sublime filosofia simpsoniana, quindi ha deciso di virare sul passato.

Disincanto Parte 3

Laddove il concept di partenza sembrava fosse esclusivamente un parco giochi svitato in tema medievale, si è poi tutto declinato in una landa affogata dalla drammaticità e schiava di un profondo nichilismo. La terza stagione però allarga i propri orizzonti spaziali e non si limita a fare riferimenti a mezza bocca ad altre opere, ma si apre al concetto di multiverso. L’idea che si palesa su schermo è l’intento del creatore di renderci partecipi di un solo macro ambiente immaginifico in cui far brulicare le proprie creazioni. Si osa molto, dialogando di terre lontane e dibattendo sul binomio scienza magia. Dreamland ne esce un posto speciale, grondante di suggestioni e pervaso da un’aura quasi tangibile ormai. La crescita meritata dell’opera si dirama tra domande esistenziali, interrogativi morali, dolce disagio e insoddisfazione personale. Bean più di tutti incarna queste doti ed ora più che mai, in questa stagione, è riuscita a risvegliare il suo talento e le sue caratteristiche naturali. Lei è una della vere protagoniste di casa Netflix ora. La resa tecnica e artistica che rende vive le sue avventure è una miscela magnetica di colori e tratti incantevoli: un tripudio di eccellenza visiva. Ogni ambientazione emana delle vibrazioni proprie e l’uso dei vari colori aiuta ad identificare il sinuoso connubio tra fiaba e realtà. Paesaggi sempre trasecolanti e suggestivi. Ciò che però lascia con l’amaro in bocca è l’aver appena lambito nuove prospettive, scrutandone gli squarci artistici e annusandone le potenzialità, ma senza approfondire alcune aree. Sono certo che verranno riprese in futuro, quindi per ora gli do un peso marginale.

“La resa tecnica e artistica che rende vive le sue avventure è una miscela magnetica di colori e tratti incantevoli: un tripudio di eccellenza visiva.”

Conclusioni

La terza stagione di Disincanto ipnotizza lo spettatore con un duetto frenetico tra personaggi incalzanti e ambientazioni dolcemente malinconiche. Il risultato è un tremolante cono d’ombra, ove onirico e reale si toccano, per lasciarsi contagiare l’uno dall’altro. La vera natura dell’opera si palesa armoniosamente nel connubio tra drammaticità e iniquità umana, entrambe caratteristiche proprie della vita di Bean e, di riflesso, di Dreamland. Le intenzioni di Matt Groening ora più mai ci appaiono chiare: l’opera rimane un prodotto poliedrico e dalla difficile rilettura e questo non lo rende adatto ad un pubblico distratto. Il creatore spalanca, inoltre, le porte a un potenziale multiverso, che già avevamo assaggiato nelle vecchie stagioni. Ciò sposa finalmente il concetto del possibile crossover con Futurama, chissà.

Ad ora sono stati appena scrutati gli orizzonti narrativi, e purtroppo anche di sfuggita, quindi difficile prevedere le scelte future. La tecnica e l’arte raffinata del titolo sono ancora una volta pura goduria per gli occhi e l’incantevole contrasto di colori è poesia su schermo. Di grande spessore l’evoluzione interna dei singoli protagonisti che, tra luci ed ombre, incarnano perfettamente degli ideali precisi e ne escono come quasi “condannati” dal loro status quo. Se da un lato Bean ed Elfo ne escono a testa alta come protagonisti magistrali, la loro epopea scricchiola quando fa il suo ingresso in scena Luci, troppo ai margini degli eventi. In conclusione la quarta stagione si farà carico delle premesse pretenziose di questa e solo il tempo ci dirà se le scelte azzardate sul multiverso e la diramazione narrativa vedranno i loro frutti; per ora premiamo l’ardore, ma denigriamo la confusione espositiva. Se non altro si prova a sdoganare l’idea che Matt sappia far ridere solo con personaggi demenziali che, tra l’altro, fanno sempre meno ridere dei No Vax.

Disincanto Parte 3 Recensione
8 / 10 VOTO
PRO
    - Tecnica e arte sublime
    - La prospettiva di un multiverso targato Matt Groening è esaltante
    - Personaggi finalmente ben sviluppati...
CONTRO
    -...ma alcuni rimangono in penombra
    - Narrativamente dispersivo
    - Alcuni orizzonti spaziali potevano essere curati meglio
VOTO
El Camino

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