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Deathloop

Deathloop Recensione: fortunata scommessa, perfetta sorpresa

A volte ci si trova in difficoltà a spiegare ciò che un titolo è, soprattutto in fase di recensione, soprattutto con Deathloop. In questo caso, potremmo limitarci a dare la definizione di “videogioco in cui il protagonista torna alla stessa mattina ogni volta che muore”. Partire da questa frase per gettare le fondamenta analitiche necessarie per criticare e valutare Deathloop è essenziale, in quanto l’opera di Arkane Lyon basa l’intero impianto ludico proprio su questo presupposto narrativo.

Siamo onesti quando diciamo che il sottoscritto non era neanche particolarmente interessato al titolo, sebbene abbia amato la serie di Dishonored. A non convincere inizialmente, piuttosto, era il mood generale che l’opera sembrava trasudare: un pizzico di noir mescolato alla frenesia ormai caratteristica degli sparatutto di Bethesda. Al contrario, Deathloop si è rivelato essere molto, tantissimo di più rispetto a quanto avremmo immaginato, permettendosi di vantare sfacciatamente la sua natura.

Di fatti, cercare di spiegarvi cos’è Deathloop, al fine di gettare luce sul suo animo e sugli elementi che lo compongono, è assai più difficile che analizzarlo in sé. Un paradosso, se vogliamo, ed è proprio questo che caratterizza l’opera di Arkane. Per poter comprendere maggiormente un determinato videogioco bisogna quasi sempre compararlo ad altri simili, e sebbene venga immediata la comparazione con Dishonored o Prey, gli esempi potrebbero non essere adatti. Infatti, Deathloop prende gli elementi di successo di opere come The Legend of Zelda: Majora’s Mask, il già citato Dishonored e un pizzico dei classici metroidvania, guarnendo il risultato finale con il tocco caratteristico di Arkane.

La dinamica del loop fa da protagonista assoluta all’intera produzione, definendo le componenti ludiche, narrative e culturali che fanno parte di Deathloop. L’obiettivo di Colt, il personaggio cui vestiremo i panni infinitamente bloccato nel ciclo temporale, sarà quello di uccidere gli otto “Visionari” entro un singolo giorno. Questi ultimi sono obiettivi da eliminare, l’unico motivo per cui l’isola di Blackreef mantiene costante il loop temporale, protetti da Julianna che ne fa da custode. Per quanto possa sembrare semplice portare a termine la missione di Colt, magari assaltando con la forza bruta i Visionari, la realtà è tutt’altra: inizialmente, non sappiamo come, dove e quando trovarli, i loro poteri caratteristiche e le armi che portano, talvolta neanche i loro nomi e le loro voci.

Deathloop come Dishonored, un forse senso di déjà vu

Partendo quindi da questo importante presupposto, nei panni di Colt verremo progressivamente a conoscenza di dettagli sempre maggiori sugli obiettivi da uccidere, ed è proprio qui che Deathloop mostra i muscoli di un impianto ludico perfetto. Una volta ucciso uno dei Visionari potremo recuperare la tavoletta con il suo potere, ottenendo quindi la possibilità di utilizzarlo in qualsiasi momento e come meglio preferiamo. Queste abilità speciali, prese direttamente da Dishonored, sono l’elemento che più di tutti caratterizza il sistema di combattimento e di esplorazione, valorizzando l’intera produzione in un modo a dir poco esemplare.

Deathloop si presenta quindi come un giallo vero e proprio, un’avventura nel mistero e nel complottismo puro che ci spinge a cercare indizi per capire meglio dove si trova (o dove si troverà) la nostra preda, studiando modi differenti per uccidere e diventare sempre più forti. Infatti, non è affatto sbagliato dire che Deathloop si trasforma durante le differenti fasi di gameplay, divenendo sempre più divertente e appagante man mano che si ottengono nuovi poteri, armi più potenti e una maggiore consapevolezza del nemico e del mondo che ci circonda. Si poteva forse alzare un po’ di più l’asta del livello di difficoltà, proprio perché nelle fasi più avanzate l’utente potrebbe abbandonare completamente l’approccio stealth a favore di uno più diretto.

Deathloop

Essendo l’esplorazione del mondo di gioco divisa in quattro macro-aree e altrettanti momenti del giorno, la caccia dei Visionari comporta la necessità di tenere costante traccia di tutti gli elementi che possono aiutarci a ucciderli in quanto ricordiamo – dovremo eliminarli tutti e otto durante una singola giornata. Ricordare a mente dove si trovano e cosa stanno facendo in ogni singolo orario sarebbe follia pura, ma in questo Deathloop riesce estremamente bene.

I menu di gioco – quelli dedicati ai documenti che in genere vengono completamente dimenticati in altri titoli – qui sono di vitale importanza in quanto necessari per tenere traccia di password e codici segreti, mappe e foto, indizi su come procedere nella storia e, soprattutto, su come fare in modo che due Visionari si trovino nello stesso luogo. Arkane ha fatto un lavoro a dir poco fantastico con i menu, sempre moderatamente diversificati e quasi sempre facili da comprendere, così da rendere la navigazione pulita e definita. Se proprio dobbiamo puntare il dito verso un piccolo difetto, lo faremmo contro la mancanza di un’indicazione dei potenziamenti in nostro possesso rispetto a quelli che abbiamo appena trovato.

“Deathloop diventa sempre più divertente, ora dopo ora, morte dopo morte, loop dopo loop”

Un altro elemento meravigliosamente riuscito è il sistema di combattimento che, come abbiamo già specificato, è una diretta ripresa di quello di Dishonored. Possiamo quindi utilizzare delle armi, un coltello e i già citati poteri, oltre che in modo intelligentissimo con i grilletti adattivi di PlayStation 5. La differenza sostanziale sta nella possibilità di usare un’equipaggiamento più variegato, che include anche delle granate molto particolari, e il limite di soli due poteri. Tutto – chiaramente – può essere modificato e potenziato a propria scelta, cosa che dona al combat system una discreta profondità.

Deathloop

Di fatti, sono presenti dei miglioramenti molto specifici per le armi, le abilità di Colt (o Julianna) e delle tavolette. I primi due possono essere trovati in giro per la mappa, sconfiggendo un nemico più forte degli altri, mentre i potenziamenti dei poteri possono essere recuperati soltanto quando eliminiamo più volte i Visionari. Cotanta varietà è essenziale per donare al sistema di combattimento e di esplorazione la giusta dose di diversità, ed è proprio l’elemento che rende Deathloop sempre più divertente, ora dopo ora, morte dopo morte, loop dopo loop.

Perché Deathloop non può essere paragonato a nulla di visto finora

Non nascondiamo di essere rimasti profondamente sorpresi da come l’opera di Arkane riesce a creare unicità a ogni singolo riavvio temporale, anche al più banale degli obiettivi. Tutto ciò che accade e le possibilità che abbiamo per superare un ostacolo, inteso come uno scontro a fuoco o la soluzione di un enigma ambientale, sono profondamente situazionali e dipendono in modo inequivocabile dalle nostre capacità logiche e dallo stato attuale del nostro equipaggiamento. Arrivare da un punto A a un punto B non è mai lo stesso procedimento e varia in base ai poteri di Colt e alla nostra conoscenza del mondo di gioco.

Per questo motivo è giusto che Deathloop non sia un open world ed è giusto che non sia definito come tale. L’intera esperienza, proprio per i motivi elencati finora, è centralizzata sul giocatore e non sull’area virtuale che lo circonda, sebbene ricopra un ruolo essenziale nel perfetto sistema che si viene a creare. Di fatti, questa spiegazione illustra anche perché l’opera non può essere paragonata a nulla di quanto visto finora, se non cercando di riconoscere alcuni tratti caratteristici in alcune dinamiche molto specifiche.

Così come è importante spiegare cos’è Deathloop e come funziona il meccanismo che ci induce a spezzare il loop, allo stesso modo è doveroso parlare del comparto PvP, il lato del gioco che – al contrario – ci metterà nei panni della protettrice del ciclo temporale. L’opera presenta una storia secondaria, alternativa, dedicata interamente a Julianna: la custode del loop rappresenta l’elemento competitivo del gioco, così come una dinamica molto interessante anche nella campagna in single player.

Nei panni di Julianna, potremo entrare nelle partite di giocatori casuali o di nostri amici e cercare di interrompere le loro missioni uccidendoli. Allo stesso modo di Colt, avremo a disposizione un arsenale molto vario, che getta le fondamenta sullo stesso sistema di combattimento. La differenza sostanziale con la campagna principale sarà proprio la componentistica online. Di fatti, è fantastico il modo in cui, nei panni dello scaltro assassino, ci ritroveremo spesso costretti a fare i conti con una Julianna il cui unico obiettivo è quello di ucciderci. 

“Julianna è una costante che può sconvolgerci i piani da un momento all’altro”

Sebbene la sua apparizione sia molto casuale, è anche una costante che può sconvolgerci i piani da un momento all’altro, soprattutto se a controllarla è il giocatore. Ci è capitato spesso di vedere la scritta su schermo che ne preannuncia l’arrivo durante le fasi più delicate di una missione, cosa che può spesso comportare una necessaria rivalutazione della strategia. Sebbene non ci sia mai capitata una situazione di concreto sconforto, riconosciamo che Julianna potrebbe davvero giungere nei momenti meno adatti e creare una condizione di disagio, soprattutto perché non possiamo ricominciare la partita da un checkpoint.

Tuttavia, potremmo contrastare anche questa critica dicendo che anche queste situazioni potrebbero essere fonte di ispirazione al giocatore per ingegnarsi ulteriormente. Questa possibilità è senza dubbio fortemente soggettiva e dato che, come abbiamo detto, non ci è mai capitato di trovarci di fronte a simili problemi, siamo rimasti comunque colpiti da quanto è riuscito l’intero sistema.

Nei panni di Colt, combattere Julianna può essere un’ulteriore fonte di potenziamento, soprattutto se dovesse lasciare dei miglioramenti utili per i nostri poteri. Giocare come la ragazza, al contrario, stravolge completamente il gameplay, donando un gusto completamente differente all’intero impianto ludico e offrendo al giocatore delle partite decisamente diverse e – sempre in base alle situazioni – anche più divertenti. Quello PvP è senza dubbio un comparto aggiuntivo di Deathloop e riconosciamo che non è affatto necessario, ma di fronte a un sempre crescente rilascio di contenuti aggiuntivi, Bethesda avrebbe potuto rilasciare questa modalità come DLC, scegliendo al contrario di renderla disponibile a tutti (quasi) dai primi momenti di gioco.

Seppure Deathloop non sia un’opera che fa del comparto narrativo il suo cavallo di battaglia, è doveroso fare una breve digressione sul contesto culturale, il comparto artistico e sulla trama più in generale. Il mondo che Arkane Lyon ha confezionato può vantare della stessa dose di complessità sociale e strutturale che avevano i capitoli di Dishonored. Sebbene quella di Deathloop sia una proprietà intellettuale completamente nuova e il team di sviluppo aveva tra le mani la concreta possibilità di differenziarsi, ha voluto comunque realizzare un setting che ricorda tantissimo quello già visto nell’avventura di Corvo Attano, almeno a una prima occhiata. 

La lotta tra l’avanzare del tempo e la voglia di fermarlo, l’eterno scontro tra maturità e spensieratezza

Blackreef è un sinonimo di diversità, un luogo estremamente complicato non nella struttura o nella rappresentazione visiva, bensì nel contesto sociale e culturale che vuole mostrare. Seppure non sia un dettaglio che può subito essere notato, ogni micro-area dei settori dell’isola sono profondamente caratterizzati attorno ai Visionari che ve ne risiedono. La Blackreef di Deathloop viene spesso definita con il sinonimo di “paradiso”, un mondo immaginario ma profondamente plausibile dove ogni azione compiuta viene cancellata, dimenticata il giorno dopo, dando libero spazio a ogni sorta di eccesso. 

Dalle esagerate feste fino alle più estreme funzioni religiose, quasi ogni lato di Blackreef rappresenta l’immoderata ricerca del benessere nella vita eterna e spensierata, un allontanamento dalla responsabilità del mondo reale che ci circonda. In questo paradisiaco inferno, Colt raffigura la maturità e il suo crescere di potenza e conoscenza diventa sempre più un pericolo per gli abitanti di Blackreef, che invece perseguono i più variegati piaceri incontrollati. Deathloop, nel suo eterno ciclo di morte, è un sinonimo del mondo che ci circonda, dove la volontà di lasciarsi andare a feste, piaceri carnali, dipendenze, viene interrotta dall’inesorabile e interminabile scorrere del tempo, che in nessun modo possiamo contrastare. 

“Uno dei migliori processi di doppiaggio mai fatti in un videogioco negli ultimi anni”

Proprio questo è il motivo per cui abbiamo amato la figura di Colt e soprattutto il suo doppiaggio, meravigliosamente curato da un fantastico Francesco Rizzi (la stessa voce di Deacon di Days Gone). Inutile dire che l’intero impianto di localizzazione è stato trattato con i guanti, e che il doppiaggio di Deathloop è senza dubbio uno degli elementi più riusciti. Siamo così meravigliati dal lavoro fatto che non abbiamo neanche paura a definire quello del titolo come uno dei migliori processi di doppiaggio mai fatti in un videogioco negli ultimi anni.

Consideriamo favoloso anche il comparto sonoro più in generale, sempre consono a ogni situazione con dei toni che ricordano molto sia le scene più investigative che quelle più action dei film di 007. Anche qui si nota davvero molto l’enorme cura da parte di Arkane, che ha regalato a Deathloop due brani fantastici, Pitch Black e Deja Vu, usato anche nei titoli di coda. Crediamo che l’intero impianto sonoro sia profondamente riuscito soprattutto perché si sposa alla perfezione con il comparto visivo, creando quindi una fantastica sintonia raramente già vista in altre produzioni.

Deathloop

La combinazione tra una scrittura noir e investigativa, il comparto sonoro e la sempre maggiore acquisizione di poteri e armi, è un sistema che abbiamo amato alla follia, che ci ha fatto appassionare come pochissimi altri giochi sono stati capaci di fare negli ultimi anni. L’animo di cui vi parlavamo è esattamente un mix di dinamiche e meccaniche ludiche, espedienti narrativi e personaggi perfettamente calibrati, simbolo indelebile dell’autorevolezza di Arkane nello sviluppo videoludico e che imposta il team come tra i più capaci e originali mai esistiti.

The Review

9.5
9.5
Deathloop

Conclusione

A volte ci si trova in difficoltà a spiegare ciò che un titolo è, soprattutto in fase di recensione, ma con certezza assoluta possiamo dirvi che Deathloop è qualcosa di mai visto finora, un coronamento dell’autorialità di Arkane. Sebbene colga elementi da titoli anche molto datati, il modo in cui l’intero impianto ludico e narrativo funzionano è strabiliante, un mix di scelte ben calcolate e dinamiche di gioco correttamente bilanciate. Quello che abbiamo trovato tra le mani è un’opera impeccabile e profonda come poche altre, che senza dubbio merita un posto tra le nomination per il Game of the Year 2021. Se non il podio stesso.
El Camino

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