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Dark Souls 3

Dark Souls 3: l’arte di chiudere una serie

Ci sono date che rimangono scolpite nella memoria, diventano talmente importanti che non se ne vanno mai e ci accompagnano per il resto della nostra vita. Molto spesso sono sciocche, cifre ricorrenti che ci fanno pensare con gioia a quello che siamo stati e a quello che abbiamo fatto. Oggi, per molti di noi giocatori, è una di quelle date. Per chi non lo sapesse, il 12 aprile del 2016 è uscito ufficialmente Dark Souls 3, la conclusione di una delle serie videoludiche più amate di sempre

Dopo cinque anni è ancora surreale parlarne ad alta voce. Dopo cinque anni, milioni di partite giocate, un numero altrettanto grande di boss uccisi e di aree esplorate, è come se fosse ancora il primo giorno, quando nessuno sapeva ancora niente di niente. È strano che sia passato così tanto tempo da quando abbiamo preso in mano un gioco di Miyazaki completamente nuovo, ma in attesa di Elden Ring noi di MonkeyBit vorremmo perderci un po’ in Dark Souls 3 e raccontarvi perché, secondo noi, è il miglior epilogo che la trilogia potesse mai ottenere.

Le meccaniche di gioco di Dark Souls 3

Dark Souls 3 si porta dietro l’esperienza dei titoli precedenti, e il risultato di tutte le cose buone che hanno caratterizzato i suoi parenti. Non parliamo solo dell’omonima saga di videogiochi, ma questo terzo capitolo prende spunto anche da Demon’s Souls e Bloodborne, due prodotti di From Software a loro volta. Anche per questo crediamo che l’epilogo in questione sia davvero da apprezzare, perché è riuscito a cogliere gli errori commessi, valorizzando solo le cose migliori.

Ad esempio, direttamente dall’avventura di Lordran, Dark Souls 3 prende l’esplorabilità del mondo di gioco. Se c’è una cosa che aveva emozionato fin dal 2011, era proprio la possibilità di percorrere la mappa completamente a piedi senza teletrasportarsi. E, ancor di più, la capacità di rendersi conto della posizione delle varie aree interconnesse, osservabili attraverso l’uso di un binocolo. Il giocatore può andare letteralmente dove e come vuole, una meccanica che è stata trasposta (in parte) anche nell’ultimo capitolo. Per citare un caso, nella Cattedrale delle Profondità, ogni volta che si completa l’esplorazione di un settore ci si ritrova a scoprire un nuovo accesso allo stesso falò, che risulta quindi essere il centro nevralgico dell’area e permette di apprezzarne il complesso level design.

Non è l’unica cosa che Dark Souls 3 eredità dal primo capitolo: ci siamo accorti tutti delle somiglianze che intercorrono tra le quest dei personaggi presenti in entrambi i titoli. Il modo di affrontare le storie degli NPC è particolare, ricca, segreta e allo stesso tempo emozionante. Non è detto che alla prima run si possa imboccare la strada giusta, ma la bellezza sta proprio nello scoprire come e in che modo possano essere seguiti questi eroi secondari. 

Ad inframmezzarsi tra i due è Dark Souls 2, spesso il più dimenticato. Non per questo dovrebbe essere ignorato, che se il multiplayer dell’ultimo capitolo funziona bene è anche grazie a lui. Ricorderete la semplice soluzione che era stata introdotta per permettere a più giocatori di collaborare. A Drangleic è stato forgiato un anello unico, l’anello delle divinità, che permette di invocare solo coloro che venerano lo stesso Dio, una meccanica che facilita la possibilità di ritrovarsi e sconfiggere i boss più difficili con i propri amici. È stato il primo scalino che ha condotto alla presenza delle password nella modalità multigiocatore. 

Rifacendosi alla trama, Dark Souls 3 riprende la meccanica del miglioramento del personaggio di Dark Souls 2. Con la fiamma ormai quasi spenta, i personaggi non sono più in grado di livellare da soli e sono costretti ad appoggiarsi ad una Guardiana, presente nell’hub centrale fin da inizio gioco. In questo luogo si ritrovano tutti gli NPC incontrati e l’area è sempre raggiungibile attraverso il teletrasporto. 

Dark Souls III, quando storia e leggenda si incontrano

 Senza nome, maledetti non morti, inadatti persino ad essere cenere. E così è, quella cenere cerca braci.

Dark Souls 3 è un titolo che sa come emozionare con appena poche parole. È forse quella fugace citazione – Yes, indeed – al filmato iniziale del primo capitolo, forse la musica di sottofondo, la grafica, l’atmosfera o forse è un po’ di tutto che fa ammutolire i fan della serie. La voce narrante racconta di Lothric, una terra ormai persa in cui il fuoco si sta spegnendo. Quello stesso fuoco che molti di noi hanno vincolato e molti altri hanno ignorato, quel fuoco che ha portato milioni di giocatori a sacrificarsi o a dare inizio ad un’era di oscurità. Ma Lordran non esiste più, di Drangleic rimane un lieve ricordo e la fiamma sta diventando cenere. Cenere è quello che siamo, prodotti di un vincolo già avvenuto, ci risvegliamo dalla cenere al suono di una campana. 

Lothric è solo un guscio, splendore stracciato di una terra dalla storia infinita. Non v’è traccia della grandezza di quei luoghi, solo macerie e mostri vuoti che attaccano esseri senza nome, i non morti che si portano dietro il ricordo di una fiamma che brucia. Solo loro ci credono ancora, solo loro sono spinti dalla voglia di riaccendere il fuoco. Il loro compito è cercare i signori dei tizzoni passati e spingerli a sacrificarsi di nuovo per il destino del mondo.

Il fuoco, sai dove arriva?

Nella prima era del Fuoco, dopo una terribile guerra contro i draghi, Gwyn lega la sua anima alla Prima Fiamma per evitare l’avanzamento dell’oscurità. Si sacrifica e aspetta pazientemente che qualcuno venga a prendere il suo posto. Tutto gira intorno alle fiamme che resistono per secoli, osservando pacate il susseguirsi di numerosi cicli. E nei cicli, la storia diviene leggenda. Il nome di Gwyn, il primo salvatore della fiamma, si perde negli oggetti che possono essere raccolti nelle varie aree. E insieme a lui si perde la storia dei suoi figli, di chi è stato con lui fino alla fine e di chi si è alleato con i draghi dopo averli quasi sterminati. 

Dark Souls 3

Il primogenito, uno dei più grandi misteri di questa serie, trova definitivamente il suo posto. Nascosto sulla Vetta dell’Arcidrago, una zona misteriosa di Dark Souls 3, si trova il Re Senza Nome, che cavalca una viverna e usa i fulmini come armi. V’è l’ombra di Gwyn, di un ricordo che i non morti percepiscono. Forse un richiamo alle leggende, che diventano storia quando, sullo stesso promontorio – nella stessa zona della boss fight –, si possono trovare la vesti di Ornstein, il capitano dei leggendari quattro cavalieri di Gwyn

La Vetta dell’Arcidrago è quel brivido che è mancato a Drangleic. Si può trovare un personaggio che assapora per la prima volta la libertà: lo spettro di Havel, o Havel stesso, ci aspetta per un’ultima battaglia. Forse fuggito dalla prigione in cui era stato rinchiuso da Gwyn, arriva ad allearsi con il Re Senza Nome, amico dei draghi che tanto aveva odiato. Tale è il risentimento che ha sviluppato contro il signore dei tizzoni. 

Lothric, ombra della gloria di Lordran

Se hai vincolato la fiamma, sai a cosa porta il tuo sacrificio. Si diventa fuoco per dare al mondo la possibilità di vedere una nuova era. E poi una nuova era e poi una nuova era, finché i mondi non cominciano a collassare uno sopra l’altro e i nomi perdono il significato di un tempo. L’abbiamo già detto, è così che la storia si trasforma in leggenda. E Lothric racconta di leggende, di grandi eroi del passato, di anime, di tizzoni e racconta di luoghi che una volta erano diversi e di altri che, invece, non hanno mai smesso di essere uguali.

Splende Anor Londo in Dark Souls 3, torna inaspettata e toglie il fiato a chi l’ha attesa nel titolo precedente. Terra e casa degli dei, Anor Londo, contiene il passato di quello che siamo stati tutti: non è la prima volta che si cammina per quei saloni e non è la prima volta che sentiamo quella musica velata. Ovviamente non è l’unica area che viene ripresa dai capitoli precedenti: le Rovine del Demone sono solo il ricordo lontano di quello che è stato tanto tempo prima Lost Izalith, dimora dei demoni e della Culla del Caos.

Esplorando le rovine si possono incontrare due vecchie conoscenze. Si sono cercate per migliaia di anni e ora abbiamo un epilogo alla loro storia: dopo essere fuggita e aver trascorso la sua vita lontana da casa, Quelana trova il coraggio di varcare di nuovo la soglia di Izalith, incontrando l’unica sorella che era sopravvissuta. I due corpi, ormai privi di vita, sono avvinghiati l’uno all’altro da chissà quanti secoli: è un tocco nostalgico e non è di certo l’unico.

Dark Souls 3

I tanti richiami sono il segno di una storia che si sta lasciando andare pian piano. Sono il segno che è l’ultima volta che potremmo percorrere una terra che cambia volto, cambia storia, ma che è sempre la stessa. Ce lo confessa il viso di Andre, il fabbro del primo titolo, quando ci dice che può modificare le nostre armi. Ce lo suggerisce Patches, dopo averci fatto cadere nella sua ultima trappola, ce lo sussurra Siegward di Catarina tra una bevuta e l’altra. Hai la sensazione che non ci sia modo di tornare indietro

Non ci resta che proseguire fino alla fornace della Prima Fiamma, dove ci attende l’Anima dei Tizzoni, un agglomerato delle volontà di tutti coloro che si sono vincolati al fuoco, nella quale riecheggia forte ancora quella del primo lord dei tizzoni, che le permette di utilizzare il potere del fulmine. Qui prenderemo l’ultima decisione: ci sacrificheremo per una piccola brace o diventeremo il Re dell’oscurità.

Dark Souls 3 riesce ad arte nel creare un’atmosfera malinconica, è accompagnato da una delle colonne sonore più belle di sempre e offre uno tra i gameplay più soddisfacenti ad oggi presenti sul mercato. Se non l’avete ancora fatto, vi consigliamo di provarlo e amarlo come l’abbiamo amato noi durante gli ultimi cinque anni.

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