MonkeyBit

sofia coppola cinema colore

Cinema e colore: due opere di Sofia Coppola a confronto

L’approfondimento di oggi per la rubrica Cinema e Colore è dedicato ad uno dei talenti della cosiddetta nuova Hollywood, fatta da giovani cineasti brillanti come Wes Anderson, Spike Jonze, e Richard Linklater. In particolare ci stiamo riferendo a Sofia Coppola.

Nata nel 1971, si porta sulle spalle un cognome “gigante”. Introdotta dal padre, Francis Ford Coppola, nel mondo della recitazione, regalandole il ruolo della figlia di Michael Corleone in Il Padrino – Parte Tre, poco prima dei trent’anni decide che questa non fa per lei, complice anche una critica che al tempo fu cattiva e sprezzante, bollandola come mera “raccomandata”. Si rimbocca le maniche, studia, decide di mettersi dietro la macchina da presa: figlia d’arte, ma non troppo. Nel corso di quasi vent’anni di carriera, ha collezionato successi e una cinematografia variegata e mai banale. Proprio in virtù di tale dinamismo, i film di Sofia Coppola presentano uno stile diverso e una particolare attenzione al colore. Dagli asettici palazzi grigi di una Tokyo eterea in Lost in Translation alle Converse viola di una Marie Antoinette anticonformista e teenager, questo speciale è dedicato a queste due celebri pellicole.

Il colore della solitudine in Lost in Translation

 

Nel 2003 esce al cinema uno dei maggiori successi di Sofia Coppola, Lost in Translation, con due protagonisti eccezionali: una giovane Scarlett Johansson e Bill Murray, in quegli anni relegato a ruoli minori. L’opera è una storia a tutto tondo che tocca vari temi con delicatezza e spontaneità: l’amore, il disincanto, la solitudine e quel senso di vuoto che si percepisce quando si è lontani da casa. Lui, Bob Harris (Bill Murray) è un famoso attore sul “viale del tramonto”; arriva a Tokyo per pubblicizzare una nota marca di whisky, ha alle spalle un matrimonio che a fatica si tira avanti in cui l’unica attenzione da parte della moglie è quella di inviargli via posta i campioni di moquette da scegliere per il suo studio. Lei, Charlotte, (Scarlett Johansson) è lì per seguire il neo-marito, fotografo, e vaga nel lussuoso Park Hyatt Hotel alla ricerca di sé stessa e di cosa fare della sua vita.

Due solitudini si incontrano nel mastodontico hotel che li ospita, all’ultimo piano, dove sorge un raffinato bar che si affaccia sulle luci a neon della città. I soli che possono parlare la stessa lingua, che non si perdono in ingorghi di parole straniere, che restano svegli fino a tardi. I colori che dominano la scena sono spenti: il grigio – dominate, nei grovigli urbani di una Tokyo frenetica – il giallo ocra – della luce fioca, del whisky, delle pareti dei ristoranti tradizionali – e il blu – della notte, della penombra e del vuoto. In questa dominanza cromatica, i due personaggi si muovono quasi in punta di piedi, senza far rumore. Il silenzio è rotto una volta per strada, dove il fragore della città da il meglio di sé, in cui si alternano gli ubriacanti neon dei locali, delle mitragliette laser, tripudio di luci e suoni che viene immediatamente soffocato dall’aspetto più zen del viaggio quando Charlotte decide di lasciare Tokyo per un giorno e recarsi a Kyoto.

Lost in Translation 2

Un viaggio in solitaria in cui dominano il bianco e il rosso, forse l’unico colore vivo dell’opera, l’eterno dualismo cromatico che simboleggia il rossetto sul volto niveo di una geisha oppure la bandiera del Sol Levante. Lasciare Kyoto significa anche abbandonare quel contrasto vivido, che Tokyo inghiotte senza paura. Quando Charlotte e Bob prendono consapevolezza che il loro rapporto, destinato comunque a finire, è qualcosa di più, la contrapposizione di colori freddi e caldi ritorna con il rosa e il giallo: è sinonimo della loro originalità in quel mondo scandito da attimi tutti uguali, in cui possono sentirsi, per poco, lontani dalla loro soffocante solitudine.

Tinte di un’adolescenza violata in Marie Antoinette

 

Pink is my new obsession“, cantavano gli Aerosmith nel 1997 ed è quello che deve aver pensato Sofia Coppola quando, nel 2006, ha pubblicato Marie Antoinette, il film vagamente ispirato alle gesta della giovane regina di Francia. Un film che si distacca volutamente dall’essere un film serioso e “biografico” dedicato alla sfortunata donna, capace di offrire una nuova chiave di lettura, in veste pop, della sua travagliata vita. Prima di parlare della pellicola, è doveroso introdurre la sua storia: Marie Antoinette, detta “l’austriaca“, era figlia di Maria Teresa, imperatrice d’Austria. Per sigillare l’alleanza con l’arcinemica Francia, “Terezin” decise darla in moglie, poco più che quattordicenne, al futuro Delfino di Francia. Smarrita e lontana dall’Austria e dalla sua famiglia, la giovane si ritrova forzatamente in un paese straniero, dovendo imparare una lingua che non conosce. Alla morte del Re, suo figlio prende il suo posto e la giovane diventa Regina di Francia a soli 18 anni, per quasi la totalità della sua adolescenza, ella è stata racchiusa in gabbie dorate in stile rococò, alte parrucche, vizi ed eccessi che la futura regina metteva in atto per scacciare via l’infelicità del suo matrimonio, naufragato proprio a causa delle incapacità “relazionali” del giovane Luigi XVI.

Proprio su questo Sofia Coppola decide di fare leva sugli eccessi e gli intrighi di corte della giovane regina, elevando – in chiave pop – quelli che erano i disagi di una solitudine molto più grande, impossibile da far trasparire.
Il rococò fatto di floreali arabeschi era l’espressione massima della frivolezza, della ricchezza della monarchia, adornato da palette più delicate e armoniose rispetto allo stile barocco caratterizzato da tinte più sature. Ogni texture all’interno del film è studiata per dare risalto all’emozione che Marie Antoinette sta provando in quel momento: da uno spento ma elegante azzurro, quando arriva in Francia, fino all’ultima scena, scura, grigia, in cui è pronta ad accogliere il crudele destino che l’aspetta, coperta solo da uno scialle blu scuro, senza fronzoli, nella sua composta semplicità in contrapposizione con le sfarzose vesti rosa shocking, le alte parrucche, le colazioni ricche di dolciumi e macarons colorati.

marie antoinette scuro
Sofia Coppola è riuscita a confezionare un prodotto di elevata qualità artistica, in cui il lato sovversivo “soffocato” di Marie Antoinette non è fine a sé stesso, ma una risposta eccentrica ad un’adolescenza violata, da parte di una ragazzina che giocava a fare la persona adulta. Ciò che è triste, alla fine del film, è osservare la sua maturità, arrivata troppo tardi, quando la storia e i moti di ribellione avevano preso il loro corso. Tuttavia, Marie Antoinette guarda per l’ultima volta Versailles, conscia del fatto di essere verso la fine della vita, accecata dal bagliore del sole al tramonto, un arancio avvolgente che emula gli arabeschi dorati della sua ultima dimora, un ultimo saluto alla gabbia dorata in cui è cresciuta: da viziata adolescente a moglie, madre e regina.

 

El Camino

What's your reaction?

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Developed by SpawnLab