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Shutter Island

Cinema e Colore: Shutter Island, i colori della malattia mentale

La nostra rubrica Cinema e Colore torna questa settimana con una nuova analisi da portare di fronte ai vostri occhi. Nelle ultime settimane abbiamo spesso trattato titoli drammatici come Billy Elliot o Anna Karenina, osservando in modo profondo le vicissitudini umane nel loro essere semplicemente tragiche e cariche di emotività. Oggi faremo qualcosa di diverso, daremo spazio a Shutter Island e al colore di quella che sappiamo essere la malattia mentale del protagonista.

Ci siamo lasciati ammaliare dai colori realistici, da quelli onirici o ancora da quelli freddi e spenti del dolore sordo e insopportabile; nel caso di oggi si tratterà nuovamente di scelte cromatiche intense e volte a rappresentare proprio il dolore, ma in che modo? Attraverso gli occhi di un folle che filtra ogni centimetro e lo rappresenta nella sua mente prima di farlo vedere a noi. In un incubo saturato e profondamente oscuro, ecco spiegato il mondo di Shutter Island. Ci teniamo a specificare che il nostro articolo è colmo di spoiler e vi sconsigliamo di continuare a leggere se non avete ancora visto il film. Di seguito trovate il trailer dell’opera.

Shutter Island: tinte della disperazione e della paura

La pellicola thriller di Martin Scorsese, dell’ormai lontano 2010, è basata sull’omonimo romanzo di Dennis Lehane. Siamo a metà degli anni ‘50, Edward Daniels (interpretato da Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) sono due agenti federali che devono indagare sulla scomparsa di una paziente nella clinica psichiatrica Ashecliff Hospital a Shutter Island. Dopo essere scomparsa da una camera blindata in modo inspiegabile, i due ritrovano un indecifrabile biglietto che permette di cominciare la serie di indagini e interrogatori in tutta la clinica.

Shutter Island

Come ben saprete (soprattutto se siete arrivati fino a questo punto dell’articolo) tutti i dubbi, le strane coincidenze, le somiglianze e gli eventi inspiegabili e terrificanti portano a una sola grande realtà: l’agente Edward Daniels in realtà è Andrew Laeddis, un paziente della clinica che ha ucciso sua moglie dopo aver scoperto che la malattia mentale di lei l’aveva portata a uccidere i loro figli.

“Un incubo saturato e profondamente oscuro”

Dopo un trauma così grande l’unica cosa capace di alleviare il suo dolore è stata fingere di essere una persona diversa, di dover portare giustizia nel mondo e non di essere impazzito a causa di una situazione così al limite. Il rapido recap della storia ci serve non solo per entrare perfettamente nel mood di Shutter Island, ma anche per analizzare le scelte cromatiche attuate con attenzione.

Shutter Island

Il tutto comincia in medias res, il vero Andrew Laeddis è spaesato su una barca affianco al suo collega. Tutto è grigiastro, ovattato e profondamente surreale: primo esempio di scelte cromatiche marcate e di contrasti che ci fanno percepire il mondo di questo film come un vero e proprio incubo, prima ancora di sapere la verità dietro tutta la storia. Proseguendo, la situazione degenera sempre di più, mano a mano che il protagonista si addentra maggiormente nella clinica (ed è costretto a tirare fuori ricordi confusi, cacciati dalla sua mente turbata) i contrasti si notano sempre di più.

“Tutto è grigiastro, ovattato e profondamente surreale”

La notte prevarica sul giorno, le stanze diventano sempre più buie, i colori sono agghiaccianti, ma non finisce qui. Inizialmente il verde, tipica scelta cromatica che indica paura e inquietudine, è presente solo a sprazzi. Si limita a momenti particolarmente raggelanti, con la colonna sonora a fare da sottofondo e a enfatizzare la realtà aberrante di quello che stiamo vedendo. Mano a mano che il trauma riaffiora e che il “sogno” (la vera storia di Laeddis) diventa sempre più parte della realtà (o meglio la sua illusione di essa) il verde e il giallo cominciano a esplodere di fronte agli occhi dello spettatore.

Shutter Island

Non sono caldi o rassicuranti bensì gelidi, meschini, pungenti sia per noi sia per il protagonista. Sono la metafora del suo essere intrappolato in un mondo in cui non avrebbe mai voluto vivere: un mondo in cui ha perso tutto ciò che voleva solo perché non è stato capace di comprendere la malattia mentale della moglie. Allo stesso tempo, è lui a essere malato e profondamente affranto, la sua mente è a pezzi e la fotografia – insieme alla color correction – tenta di tutto pur di mostrarlo esplicitamente alla camera.

Una visione fortemente consigliata se vi piacciono i thriller psicologici capaci di intrattenere la vostra mente così come il vostro sguardo. Un capolavoro macabro e ostile in ogni sua forma, assolutamente da rivedere per apprezzare ogni particolare scelta cromatica, ogni gioco d’ombra.

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