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Memorie di un assassino

Cinema e Colore: Memorie di un assassino – la tragedia dell’ignoto

La nostra rubrica Cinema e Colore, come ogni mercoledì, torna a farvi compagnia. Abbiamo trattato pellicole che parlano di amore, odio, traumi, follie omicide e molto altro; abbiamo scavato nell’anima di palette cromatiche in grado di sostenere narrazioni travolgenti, capaci di esprimere molto più di quanto un occhio inesperto possa intuire, almeno a un primo sguardo distratto. Ma in tutte queste settimane abbiamo dimenticato di trattare un grande classico del dramma e poliziesco coreano: una pellicola profondamente travolgente, inedita in Italia fino a poco tempo fa. Stiamo parlando proprio di Memorie di un assassino del famoso regista Bong Joon-ho, conosciuto anche per lo straordinario Parasite vincitore dell’Oscar come miglior film straniero.

La trama è incentrata sulle indagini della polizia locale – in un piccolo villaggio della Corea – a fronte di una serie di terribili omicidi e stupri a danno di giovanissime donne. La popolazione è terrorizzata da questo “fantasma” che si aggira per le strade di notte e aggredisce con violenza e quasi senza sosta. Un famelico serial killer senza volto stravolge per sempre la pace di una piccola comunità, palesemente non in grado di affrontare una minaccia terribile come quella che sta vivendo. All’insegna di inquadrature buie e colori freddi quasi raggelanti, Memorie di un assassino è la vittima perfetta per il nostro nuovo pezzo di Cinema e Colore.

Memorie di un assassino (dal volto sconosciuto)

Entriamo nei dettagli della trama offerta da questo capolavoro dei gialli e comprendiamo anche quello che vuole essere il suo messaggio: siamo a Gyeonggi nel 1986. Il ritrovamento del cadavere di una ragazza fa partire le indagini della polizia locale, profondamente inadatta all’arduo compito. Nessuno si rende conto della gravità dell’evento che sarà solo l’inizio di un lungo corollario di omicidi sanguinolenti: l’arrivo di un ispettore – direttamente da Seoul – permette di cominciare a fare qualche passo importante verso la verità. Ogni segmento che si aggiunge alle indagini crea più chiarezza e confusione allo stesso tempo: più la comunità è piccola, più sembra impossibile comprendere chi sia quella figura così sanguinaria e violenta. E alla fine è proprio questo il punto.

Memorie di un assassino

Da un normale giallo, alla portata del grande pubblico, ci aspetteremmo di scoprire qualcosa anche di terribile. In Memorie di un assassino questo passaggio non avviene, mai. Subiamo la confusione e la frustrazione della polizia e dell’investigatore, la pura esasperazione di chi farebbe di tutto pur di scoprire la verità: veniamo tristemente ripagati con la più pungente delle verità. Dopo aver perso anni dietro al caso, ogni poliziotto è stato cambiato per sempre dai terribili eventi che si sono succeduti. Nel finale il poliziotto avverte di aver trovato un indizio cardine, si guarda intorno cercando conferme e posa lo sguardo su una bambina che passa di lì.

“Subiamo la confusione e la frustrazione della polizia e dell’investigatore”

Le chiede informazioni, cerca di farle descrivere il volto dell’uomo che sa essere l’assassino ricercato: la piccola con aria pura e confusa rivela a lui – e a noi – che il volto da descrivere era uno qualsiasi, addirittura “uno normale”. Il poliziotto, che comprende l’atroce realtà del killer disperso nel nulla in quanto “uno dei tanti” che si mimetizzano nella comunità, sfonda la quarta parete: ci guarda dritto negli occhi colmo di lacrime e si va a nero. L’assassino – protagonista fantasma – universale rappresentazione della violenza che nasce e cresce nella nostra società, a dismisura e senza che si possa controllarla, non ha un volto e non lo avrà mai.

Memorie di un assassino

In questa consapevolezza ci sentiamo spezzati dalla fotografia desolante di Kim Heong-gyu. Gyeonggi è rappresentato con un posto grigio, tetro e malsano in ogni sua forma. Quella pace del “prima” noi non l’abbiamo mai vista. Il villaggio sembra immerso nell’oscurità, in un terribile abisso senza fondo che di luce non vede quasi mai l’ombra: pioggia, nubi, nebbia, cielo bianco e sporco come gli abitanti che ne fanno parte. Tutto ci parla delle memorie di un assassino, a cui il titolo fa riferimento. Le memorie sono l’unica cosa che abbiamo, dato che l’identità ci sfugge e nemmeno ci interessa realmente ai fini della pellicola.

“Gyeonggi è rappresentato con un posto grigio, tetro e malsano”

Affianco alle memorie la rappresentazione della natura umana che è mediata da questo clima profondamente destabilizzante. Pura infelicità dal primo secondo dell’opera, fino all’ultimo. Il potere della violenza e il mancato controllo – e autocontrollo – dell’umanità è perfettamente imbottigliato nella fotografia apatica e dolorante allo stesso tempo di Memorie di un assassino. Non vi consigliamo di recuperarlo a cuor leggero e nemmeno in un momento in cui siete già destabilizzati per motivi personali: il film vi darà fin troppi motivi per mettere in dubbio l’essenza dell’essere umano e questo basterà a farvi stare male a lungo. Indubbiamente un titolo cinematografico che va recuperato, per la sua narrazione, per la splendida regia e infine per una palette cromatica da pelle d’oca.

El Camino

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