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Closer

Cinema e Colore: Closer, il grigio quotidiano e il vigore cromatico di Alice

Nella nostra rubrica dedicata allo splendido sodalizio che unisce cinema e colore, abbiamo trattato quasi ogni genere di pellicola, spaziando ampiamente tra titoli drammatici, horror surreali, cortometraggi e commedie. La scorsa settimana abbiamo posato il nostro occhio critico sulla controversa pellicola The Neon Demon, tra colori sfarzosi, geometrici e immagini che illudono i nostri occhi e la nostra mente in quanto spettatori, ma oggi non saremo da meno. La nostra attenzione ricade su Closer, un titolo drammatico diretto da Mike Nichols nel 2004 ispirato a una sceneggiatura teatrale di Patrick Marber, un drammaturgo britannico piuttosto importante anche nel panorama cinematografico.

La pellicola di oggi ha tanto di particolare quanto di normale: si divide tra gli standard di un genere piuttosto comune, quello drammatico, sfruttato in molte narrazioni e la presenza quasi palpabile di una sceneggiatura che di teatrale ha veramente molto, tra dialoghi e situazioni vagamente surreali. La storia raccontata da Closer si focalizza sulle strane vicende intrecciate delle due coppie Dan e Alice, e Larry e Anna. Rappresentando un mondo che è pieno di inganno, amori persi e poi ritrovati, tradimenti e verità nascoste, il film riesce a esprimere la triste realtà degli essere umani che di certo non hanno nulla. Denudando i personaggi di fronte ai nostri occhi, Mike Nichols crea un’opera che sa come trasmettere le difficili emozioni umane e la presenza estenuante degli errori nella vita di ognuno di noi. Ma parlando dell’utilizzo del colore, come riusciamo a comprendere questa realtà? Come viene utilizzato il gioco cromatico per darci indizi sui personaggi e sulla loro vera essenza?

 

Closer

 

In modo semplice ed efficace viene dato spazio alla quotidianità, alla triste Londra che sembra essere stata spogliata di ogni sua bellezza e avvenenza, sono immerse in un colore uggioso, spento che quando non tende al grigio o a colori freddi rimane comunque su un giallo sbiadito. Tutto sembra essere il vacuo ricordo di un momento troppo lontano; tutto grida a squarcia gola: “veramente è tutto qui? Di questo ci dobbiamo accontentare?”. L’insoddisfazione e l’instabilità aberrante delle due coppie si mostra, cruda, sullo schermo ma qualcosa ci permette di intravedere un filo sottile di speranza e di vita. Alice è l’unica fonte di luce, di colore, di vigore cromatico, e nella prossima sezione scopriremo il perché.

Closer: siamo davvero vicini o profondamente lontani?

Come abbiamo già ampiamente descritto nella nostra introduzione, Closer è una pellicola che parla dell’essere umano nella sua versione più primordiale, se così possiamo dire. I personaggi, al centro dell’intera vicenda, vivono nella costante incertezza di capire chi sono e quello che realmente vogliono, e questo condiziona la loro esistenza in maniera crudele, dando un tono drammatico a ogni evento. Tutto è profondamente fallibile, non esiste un amore che possa sopravvivere illeso alle intemperie della vita, nessuno ha la certezza che il domani sarà simile all’oggi. Tutto questo si riflette pesantemente sulla fotografia e sulla scelta cromatica che aleggia, silenziosa e letale, durante tutto il film. I colori nella città, nell’acquario, negli uffici, nei locali, sono plumbei e soffocanti. Come se tutto fosse avvolto da un sottile velo, tanto fastidioso quanto profondamente simbolico.

 

Closer

 

Non c’è niente di realmente caldo nell’abbraccio tra due innamorati o tra due amanti, sconvolti da una passione che non osserviamo in maniera partecipe ma in modo assolutamente passivo e quasi carico di una sensazione di disprezzo che ci accompagnerà per l’intera visione. Questa mancanza di calore i nostri personaggi la avvertono, la sentono nel profondo delle loro anime e lo schermo ce lo trasmette secondo dopo secondo, come a dirci: “Li vedete? Sono lì, sono vicini, ma hanno qualcosa di vero da trasmettersi oltre i loro corpi in quanto entità materiale e fisica?”. La sensazione di spoglio, di una mancanza interiore che non riusciamo a spiegarci, è il fulcro narrativo dell’intera opera teatrale (trasformata poi in questa pellicola). La trasposizione ha poi mantenuto questo punto cardine e ha cercato di mostrarcelo, visivamente parlando, anche attraverso qualcosa di ben distante dalle parole.

“Sono lì, sono vicini, ma hanno qualcosa di vero da trasmettersi oltre i loro corpi in quanto entità materiale e fisica?”

Se da una parte Anna, Dan e Larry sono immersi in questo mondo così brutale, dall’altra Alice ha qualcosa di ben diverso da trasmetterci. Quando è nel loro mondo, anche lei tende a spegnere la propria vivacità cromatica. Ma quando è se stessa, quando finge di essere quello che desidera essere, le tinte della pellicola sembrano tornare in vita dopo un periodo di torpore infinito ed estenuante. Solo lei riesce a portare una visione nuova, che spesso verte verso qualcosa di illusorio, come la splendida scena del club che sembra al limite della nostra immaginazione tra fucsia, rosa e blu che ci rapiscono gli occhi tanto quanto la splendida Natalie Portman.

Proprio Alice porta la prima tinta accesa in Closer, quando Dan la vede dall’altra parte della strada con i suoi splendidi capelli rosso fuoco. Nel suo mutare infinitamente identità, tra nomi diversi, parrucche e stili di vita che cambiano repentinamente, è portatrice di una luce intensa, l’unica della storia. Ed è forse solo lei ad amare davvero; la più strampalata, la più illusoria di tutti, ma nonostante tutto la più vera, reale sulla scena come nessun altro, pur indossando un variegato parterre di maschere che è incapace di togliere.

 

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