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Cinema e colore: i musical di Donen e Cenerentola a Parigi

Decidere di trattare l’importanza del colore nel cinema in questa specifica rubrica senza citare il musical hollywoodiano sarebbe una mancanza veramente profonda. Basti pensare che lo stesso grande successo del colore sia stato spinto inizialmente proprio dai film musicali degli anni ‘30 per capire l’importanza di trattare questo genere, più nello specifico quello legato alla figura del regista Stanley Donen che ha creato alcune tra le opere più sbalorditive di quel periodo; chiaramente al fianco di personaggi del calibro di Audrey Hepburn, Fred Astaire, Gene Kelley e molti altri. Per questo motivo l’approfondimento di oggi è interamente dedicato al musical doeniano e nello specifico a Cenerentola a Parigi, una delle opere più interessanti da poter analizzare.

Il colore che diventa cosciente di sé

Il titolo di questo paragrafo deriva da una delle concezioni più importanti del mondo cinematografico, per quanto riguarda il cromatismo. Ho scelto di utilizzarlo proprio per enfatizzare quella che è una caratteristica fondamentale del musical e, nello specifico, nei musical di Donen: l’autonomia del colore nella scena, che si distacca dall’essere una semplice qualità e manifesta invece la propria identità, il proprio esistere e spiccare nell’ambiente in cui è collocato. Si parla di coscienza del colore poiché, come affermato dal geniale Ejzenstejn, il modo giusto di utilizzarlo sullo schermo è riuscendo ad esprimere la sua “astratta natura colorata”. Solo tramite questo processo è possibile dare una giusta formalizzazione del colore che smette di essere “il rosso della mela” e diventa “il colore rosso”, puro e fine a se stesso.

Su questo concetto viene costruita l’immagine di un film come Cenerentola a Parigi di Stanley Donen che incarna perfettamente il principio cardine del genere, in quel periodo. Quale è il punto di tutte queste accortezze per quanto riguarda la costruzione dell’immagine? Sicuramente è il manifestare un valore effettivamente rilevabile del colore all’interno della scena. Ogni luogo, ogni oggetto, ogni abito (e così via) sono pensati e modellati per dare un risultato preciso nell’immagine cinematografica. Donen, seppur in modi spesso diversi, riesce a concretizzare questo concetto, anche in film come Un giorno a New York, Cantando sotto la pioggia e Tre ragazze di Broadway, per citarne solo alcuni. Proprio grazie a titoli cinematografici simili quando si pensa al musical come un film dai colori vibranti. Per contro però va anche sottolineato, da un punto di vista teorico e non di gusto soggettivo, che l’immagine variopinta, presente in questi titoli, è quella in cui risulta più difficile riconoscere le singole tinte che si avvicinano allo sguardo dello spettatore. Ma ora, dopo aver illustrato quella che è la filosofia che si nasconde dietro le scelte del regista, e non solo, entriamo nel vivo dell’articolo prendendo di riferimento una delle pellicole che vede nel cromatismo parte fondamentale della propria estetica: Cenerentola a Parigi. L’intera vicenda è incentrata sulla storia di Jo, una ragazza che, presa alla sprovvista da Maggie Prescott e il suo team, diventa improvvisamente il volto iconico di una famosa rivista di moda. Divisa tra amore, passione per la cultura e lo studio e il mondo della moda (completamente nuovo per lei), finisce per vivere un’avventura inimmaginabile catapultata nel meraviglioso mondo della Parigi anni ’50.

Cenerentola a Parigi: Think Pink e molto altro

Parlando di Cenerentola a Parigi, per darvi immediatamente un’idea pratica di tutto quello che è stato detto, vogliamo andare direttamente a una delle scene più iconiche e più esplicative del film; saprà immediatamente dare un assaggio importante di quello che è il senso intero dell’approfondimento. La scena in questione, collocata poco dopo l’inizio, è la famosaThink Pink, performata in primis da Kay Thompson in modo eccellente e seguita da una serie di modelle letteralmente immerse nel colore rosa.

Tra abiti rosa, stoffe rosa e shampoo rosa, la scena manifesta perfettamente l’essenza vera e propria del colore, vero protagonista indiscusso della performance. Ma sarebbe errato pensare che Cenerentola a Parigi voglia focalizzare la sua attenzione su questo unico colore in particolare, o su qualsiasi altro colore, preso in considerazione come singolo. Il film di Donen, ambientato nel mondo eccentrico e unico della moda, con protagonista una bellissima e timida Audrey Hepburn al fianco degli esilaranti Kay Thompson e Fred Astaire, è interamente basato sulla concezione di un’immagine variopinta. In poche parole i colori dominano, vibrano, diventando parte imprescindibile della scena. Proprio per questo, altre scene di Cenerentola a Parigi sono un ottimo esempio di questa esposizione cromatica. Tornando al principio della pellicola, voglio analizzare il “come” sia reso possibile creare un’immagine variopinta. Le regole sono: valorizzare il bianco e il nero in preparazione di altri colori e creare una giusta esibizione delle altre tinte, per manifestare la loro coscienza sulla scena e non semplicemente il loro appartenere al mondo degli oggetti.

Per vederle applicate a livello pratico, basti pensare all’inizio del film: subito dopo i titoli di testa lo schermo rimane completamente nero ed è seguito da Maggie Prescott (Kay Thompson) che cammina decisa verso una porta, anche questa nera. Non a caso, indossa capi neri e capi bianchi che si mimetizzano con la scena e, allo stesso tempo, spezzano, creando i primi contrasti. Il corridoio che segue è un corridoio bianco seguito da una grande stanza, a sua volta bianca, che ci mostra i veri primi colori: ben sette porte, di cui sei di tinte diverse e una, quella centrale, ancora nera. Così, con una sola scena, in non più di qualche minuto, il film di Stanley Donen riesce ad essere esemplare per questa teoria cromatica.

 

El Camino

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Comments

  • Massimiliano

    Grazie, Mi hai fatto venire volgia di riguardare il film con occhi diversi.

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