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Viale del tramonto

CineCult: Viale del tramonto

Viale del tramonto (1950) è una delle opere più importanti della storia del medium filmico non solo e soltanto per l’incredibile numero di nomination agli Oscar e le tre statuette vinte (per Miglior scenografia, colonna sonora e sceneggiatura non originale), ma anche per la notevole portata ideologica e per essere un esempio fulgido del genere noir. Billy Wilder, autore di incredibile fascino tra commedia e dramma, con questo lungometraggio ha saputo criticare con ferocia, ironia ed eleganza lo star system, descrivendo perfettamente il complicato lascito del cinema muto e il conseguente passaggio al sonoro. Dopo avervi parlato quindi di Quarto Potere (1941) che ha dato le danze alla rubrica CineCult, ci accingiamo a parlare di un altro caposaldo dell’industria della settima arte (facendo molti SPOILER, siete avvisati) tassello imprescindibile per comprendere al meglio le evoluzioni della pellicola. D’altronde, per studiare il presente bisogna sempre e comunque recuperare i geni del passato, viverli e comprenderli, per poi riuscire a capire effettivamente come siamo arrivati al cinema dei nostri giorni.

E quindi, con un po’ di riverenza, che parliamo di una storia di decadenza, sogni infranti, amore ed immortalità che vede come cardine l’ex stella del cinema muto Norma Desmond (Gloria Swanson). Nonostante lei sia la protagonista del lungometraggio e il suo più fulgido emblema e simbolo, vivremo la trama dal punto di vista di uno soggettista fallito, il giovane Joe Gillis (William Holden) che per un fortuito caso conosce l’artista oramai in declino, nella sua lussuosa casa su Sunset Boulevard (Viale del Tramonto). Della sua carriera non rimangono che ricordi lontani, che prendono vita negli sfarzosi oggetti e cianfrusaglie di cui è piena la villa, un monumentale epitaffio di un’esistenza artistica prossima a morire. Ma un barlume di speranza illumina la donna: un progetto, dedicato a Salomè (interpretata da lei stessa), che potrebbe portarla ai vasti di un tempo, segnando il suo ritorno sulle scene. L’incontro con Gillis è una benedizione e il suo contributo è assolutamente importante per tirare fuori un soggetto che sia presentabile alla Paramount. E così il rapporto tra i due personaggi comincia, mentre l’anziana star precipita sempre di più in un baratro senza fine.

Il divismo

Spesso, quando si parla di Viale del Tramonto, lo si descrive come una delle realizzazioni più lucide sul tema del divismo che siano mai state realizzate. Mentre 9 anni prima, Quarto Potere di Welles era riuscito perfettamente a rappresentare questo elemento con la triste e tragica storia di Charles Foster Kane (ispirata alla reale vita di William Randolph Hearst, magnate dell’editoria), anche il lungometraggio di Wilder interpreta a suo modo il declino di un’attrice vicina al fallimento, rimasta attaccata solamente alla sua dimora e circondata di beni materiali volti a celebrare il suo mito. Vedremo poi più da vicino alcuni elementi in comune tra le due pellicole, quello che è importante sottolineare è che l’intero comparto tecnico e narrativo sono costruiti per raccontare una drammatica e malinconica fine di una star, con un cinismo e ironia da far accapponare la pelle, ma anche con molta nostalgia e tatto.

Viale del tramonto 1

Non è un caso che la macchina da presa si ostina a inquadrare Norma e soprattutto il suo lascito artistico, rappresentato da cimeli pallidi di un’epoca passata, per poi fare il confronto con le stanze disabitate della villa, la piscina oramai in disuso e un’inquietante organo che troneggia in salone, intento ad eseguire le note funebri di un addio allo spettacolo. Lo sfarzo, il denaro e il lusso sono infatti attraenti esteticamente, ma sono inseriti in un contesto squallido, angoscioso, dove non rappresentano la luce brillante di una diva, ma solo il suo decorso finale verso il dimenticatoio. Il divismo non può che essere raffigurato da una delle sequenze maggiormente memorabili del lungometraggio: la veglia funebre della scimmia, la ricerca della bara perfetta e il suo funerale, una macabra raffigurazione dell’inseguimento di velleità, scempiaggini e ostentazione del superfluo. Era davvero necessario fare delle esequie così pompose e barocche per un animale da compagnia o ciò che conta veramente era tributare la sua memoria nel modo più eccessivo ed esplosivo possibile?

Siete Norma Desmond, la famosa attrice del muto. Eravate grande. Io sono sempre grande. È il cinema che è diventato piccolo.

Il tramonto del cinema muto e l’avvento del sonoro

Il divismo, però, va di pari passo ad un tema di enorme respiro che, nel 1950, era di grande attualità ovvero il passaggio dal cinema muto al sonoro. All’epoca l’evoluzione della settima arte aveva già incontrato la potenza della voce e dei dialoghi come anche l’importanza della sceneggiatura e ciò rende Norma Desmond una sopravvissuta, un’anima oramai in un limbo tra la sua carriera finita (come è finito il cinema muto) e la nuova era dell’industria filmica, caratterizzata da stile, generi e contenuti completamente differenti. La contrapposizione tra i mondi è perfettamente incarnata dai due personaggi protagonisti: se la star, come abbiamo ribadito più di una volta, evoca l’ultimo baluardo delle pellicole senza il comparto audio; Joe Gillis, al contrario, è uno sceneggiatore, ed è colui che si appresta a lanciarsi nella nuova Hollywood, fatta di grandi produzioni, kolossal, scambi e battute brillanti e sopratutto, copioni ricchi di fascino.

Viale del tramonto 2

Nella continua relazione ed evolversi del rapporto tra la star e lo scrittore, sembra concretizzarsi uno scambio tra i due differenti modi di concepire il medium. Emblematico in tal senso è la flebile storia d’amore che nasce tra i personaggi: lei è innamorata del giovane, ma è più una ricerca disperata di un partner, l’unica occasione di apparire di nuovo sul grande schermo; lui ricambia finché gli fa comodo, ma quando si accorge che una relazione del genere non lo avrebbe soddisfatto (perché appartenente ad un sistema oramai in declino), rifiuta Norma. Ma perché Joe rinuncia anche alla possibilità di scrivere una sceneggiatura con l’attraente Betty Schaefer? Non lo sapremo mai, ma forse conoscere così da vicino delle correnti così diverse (ed estreme) della settima arte lo ha disilluso completamente dal lavorare nel mondo del cinema.

Straordinaria, non è vero? E niente dialoghi. A noi non occorrevano i dialoghi, bastava il volto. E dove, dove sono i volti di un tempo?… Forse uno, la Garbo.

Metanarrazione

Il divismo e il conflitto del “vecchio” e “nuovo” cinema sono elementi tenuti insieme da un legante incredibilmente forte e concreto: la metanarrazione. Nella rubrica CineCult già abbiamo parlato ampiamente di questo escamotage che in Viale del tramonto è usato per quasi l’intera durata del lungometraggio. Difatti, la storia del decadimento di Norma Desmond, per quanto ricca di artifizi narrativi e registici, riprende la vita effettiva di Gloria Swanson, attrice che interpreta la star del muto nel film di Wilder, che è stata realmente un celebre simbolo per il cinema senza sonoro. E non solo, perché in una memorabile sequenza, dove la donna gioca a carte con dei suoi ex-colleghi, compaiono alcuni volti noti delle pellicole di quei tempi ovvero Buster Keaton, Anna Q. Nilsson e H.B. Warner, relitti di un’industria oramai proiettata verso un altro tipo di racconto, dove le immagini danno spazio alle parole.

Viale del tramonto 3

Come se non bastasse, il maggiordomo-regista di Norma, tale Max von Mayerling, è interpretato dal noto attore e autore Erich von Stroheim, che nella sua carriera ha diretto, tra il 1919 e il 1932, molti lungometraggi muti, tra i nomi più importanti del genere. Si rompe quindi quel velo di finzione che separa il pubblico dalla messinscena, siamo tutti quindi partecipi di un racconto vero che sta prendendo vita nella realtà di tutti i giorni: il medium sta cambiando inesorabilmente e le vittime più colpite dalla trasformazione sono gli artisti delle pellicole privi di suono. Lo star system, evolvendo, dimentica e tante figure di spicco dell’industria scompaiono per essere sostituite da altre: il potere immaginifico (e raggelante) dell’apparire più che l’essere. Il tutto può essere esemplificato con una sequenza: Norma e Joe che vedono un pezzo de La Regina Kelly, film muto realmente uscito nel 1928 diretto da Erich von Stroheim (che in Viale del tramonto lo proietta, che smacco) e interpretato dalla stessa Gloria Swanson. Immagine più evocativa non credo possa esistere.

Eccomi, De Mille, sono pronta per il mio primo piano.

Tra confronti e ispirazioni

Il lungometraggio di Wilder, data la sua incredibile importanza, modernità e guizzo artistico, è stato fonte di ispirazione e comparazione nel corso degli anni. Abbiamo già menzionato l’immediato confronto che effettivamente si può effettuare con Quarto Potere: se però Viale del tramonto colpisce per la lucida critica al sistema hollywoodiano, concentrandosi sull’evoluzione dell’industria; l’opera di Welles parte da basi simili, mostrando un personaggio in declino, ma preferisce colpire duro con altre tematiche altrettanto attuali: politica, influenza mediatica e potere dell’editoria sono infatti temi al centro del racconto. E ancora un altro punto di contatto: i due lungometraggi partono entrambi dalla fine, ricostruendo, passo dopo passo, come si è giunti alle tragiche conclusioni presentate se alla morte di Charles Foster Keane o all’uccisione di Joe Gill.

Viale del tramonto 4

E come non parlare di Mulholland Drive (2001) di David Lynch che deve a Viale del tramonto l’incipit narrativo, una protagonista invertita (Betty vuole sfondare a Hollywood, non è in decadenza come Norma) e una strada al centro del titolo e delle vicende, la Mulholland per l’autore surreale, l’arteria stradale Sunset Boulevard per Wilder. Lynch ha più volte ribadito che Viale del tramonto è uno dei suoi lungometraggi preferiti che hanno condizionato il suo modo di fare cinema e quale migliore tributo se non omaggiare questa realizzazione chiamando un personaggio di Twin Peaks (tra l’altro interpretato da lui stesso!) con il nome di Gordon Cole, il funzionario della Paramount che chiama insistentemente Norma per noleggiare la sua datata macchina. Vi riportiamo delle parole di Lynch sul film (qui trovate l’articolo completo):

E’ un film immensamente triste, di desideri non realizzati. In questo film c’è un personaggio che si chiama Gordon Cole, che è il nome mio personaggio in Twin Peaks.  Se si percorre una qualsiasi strada a Los Angeles da est a ovest per arrivare alla Paramount, dove lavorava Billy Wilder, si incrociano immancabilmente due strade. Una si chiama Gordon, l’altra Cole. Secondo me, è da lì che Wilder ha tratto il nome del personaggio.

Viale del tramonto, come abbiamo visto, ha un’importanza incredibile nel vasto panorama del mondo cinematografico, visione imprescindibile per tutti coloro che amano e che vivono la settima arte. La tecnica, l’arte, l’intuizione narrativa, la fotografia e la regia sono infatti passati lungo il Sunset Boulevard e sono arrivati fino a noi. Wilder riecheggia ancora una volta nei nostri giorni, ma il suo richiamo è sottile, pacato, ma se lo si segue, si scopre una miniera d’oro inestimabile, perché il suo capolavoro era già un contenitore di idee rivoluzionarie e senza tempo.

El Camino

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