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CineCult: The Truman Show

Quante volte vi siete sentiti fuori posto? Vi capita ancora di vivere come il mondo fosse solo un’illusione? È del tutto normale, sono esperienze che tutti affrontano. Prima di Matrix, però, è stato un altro film ad alzare questi dubbi e portarli sullo schermo: The Truman Show. Oggi per CineCult analizzeremo questo grande classico del 1998 diretto dal maestro Peter Weir, la stessa mente brillante che ha realizzato L’attimo fuggente. L’idea di finzione e l’impossibilità di andare altrove sono concetti sempre più vicini e percepiti durante questo periodo. La quarantena, i divieti di spostamento, le varie limitazioni e restrizioni ci costringono ad una routine sempre più stringente che ci porta a provare esperienze molto simili a quelle del nostro protagonista.

Prima di cominciare vi invitiamo a recuperare il CineCult scritto due settimane fa (ogni tanto serve una pausa) dedicato a In The Mood For Love, ex secondo capitolo, poi spostato a primo, della Trilogia dell’Amore di Wong Kar-wai. Come al solito continuate a seguire MonkeyBit per restare sempre aggiornati sulle ultime novità e leggere quanto più interessante c’è da sapere sul mondo del cinema. Seguiteci anche su Instagram per essere sicuri di non perdere nessuna notizia. Adesso non perdiamo altro tempo e partiamo con questo capolavoro indimenticabile della cinematografia moderna.

Una vita sempre in onda

Questo CineCult inizia con Truman Burbank, interpretato da un sensazionale Jim Carrey: è un uomo di trent’anni molto allegro, ma schiacciato da una vita monotona. Si sente condizionato, bloccato in una realtà che non gli appartiene. In effetti è proprio così: Truman è il protagonista inconsapevole di uno show sempre in diretta. Ogni aspetto della sua esistenza viene manipolato da Christof, il regista del programma. È stata sua l’idea di mandare in onda l’intera storia di un uomo partendo dal momento della sua nascita. I giorni sono continui, la visione è mai interrotta, ma ciascuno elemento viene tenuto sotto controllo.

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È per questo che il nostro eroe non può lasciare Seahaven, la fittizia città in cui abita. I suoi parenti, gli amici, i colleghi di lavoro e addirittura sua moglie sono tutti attori pagati per fargli vivere quella che il grande manipolatore ritiene una bella vita. Questo ci porta all’altro aspetto di The Truman Show: il mondo esterno. Mentre Truman desidera più di ogni altra cosa scappare dal set che lo tiene imprigionato, noi spettatori abbiamo modo di vedere la realtà al di fuori del programma. Il pubblico è ossessionato dallo show, c’è chi lascia accesso il televisore anche di notte per osservarlo dormire, persone si radunano abitualmente al bar per guardarlo tutti insieme.

“Nel mio mondo tu non hai niente da temere… Io ti conosco meglio di te stesso!”

Come mai sono tutti incantati da quello che è solo un semplice uomo? È Christof a darci la risposta: lui è vero. L’umanità è falsa, ipocrita, fatta di bugie e inganni, mentre il protagonista del programma è sincero in ogni suo gesto.  Ciò di cui il regista non è consapevole, almeno non completamente, è che anche la realtà che ha costruito ha gli stessi difetti della società esterna. Gli attori non hanno veri legami e quei pochi che sembrano realmente interessati a Truman vengono allontanati dalla serie per impedire che rivelino la verità. Collegandoci agli interpreti è giusto parlare dell’incredibile studio che è stato fatto per realizzare il film.

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Nel Truman Show ogni scusa è buona per fare dei product placement. Per rendere il più innaturale possibile queste scene, ogni attore, eccetto Jim Carrey, ha studiato vecchi spot pubblicitari. In particolare, Laura Linney, la moglie di Truman, ha collezionato e ispezionato decine di cataloghi dei centri commerciali Sears per replicare le stesse pose delle ragazze raffigurate sui volantini. Per le sequenze in cui il protagonista sta da solo davanti allo specchio, Peter Weir ha dato carta bianca all’interprete, avendo fiducia assoluta nella sua capacità di improvvisare. Il film-maker ha voluto dare la stessa attenzione anche alla fotografia della pellicola.

Lo studio dell’immagine e della regia

Proprio per questo lui, insieme al direttore della fotografia Peter Biziou e lo scenografo Dennis Gassner hanno passato mesi a studiare le camere di videosorveglianza. Ogni inquadratura in cui Truman è protagonista è mostrata come se fosse stata ripresa da una camera nascosta o, appunto, una di sorveglianza. Durante i momenti pubblicitari, invece, l’immagine è molto vicina e i visi degli attori sono messi in secondo piano per portare l’attenzione al prodotto da vendere. Un altro cambio c’è negli interni, in cui la luce è sempre sovraesposta come sui set delle classiche fiction televisive.

Al contrario, nelle location esterne al set di Christof, viene usato quasi esclusivamente l’angolo olandese per dare l’idea della distorsione che avvolge il mondo esterno. Insomma, uno studio davvero molto accurato. Per farla breve, The Truman Show è un film che non racconta semplicemente una storia, ma fa riflettere sulla condizione umana. Correte a vederlo e fateci sapere cosa ne pensate. Intanto noi scimmie vi diamo appuntamento a sabato prossimo con un nuovo CineCult!

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