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Quei Bravi Ragazzi

CineCult: Quei Bravi Ragazzi

Quei Bravi Ragazzi (1990) di Martin Scorsese è uno di quei gangster movie che, per diversi motivi, ha rivoluzionato il genere: per i personaggi, per i topoi e per il vocabolario. Non è un caso che i “bravi ragazzi” (in originale goodfellas) siano diventati un sinonimo di gangster per ogni cinefilo che si rispetti. Addirittura nel gangster movie successivo di Martin Scorsese, Casinò (1995, di cui trovate l’analisi qui), in alcune battute vengono nominati questi bravi ragazzi dando per scontato che si sappia di chi si sta parlando.

Vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia, il film è considerato uno dei massimi lavori del cineasta. Il gangster movie è un genere che ha sempre fatto della rappresentazione dei controversi protagonisti una questione critica su cui numerosi studiosi hanno dibattuto. Se da un lato l’aspetto spettacolare di queste pellicole può essere visto come intrattenente e affascinante, dall’altro si rischia di rendere cool ciò che in realtà è cruento e legalmente scorretto.

Martin Scorsese conosceva il genere e realizzò una pellicola che dipinse i gangster come dei personaggi apparentemente buffi (ovviamente non uso questo aggettivo a caso), ma che, da un momento all’altro, si rivelano per ciò che sono realmente: crudeli e spietati. Ciononostante le critiche moralistiche arrivarono comunque (pure per Casinò a conti fatti) e forse pure Scorsese, oggi, si pente di quella rappresentazione, talvolta più buffa e cool che crudele e spietata. Infatti in The Irishman (2019), ultimo capitolo di una tetralogia gangster ipotetica iniziata con Mean Streets (1973), vediamo dei protagonisti che si pentono delle loro azioni in una crepuscolare seriosità – tacciata da alcuni di essere pesante, ripetitiva e noiosa – e si rifugiano in una consolazione spirituale e cristiana (come sempre d’altronde).

L’analisi sarà come sempre con SPOILER, per cui, nel caso non aveste ancora visto il capolavoro di Scorsese vi invitiamo a recuperarlo. Di seguito trovate l’opera.

Il dinamismo registico

Martin Scorsese ha sempre dimostrato di essere virtuosistico nella costruzione delle sequenze e nella loro effettiva realizzazione. Uno sperimentatore nato che ha sempre fatto del piano sequenza un suo marchio di fabbrica estetico nonché semantico. Prendiamo il celebre piano sequenza del Copacabana come esempio e analizziamolo (lo trovate qui).

La scena inizia inquadrando dei soldi, una mazzetta, per poi spostarsi su chi effettivamente la porge. Un movimento di macchina banalissimo apparentemente, eppure è l’esemplificazione del pensiero mafioso e omertoso. Si guardano prima i soldi e poi chi li dà, ignorando tutto ciò che di deprecabile fa. La strada è illuminata, le persone che fanno la fila sono illuminate, ma Henry Hill (Ray Liotta) e la sua fidanzata scendono le scale nell’oscurità – chi fa le cose oneste le fa alla luce, in strada, mentre i bravi ragazzi celatamente nell’oscurità.

Quei Bravi Ragazzi

Tutti salutano Henry, tutti conoscono lo scagnozzo e tutti si fanno corrompere. Il tavolino viene preparato lì per lì senza indugi e la macchina da presa a poco a poco acquista una sua autonomia: dal tallonamento dei due personaggi passa alla rappresentazione della complicità. La regia quindi evidenzia che la mafia esiste grazie a due o più elementi, mai uno soltanto. Le famiglie fanno il loro “lavoro” grazie al silenzio (comprato) e la collaborazione (mafiosa appunto) degli altri elementi.

Scorsese sceglie il piano sequenza per rappresentare tutto questo in un unicum e dunque come se tutto ciò fosse normale, quotidiano, ma soprattutto reale e ben poco cinematografico, nonostante, ad un’analisi più attenta, ci si rende conto di quanto Cinema ci sia in questo leggendario piano sequenza. Se avesse staccato, la complicità non sarebbe apparsa così funzionale e scandalosa. Scelte registiche così suggestive si ripresenteranno (e per certi versi amplieranno) in Casinò.

“Il montaggio di Thelma Schoonmaker è come sempre superlativo”

Se la regia di Scorsese è sempre altissima, il merito va anche alla sua collaboratrice storica: Thelma Schoonmaker. Il montaggio di Thelma Schoonmaker è come sempre superlativo. Il dinamismo della regia, che dona al film un senso di turbolenza, viene avvalorato da un editing serrato, ma mai ipercinetico.

Le esplosioni di violenza che citavo nell’introduzione si percepiscono anche e soprattutto grazie al montaggio. Nell’iconica scena: “Mi trovi buffo?! Buffo come?” (in originale funny how?) vediamo un campo e controcampo dove il montaggio pressa a livello di screen time Henry Hill. Assistiamo ad un’esasperante (ed esasperata) rabbia di Tommy DeVito (Joe Pesci), che domina la scena – non solo a livello recitativo, ma strettamente filmico. Le inquadrature di Tommy durano una decina di secondi, mentre quelle di Henry la metà.

Quei Bravi Ragazzi

Il montaggio visivo inoltre va a braccetto con quello sonoro. L’intera macro-sequenza dell’elicottero ne è una prova. Anche lo spettatore inizia a diventare paranoico per l’incessante presenza del velivolo e ciò succede grazie all’alternanza tra inquadrature soggettive e oggettive e al rumore assordante delle eliche e al rombo del motore.

Le porte chiuse in Quei Bravi Ragazzi

La porta chiusa è un elemento che ritorna costantemente nel film. Quei Bravi Ragazzi finisce con una porta sbattuta; nella sopracitata sequenza del Copacabana una porta chiusa, che dovrebbe rimanere tale, viene aperta grazie al potere di Henry; infine, quando il protagonista e Karen (Lorraine Bracco) toccano il fondo vediamo in campo medio i due, mentre allo specchio c’è riflessa una porta chiusa.

La porta nel cinema è sempre stato un elemento scenografico con cui i grandi Maestri hanno saputo veicolare messaggi di vario tipo. Scorsese utilizza la porta per tre funzioni distinte (ciascuna corrispondente ad ognuna delle sequenze citate), ma collegate da un fil rouge: la mafia.

Quei Bravi Ragazzi

Nella sequenza del Copacabana, il regista ci mostra come la mafia abbia il potere di fare ciò che in teoria non andrebbe fatto, senza rimetterci (quasi) nulla. Quindi, la porta chiusa viene aperta da due persone differenti: una all’interno e una all’esterno (Henry). Dunque la mafia come una porta ha due passaggi: quello esterno in cui accadono le peggio nefandezze e quello interno omertoso in cui tutto viene celato e comprato. Inoltre questa delle tre è l’unica formata da due battenti: ciò significa che la mafia è forte e soprattutto vive grazie all’omertà.

Nella scena dedicata alla coppia in frantumi, l’altezza della macchina da presa, lo specchio e la porta chiusa danno un senso di claustrofobia. La coppia (e la mafia) è arrivata al capolinea. È finita per Henry, non può più fuggire. Non gli resta che accettare di collaborare con l’FBI e quindi rimanere chiuso e braccato costantemente dalla mafia, oppure andare in prigione, luogo di clausura per antonomasia.

La porta che sbatte alla fine del film è quindi la conclusione di tutto. Henry ha collaborato con l’FBI, ma non può uscire a causa dei mafiosi. Il battente è solo uno: non c’è più il “rispetto”. Il protagonista è libero, ma in realtà non lo è: lo dimostra il rumore che ricorda una cella che si chiude. Infine, se pensiamo che ventinove anni dopo Scorsese ha deciso di concludere The Irishman con una porta socchiusa, possiamo intuire perché egli sia un grande genio della Settima Arte.

Conclusioni

Quei Bravi Ragazzi è un film epocale che, grazie ad una regia virtuosa e raffinata, descrive la mafia con personaggi iconici (tra tutti Tommy DeVito interpretato da Joe Pesci, che vinse l’Oscar) e scene davvero al cardiopalma. Una pellicola degna dell’immenso regista di cui porta la firma.

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