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Mission: Impossible

CineCult: Mission: Impossible saga

Mission: Impossible è una saga cinematografica composta da sei capitoli e tratta dall’omonima serie televisiva statunitense degli anni ’60 e ’70. Il primo film diretto da Brian De Palma uscì nel 1996, il secondo girato da John Woo nel 2000, il terzo da un esordiente J.J. Abrams nel 2006, il quarto (Protocollo Fantasma), il debutto al live action di Brad Bird, nel 2011, infine gli ultimi due (Rogue Nation e Fallout) del regista-sceneggiatore Christopher McQuarrie nel 2015 e nel 2018. La prima cosa che si può notare è la diversità di (grandi) autori che hanno preso parte ad un progetto pluridecennale. Inoltre, è sorprendente la distanza di anni tra un capitolo e l’altro: la più breve di tre, la più lunga di sei. Pensiamoci un secondo, di solito quando le saghe hanno una pausa ampia tra due capitoli si parla di tre o quattro anni di discrimine; nel caso di Mission: Impossible, la media matematica della distanza tra un titolo e l’altro è 3,67 anni. Ciononostante, la saga è ancora oggi un successo di pubblico e critica.

La saga con Tom Cruise (che produce anche) ha coronato il suo successo proprio con Fallout, un capitolo che è stato amato davvero da tutti: 791 milioni al botteghino – il più grande incasso della serie – e su Rotten Tomatoes ha un indice di gradimento del 97% con una media di 8,4; su Metacritic non cambia molto, infatti ha un Metascore di 86. Di solito in CineCult parlo solo di un film (ad oggi ci sono state solo due eccezioni: Il Signore degli Anelli e Non Aprite Quella Porta 1 e 2), ma per augurarvi una buona Pasqua ho deciso di parlare di tutta la saga in un unico e lungo articolo. Anche perché, a loro modo, sono tutti cult, non solo il grande lungometraggio di Brian De Palma. Come sempre l’analisi sarà con SPOILER. Di seguito trovate il trailer dell’ultimo capitolo.

Mission: Impossible (1996) di Brian De Palma

La nascita di tutto. Ethan Hunt, interpretato da un giovane Tom Cruise, è un membro della IMF (Impossible Mission Force), una sezione della CIA, che viene incastrato dalla CIA stessa a causa di fughe di informazioni. Bisogna subito introdurre un aspetto fondamentale del film, ma più in generale della saga: Sir. Alfred Hitchcock. Tutti i registi ne hanno preso spunto, chi più chi meno, chi forse senza manco farlo apposta, insomma Mission: Impossible prende a piene mani dallo stile hitchcockiano: la tensione, la suspense, la regia, il mix di genere (spionaggio, thriller, azione) ogni cosa ricorda il Maestro britannico. Non è un segreto che Brian De Palma si ispiri sempre, in un modo o nell’altro, al regista di Psyco.

Mission: Impossible

La regia regala numerose sequenze notevoli: la prima missione, come succedeva con i film di Hitchcock, gioca coi rumori e i silenzi, con la suspense e infine con i virtuosismi di De Palma. La cinepresa si muove, non sta mai ferma, regalando movimenti eleganti e mai sovrabbondanti ed è forse questo uno dei massimi pregi della pellicola. La scena che però, più di tutte ha fatto la storia, è quella della rapina. Il silenzio diventa assordante, i punti macchina giocano sulla visione di elementi in primo e secondo piano come ci aveva abituato il Maestro del brivido. Del capitolo iniziale si può dire veramente poco: tanti punti a favore, peccato per alcune scene di troppo che spezzano il ritmo.

Mission: Impossible 2 (2000) di John Woo

Il peggiore della saga. Intendiamoci, non è brutto, il problema grosso del titolo è che gioca troppo su un espediente narrativo che, alla lunga, diventa telefonato, ripetitivo e sterile. Mi sto riferendo al continuo gioco delle maschere di gomma: negli altri cinque capitoli c’è uno o massimo due colpi di scena. Nel film di John Woo ce ne sono molteplici e verso la fine aumentano esponenzialmente. Inoltre, c’è una sovrabbondanza di ralenti non indifferente. Fortunatamente la pellicola, complessivamente, ha diverse sequenze ispirate: tra tutte l’inseguimento in moto dal sound design eccezionale.

Mission: Impossible

In questo secondo capitolo appare il primo personaggio femminile importante della saga: Nyah. Peccato che il melodramma alla John Woo diventa spesso fuori luogo tanto da sembrare una mezza soap opera e, nella relazione tra Ethan e Nyah, ci si crede poco perché, al contrario di quella con Julia (che non vediamo), qui assistiamo alla nascita del loro rapporto. Julia e Ethan all’inizio del terzo lungometraggio sono già innamorati, si stanno per sposare, il loro innamoramento è precedente all’incipit filmico. Per concludere, alcune sequenze con Nyah sono piuttosto invecchiate e oggi sembrano delle parodie erotiche del primo – ben più serio e riflessivo sul cinema – capitolo.

Mission: Impossible 3 (2006) di J.J. Abrams

Mission: Impossible 3 segna un importante cambiamento alla saga: l’arrivo di J.J. Abrams. Il celebre autore popolare statunitense – che ultimamente è stato trattato troppo male con Star Wars Episodio IX L’Ascesa di Skywalker, ma non andiamo off topic – ha dapprima contribuito alla saga come regista e ha poi prodotto attraverso la Bad Robot Productions i capitoli successivi. Infatti dal terzo, la serie di lungometraggi ha avuto più continuità: se il primo e il secondo sembravano due film agli antipodi, d’ora in avanti i titoli del franchise saranno più compatti, ideati meglio e strutturati nella maniera più convincente possibile, senza però sacrificare la messinscena e le idee autoriali dei grandi registi che hanno preso parte al progetto.

Mission: Impossible

Mission: Impossible 3 vanta come antagonista nientepopodimeno che Philip Seymour-Hoffman. Ma la bellezza di questo capitolo non deriva solo dall’innegabile carisma del villain, quanto piuttosto dall’incipit in medias res e in flashforward. Fino ad una buona parte del lungometraggio, la suspense è alle stelle, perché sappiamo che, da un momento all’altro, Ethan verrà catturato. In particolare, la fotografia di questa opera vira sul blu notte e crea un’atmosfera unica nella saga tanto affascinante quanto noir (non a caso è uno dei film con più sparatorie del franchise). Il terzo titolo è bello, ma d’ora in poi saranno tutti uno più convincente dell’altro.

Mission: Impossible – Protocollo Fantasma (2011) di Brad Bird

La produzione si alza: le missioni iniziano ad essere sempre più impossibili. Brad Bird, dopo aver firmato tre capolavori del cinema d’animazione (Il Gigante di Ferro, Gli Incredibili e Ratatouille), debutta al live-action con grande perizia tecnica. Le sequenze iconiche sono tante, le infiltrazioni ritornano ai fasti di Brian De Palma con gadget meravigliosi come la parete olografica, una sempre brava Lea Seydoux interpreta l’assassina antagonista e Ethan Hunt scala il Burj Khalifa – credo che tutto questo basti per dire che si tratta del miglior film della saga finora no?!

Mission: Impossible

Al di là delle battute, Protocollo Fantasma è cinema mainstream d’azione di alto livello. L’action deve essere credibile, la saga dimostra di aver imparato da Steven Spielberg (che peccato che non abbia mai diretto un film della saga) che il cinema popolare non deve limitarsi ad intrattenere, ma deve essere girato con un uso sapiente della cinepresa. I punti macchina devono dare il ritmo all’azione, far sentirne il peso, altrimenti il risultato è dozzinale. Inoltre – e questo è un merito che varrà ancor di più per Fallout – Protocollo Fantasma ci ricorda che l’azione è grandiosa se reale e non fittizia – sì, se state pensando a Mad Max: Fury Road fate bene. Concludendo, è un lungometraggio divertente, che gioca bene coi generi, dalle missioni sempre più affascinanti e con un cast in continua espansione.

Mission: Impossible – Rogue Nation (2015) di Christopher McQuarrie

Per me il migliore della saga, poi domani potrei cambiare idea e dirvi che Fallout è il migliore; in ogni caso, McQuarrie è stato il regista migliore del franchise. Rogue Nation sprizza Hitchcock da ogni poro: la sequenza a teatro (la più bella di tutta l’epopea action) ricorda L’Uomo che Sapeva Troppo (1956), anche se McQuarrie ha rivelato di essersi ispirato al cortometraggio The Key to Reserva di Martin Scorsese (il quale a sua volta omaggia proprio il Maestro del brivido). Non solo, l’autore scrive e dirige un titolo che riflette sulla dicotomia sapere-non sapere: una delle massime riflessioni nella poetica del regista britannico. Inoltre, nel film si formano sempre strani triangoli, la fiducia tra i protagonisti è dubbia, così come quella dello spettatore nei confronti dei personaggi.

Rogue Nation infatti pone molti dubbi allo spettatore. Il narratore onnisciente lo confonde e la macchina da presa non basta più come testimone: le intenzioni dei personaggi secondari si celano in un’ideale “fuoricampo” che la regia non può (e non deve) inquadrare. Anche solo per questo motivo, il quinto capitolo di Mission: Impossible è il migliore. Infine, menzione speciale all’estetica brillante e seducente e ad Ilsa Faust (Rebecca Ferguson), un personaggio femminile (il migliore della saga) decisamente hitchcockiano – anche se non è bionda.

Mission: Impossible – Fallout (2018) di Christopher McQuarrie

McQuarrie è riuscito a realizzare due film complementari: ciascuno che rappresenta una delle due anime di Mission: Impossible. La prima (che vediamo in Rogue Nation) è quella del cinema popolare, che impara dai grandi Maestri del passato e ci regala reinterpretazioni postmoderne affascinanti; la seconda (quella di Fallout) è quella dell’azione in quanto tale. Il paragone con Mad Max: Fury Road sorge spontaneo, questo lungometraggio, come il capolavoro di George Miller, è un elogio agli stunt e all’action “fatto come si deve”.

La magniloquenza del lancio HALO (vi invitiamo a vedere i contenuti extra del Blu-ray a tal proposito) basterebbe per capire che qui siamo di fronte ad una regia avanguardistica dal punto di vista tecnico. Ma in Fallout non c’è solo questo; all’appello abbiamo un inseguimento tra elicotteri e le relative acrobazie, gli inseguimenti a Parigi, un solo colpo di scena con le maschere, al contrario di Mission: Impossible 2, condito con una sceneggiatura di ferro – d’altro canto McQuarrie è lo sceneggiatore de I Soliti Sospetti, mica pizza e fichi insomma – e, per concludere, una coerenza narrativa coi capitoli precedenti perfetta. Non ci resta che aspettare e vedere il settimo e l’ottavo film del franchise sempre diretti da McQuarrie, il miglior regista della saga.

 

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