MonkeyBit

L'Età dell'Innocenza

CineCult: L’Età dell’Innocenza

L’Età dell’Innocenza (1993), tratto dall’omonimo romanzo di Edith Wharton vincitore del Premio Pulitzer nel 1921, è un film in costume diretto da Martin Scorsese. All’edizione degli Academy Awards del 1994 si presentò con cinque candidature vincendo una statuetta per i costumi (Gabriella Pescucci). Con un cast di altissimo livello (Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer e Winona Ryder) la pellicola racconta un triangolo amoroso ambientato nella New York del 1870.

La prima collaborazione tra Daniel Day-Lewis e Martin Scorsese – i due lavoreranno insieme nuovamente in Gangs of New York (2002) – è un capolavoro sia dal punto di vista cinematografico, sia nel contenuto raffinatissimo. Un lavoro encomiabile nel filmico e nel profilmico: dalla regia alle scenografie, dal montaggio ai costumi, dalla fotografia al trucco. Insomma, ogni elemento del lungometraggio è perfetto.

Come sempre l’analisi del CineCult in questione sarà con SPOILER, per cui, nel caso non l’aveste ancora recuperato, vi esortiamo a farlo al più presto prima di leggere l’articolo. Di seguito trovate il trailer dell’opera.

L’Età dell’Innocenza: un ritratto amoroso toccante e coinvolgente

Dopo i bellissimi titoli di testa di Elaine e Saul Bass – che avevamo già visto nella nostra rubrica in Casinò (1995) – a cui Paul Thomas Anderson ha preso ben più di un’ispirazione per Il Filo Nascosto (2017), ci ritroviamo in un teatro di New York. Il contesto è completamente aristocratico, lo si nota dagli usi e costumi (anche nel senso letterale): ci si spia tra un palchetto ad un altro, sempre dall’alto verso il basso, magari dando un’occhiata alle persone in platea.

Subito si pensa a Luchino Visconti, in particolare a Senso (1954) vista la cura maniacale che il cineasta ha messo nel ricostruire un contesto reale e teatrale. Ciononostante, la regia e la fotografia si discostano enormemente dal regista italiano. Tra carrelli e movimenti di macchina dinamici assistiamo ad uno Scorsese maturo che non ha paura di realizzare piani-sequenza virtuosistici.

L'Età dell'Innocenza

Il filmmaker, oltre ad un contesto socio-culturale ben definito (non siamo certo di fronte ai suoi “bravi ragazzi“), ci mostra subito i tre personaggi principali: Newland Archer (Daniel Day-Lewis), Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer) e May Welland (Winona Ryder). Newland e May sono fidanzati ufficialmente, mentre Ellen si è separata dal marito europeo. In un periodo storico dove ciò veniva visto male e, considerando che nel mondo aristocratico l’apparenza è tutto, la Contessa Olenska avrà non pochi disguidi familiari.

Archer, avvocato di bell’aspetto, fungerà da mediatore tra la famiglia Welland e l’affascinante contessa. Egli si innamorerà di lei e cercherà a tutti i costi di accelerare il matrimonio con May per fuggire dai suoi dubbi sentimentali. Il destino della nuova coppia è quello di essere e restare separati fino alla fine dei giorni. Scorsese in quest’opera pone agli occhi dello spettatore un dilemma esistenziale che trascende spazio e tempo (si è sempre fatto e, probabilmente, sempre si farà). L’apparire nell’aristocrazia costringe a rimanere rigidi e a celare la realtà dei fatti.

“Ella è costretta a rimanere immobile e a guardare il mare: come se la sua umanità dovesse scomparire del tutto”

 

Dopo averci mostrato la nascita di un sincero amore, che deve essere celato ma non represso – esiste e sempre esisterà come ci mostra lo splendido finale ambientato molti anni dopo – Scorsese mette in scena nel migliore dei modi questo distaccamento forzato. Nella folgorante sequenza in cui Ellen è costretta (durante il crepuscolo) a rimanere immobile e a guardare il mare (che si dipinge di colori aurei): come se la sua umanità dovesse scomparire del tutto. Ancora una volta torna l’apparire e il vedersi come nell’incipit teatrale.

Facciamo un piccolo passo indietro. Torniamo al mondo aristocratico e a come il regista di Little Italy ce lo dipinge. Il montaggio (Thelma Schoonmaker, come sempre) pieno di dissolvenze incrociate dà un senso di religiosità – fil rouge che unisce tutta la filmografia scorsesiana – alla pellicola. I piatti, le tovaglie, i guanti, i gioielli, i quadri, i vasi, le decorazioni, i set di posate: ogni cosa dà all’opera e i suoi personaggi un senso di ritualità.

L'Età dell'Innocenza

L’apparire quindi non è più solo una questione aristocratica, ma diventa un vero e proprio culto per il ceto sociale. Non è un caso che la macchina da presa indugi su questi dettagli sin dai primi istanti del film. Bisogna inoltre notare che, spesso, i protagonisti delle pellicole del cineasta statunitense sono dei ribelli – Taxi Driver su tutti – e anche ne L’Età dell’Innocenza, per quanto concerne Archer e la Contessa Olenska, si può dire ciò.

Welland fin dall’inizio del film si dimostra un personaggio atipico: vedasi le discussioni a cena in cui, infastidito dal giudicare dalle apparenze, si ritrova ad essere un alieno in un contesto decisamente benpensante dove i ruoli sono scelti in partenza: le donne sono sempre “mogli di” e gli uomini sono quelli che comandano.

L’Età dell’Innocenza: tra filmico e profilmico

L’Età dell’Innocenza è un film in costume dove tutto funziona. Tra lussuose scenografie e costumi raffinati, trova spazio una regia di altissimo livello al servizio di una sceneggiatura finissima (scritta a quattro mani dal regista e Jay Cocks), la quale sottointende che lo spettatore sappia che sia tratta da un romanzo. Scorsese infatti dirige delle sequenze barocche in cui la narrazione, quasi, si ferma per soffermarsi completamente su telegrammi o sulla voce della narratrice che descrive gli usi e costumi dell’aristocrazia.

In questi momenti (e in altri) la fotografia dipinge lo stato d’animo e psicologico dei personaggi. Tali sequenze sono poste spesso dopo eventi in cui succede qualcosa di importante tra i due protagonisti. Inoltre, la luce barocca – teatrale addirittura (ancora una volta) – ha due funzioni. La prima a ricordarci che ci troviamo di fronte ad un testo filmico e letterario, la seconda a sviluppare ulteriormente il discorso dell’apparire.

L'Età dell'Innocenza

Le apparenze non sono solo quelle per cui si viene snobbati dal ceto aristocratico, ma sono anche quelle causate dall’amore; Welland vede Ellen con un’aura angelica attorno, che la isola dal resto del mondo. Le apparenze che, come detto, sono una vera e propria religione per l’aristocrazia newyorkese, per i nostri protagonisti ribelli assumono una venerazione metafisica leggermente diversa. Se infatti nel primo caso si può parlare di un’ossessione fanatica, nel secondo si deve parlare invece di sincera fede nell’altro.

La stessa che porterà Welland ad osservare un bagliore aureo divino arrivare dalla finestra del terzo piano. Uno sguardo, un vedere, religioso verso l’alto; un momento di preghiera in cui Archer rimembra quella giornata al faro e immagina Ellen voltarsi.

Un finale che ha del malinconico, del metafisico, ma che ancor di più sorprende per la rielaborazione dell’amore nel cinema scorsesiano. Se fino ad allora il nobile sentimento era stato ossessivo e tossico (Taxi Driver, Toro Scatenato, Re per Una Notte, Quei Bravi Ragazzi) negli anni ’90 del cineasta l’amore assume un senso sincero e fedele – pensiamo a Casinò in cui Asso affida a Ginger “le chiavi di tutto ciò che è suo”.

El Camino

What's your reaction?

Developed by SpawnLab