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L'Avventura

CineCult: L’Avventura

L’Avventura di Michelangelo Antonioni è un film del 1960 presentato al Festival di Cannes dove vinse il premio della giuria, la Palma d’Oro dell’anno fu La Dolce Vita di Fellini. La pellicola è il primo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità e segna l’inizio del sodalizio artistico con Monica Vitti. L’attrice rappresenta la protagonista di tutte le tre pellicole ed è anche il personaggio principale del successivo Il Deserto Rosso (1964). Come per ogni CineCult, l’analisi sarà con SPOILER e nel caso voleste recuperarlo, vi consigliamo l’edizione Blu-Ray della Criterion Collection.

L’Avventura inizia con una gita alle Isole Eolie dove Anna (Lea Massari), un’amica di Claudia (Monica Vitti), sparisce dalla circolazione. Successivamente iniziano le indagini. Sandro, il fidanzato della donna scomparsa, e Claudia cominciano ad innamorarsi l’uno dell’altra. Man mano che i giorni passano, i due protagonisti sembrano apparentemente sempre più sicuri del loro rapporto, ma una sera Sandro tradisce Claudia con Gloria.

L'Avventura

“Io non ho mai visto una donna come te che ha bisogno di vedere tutto chiaro”

Quella che avete appena letto è una delle tante battute che simboleggiano la condizione della donna nella trilogia dell’incomunicabilità. Michelangelo Antonioni, raccontando la noia provata dai borghesi, ci mostra dei personaggi che compiono gesti spesso fuori luogo, alienanti, insensati e, talvolta, sciocchi e infantili. La confusione, che porta dapprima Anna a fuggire e poi Claudia a pensare di non capire più nulla, deriva proprio da questa tanto terrificante quanto vera battuta che Sandro propina alla protagonista. Ella cerca di comprendere i sentimenti, cerca di capire ciò che non c’è. Non a caso, Claudia inizialmente cerca Anna che sparisce sia a livello drammaturgico, sia a livello filmico (non la vediamo più: non ci sono flashback, né la osserviamo attraverso un narratore onnisciente); poi prova, invano, a comprendere il senso delle cose e degli atteggiamenti delle persone che la circondano, in particolare di colui che nell’opera le chiede la mano in una scena completamente assurda per essere reale.

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Claudia, o forse sarebbe meglio dire Monica dato che vale per ogni alter-ego da lei interpretato nella trilogia, nella confusione perde il senso delle cose. Disperata, crede di essere lei quella “sbagliata”, ma la realtà (forse) è un’altra. Monica Vitti rappresenta colei che riesce a risvegliare dal torpore una borghesia che, annoiata appunto, si abbandona e, con un approccio decisamente nichilista, perde tempo a giocherellare. Gli errori che i borghesi antonioniani compiono nel corso della trilogia spesso sono evitabili, basterebbe uno stimolo per eradicare ogni forma di vizio in cui cadono. Nella mancanza di un senso esistenziale rigettano ogni tipo di sostentamento e, come dei bambini troppo cresciuti, si autocommiserano e piangono per il nulla cosmico.

“Si può vedere L’Avventura come un documentario sulla perdita del significato”

Queste le parole introduttive di Olivier Assayas nella sua bellissima analisi de L’Avventura. Il significato cessa di esistere in quanto i personaggi non lo cercano o, peggio, lo ripudiano. Questa espressione sintetica può essere estesa a tutta la trilogia: ne La Notte, Valentina stanca del suo ambiente terribilmente estetico e mai etico cade in depressione perché la sua vita perde di senso; ne L’Eclisse, Vittoria rinuncia alla relazione di coppia con Piero perché, come ci spiega lei stessa parlando del suo ex fidanzato Riccardo:

“Finché ci siamo amati, certo ci si capiva… non c’era niente da capire.”

Il non-senso della coppia porta Vittoria a mollare Piero. Claudia, al contrario, si illude che un significato ci sia e che forse tutti i suoi deliri siano del tutto colpa sua e della sua condizione da non-lucida; Vittoria – che questo nome non sia del tutto casuale? – è invece determinata e crede che il problema sia relegabile alla coppia, alla mancanza di comunicazione.

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L’incomunicabilità è ciò che uccide il significato. Semioticamente parlando, la comunicazione comincia dalla parola e dal linguaggio, i quali compongono il significante. Quest’ultimo percepito dal ricevente diventa significato (i semiotici mi perdoneranno per la clamorosa semplificazione). Di conseguenza se i personaggi non si capiscono, vuol dire che il significante è manipolato esternamente. In primis dalle bugie: Sandro ama Claudia (e lo dice esplicitamente), ma alla prima occasione fa una scappatella con la donna appena conosciuta. Mi fermo immediatamente perché se mi mettessi a citare le bugie, esplicite o implicite che siano, individuabili nella trilogia dell’incomunicabilità mi ci vorrebbero almeno dieci paragrafi. Il punto focale della questione è che Antonioni è riuscito a manipolare il significante attraverso la macchina da presa: un esempio è la sopracitata scomparsa filmica (e non solo narrativa) di Anna.

La regia e le composizioni formali di Antonioni ne L’Avventura

Antonioni ci mostra l’incomunicabilità dei personaggi attraverso una messinscena precisa. In primis scavalca il campo, l’errore grammaticale del linguaggio cinematografico più lampante. Altre volte i personaggi parlano senza guardarsi negli occhi; oppure il corpo punta in una direzione, mentre la testa in un’altra; oppure ancora i protagonisti dialogano come se stessero parlando a loro stessi (questa è una prerogativa della direzione attoriale del regista). In questi ultimi casi, talvolta, il risultato è estremizzato perché vi è una scarsa continuità logica del discorso: l’esempio più evidente ne L’Avventura è la sequenza in cui Sandro chiede a Claudia di sposarlo.

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Innanzitutto la scenografia è molto suggestiva: le corde intrappolano Monica Vitti, tranne quando lei rifiuta la richiesta. La quale peraltro viene avanzata in un modo quasi comico da quanto è assurdo: “Claudia ci sposiamo?”. La sequenza continua e quando Claudia rivela che non è lucida suona la campana. Da quel momento in poi, il focus narrativo si sposta dal matrimonio alla “comunicazione” tra campane. Incredibilmente le campane si parlano e comunicano meglio di quanto lo faccia l’essere umano nel cinema di Michelangelo Antonioni.

Conclusioni

L’Avventura è un capolavoro che ha rivoluzionato il modo di vedere un’opera cinematografica. Tutto il cinema di Michelangelo Antonioni si concentra sullo sguardo e questo film non è da meno. Insieme a Rocco e i suoi Fratelli e La Dolce Vita, tutti usciti nel 1960, segnano un punto di non ritorno per il cinema autoriale italiano. A Cannes il film venne fischiato (fortunatamente alla giuria piacque!), Monica Vitti ci rimase molto male tanto da andare a letto in lacrime. La mattina dopo pero, apparve un foglio che diceva:

Questo è il film più bello che sia mai passato ad un festival.

Tra i vari firmatari c’era Roberto Rossellini.

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