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La notte

CineCult: La Notte

La Notte è il secondo film della trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni. Composta da L’Avventura (1960), La Notte (1961) e L’Eclisse (1962), essa propone una visione critica della modernità e dell’alienazione che affligge l’essere umano. L’incomunicabilità è tangibile in ogni frangente: nel semplice nucleo familiare come nel sentirsi costantemente fuori luogo e fuori dal tempo, è il caso di Valentina, interpretata da Monica Vitti: la musa del regista e dell’intera trilogia. Il contesto socio-economico degli anni ’60 viene analizzato dal filmmaker ferrarese in tutti e tre i capitoli, ma è da La Notte che diventa un aspetto preponderante. Innanzitutto ci sono i dissidi politici (“Lei firma a sinistra?” chiede all’inizio un giornalista a Giovanni Pontano), inoltre i personaggi sono borghesi e vivono tra e con i ricchi.

La Notte ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino nel 1961 e racconta la storia di una coppia (Giovanni e Lidia interpretati da Marcello Mastroianni e Jeanne Moureau) al limite dello sfacelo, dove manca il sentimento. Il film ci mostra ventiquattro ore di vita di uno scrittore che “ha perso ogni idea” e di una donna annoiata che non prova più nulla. Nell’incipit eloquente vediamo una città metropolitana (Milano) in pieno boom economico. I due si recano da Tommaso, un amico moribondo e agonizzante. Successivamente i protagonisti vanno alla presentazione del nuovo libro del protagonista, ma Lidia decide di vagare per le strade. Infine, di sera, dopo il (disperato) tentativo di riaccendere un eros represso in un club a luci rosse, i due si dirigono nella villa dell’industriale Gherardini dove si svolge un party. Lì osserviamo la modernità che prende vita: un numero spropositato di luci artificiali che si accendono nel buio della notte. Ma ci fermiamo qui, perché l’analisi sarà come sempre con SPOILER e vi invitiamo a recuperarlo nel caso non l’aveste ancora fatto. Di seguito trovate il trailer.

L’incomunicabilità ne La Notte

La Notte, come molti altri film di Michelangelo Antonioni, elabora il concetto di incomunicabilità in ogni aspetto filmico: dal montaggio alla regia, dalla sceneggiatura alla recitazione. Parlando de L’Avventura, avevamo citato la presenza di scavalcamenti di campo in cui la regola dei 180 gradi viene violata e dunque la discontinuità è percepita dallo spettatore come incomunicabilità tra una inquadratura e l’altra. Ne La Notte ci sono tante frasi interrotte – non che ne L’Avventura non ce ne fossero, ma in questo caso sono ancor di più – e per giunta pronunciate a se stessi. Infatti, i personaggi enunciano monologhi più che dialoghi veri e propri. La mancanza di un destinatario rende impossibile il rapporto con il prossimo, sia esso la moglie, l’amante dall’atteggiamento infantile o chicchessia.

La Notte

L’incomunicabilità traspare anche nei riflessi. I personaggi esistono in due realtà univoche che non si interfacciano tra loro: una frutto dell’alienazione, l’altra (quella reale, effettiva) del contesto sociale in cui si vive. Nella scena in cui Giovanni e Valentina parlano davanti ad un vetro, vediamo i loro corpi riflessi: rappresentazione massima di ciò che si vorrebbe dire, ma che rimane celato poiché un riflesso non è in grado di parlare. L’ennesima dimostrazione della perdita del significato (ricordiamo che L’Avventura viene definito da Olivier Assayas come “un documentario sulla perdita del significato”) si ha quando Giovanni torna a casa e non trova Lidia e sentiamo un tutorial su come parlare in inglese. Il linguaggio è la base su cui si fonda il dialogo, la semiotica e la comunicazione: se non lo si conosce, non ci si riesce ad esprimere, non si può comunicare con il prossimo.

“A me sembra che l’amore debba limitare una persona: qualcosa di sbagliato, che fa il vuoto attorno”

La realtà in cui milita Valentina è agiata: vive bene, è ricca, che ha da lamentarsi? Potrebbe chiedersi un ipotetico spettatore distratto. Antonioni infatti, non si limita – ne La Notte come anche ne L’Avventura e ne L’Eclisse – a mostrare un’incomunicabilità solo ed esclusivamente sentimentale e/o di coppia. L’esistenza tutta è in crisi. Dunque, ogni singolo rapporto, sociale, economico, politico, sentimentale, pubblico, privato, viene inevitabilmente lacerato e condannato ad una fine tragica e deprimente. Il punto massimo in cui possiamo notare questo aspetto è nel finale. Persino chi ha scritto la lettera (Giovanni, il protagonista) non si ricorda di averlo fatto. Ma non solo non rimembra il luogo e il tempo in cui scrisse quelle dolci e delicate parole, ma con nonchalance chiede: “Di chi è questa lettera?” quasi come se fosse certo che sia stato qualcun altro a dedicarle quel ritratto poetico.

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Il disagio, che ha ormai raggiunto un livello altissimo, logora il protagonista e la sua consorte. Lo status quo non può tornare bello, sincero, genuino e dolce come il Giovanni della lettera. Infatti, nella scena finale di sesso (o stupro?), la macchina da presa si sposta: non può esistere, non può essere inquadrato un (im)possibile ritorno allo status quo antecedente all’alba del primo giorno (che corrisponde all’incipit del lungometraggio). Ogni personaggio, in un modo o nell’altro, esce dalla fatidica notte del titolo distrutto. Le ultime parole di Valentina sono: “Mi avete ridotto uno straccio voi due stasera”. Lidia è devastata dalla morte di Tommaso – che avviene fuoricampo, proprio come Anna ne L’Avventura spariva dall’inquadratura e dall’isola – Giovanni non riesce più ad amare la moglie come in passato.

Monica Vitti, Valentina e il sesso

Monica Vitti è la musa della trilogia. In questo caso – l’unico – non è protagonista, appare dopo un’ora mentre sta leggendo I Sonnambuli. Un’inquadratura eloquente che descrive già la percezione di Lidia e Valentina per Giovanni: le due si trovano agli angoli opposti dell’inquadratura. Lidia in alto, in piedi, ma lontana; Valentina in basso, seduta, tranquilla e vicina. Lidia appare ormai come una donna lontana, di classe, troppo ossessionata dalla rassegnazione e dalla formalità che da uno scrittore ci si aspetta; al contrario Valentina, che sta leggendo un libro, è vicina, serena, infantile, più giocosa. Ella rappresenta una sorta di trasgressione, o meglio un’esternazione dei veri istinti e pulsioni sessuali che Giovanni reprime. Infatti, alla fine della pellicola egli cede alla tentazione animalesca e stupra Lidia.

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Non è un caso che il sesso (in)espresso sia un fil rouge dei tre lungometraggi. Ne L’Avventura in una delle prime sequenze Sandro e Anna hanno un rapporto sessuale che viene coperto dalle tende (ancora una volta la scena non viene inquadrata), inoltre il film si chiude con la sequenza del tradimento di Sandro con Gloria; ne La Notte c’è tanto eros represso: la sequenza del night club è iconica; infine ne L’Eclisse Piero ne è ossessionato: assistiamo ad una soggettiva dove cerca di vedere il seno di Vittoria sbirciando nella camicetta slacciata. Il fascino sensuale di Monica Vitti rappresenta un limite per tutti gli uomini della trilogia – sempre meschini e inconsci del pessimo modo con cui trattano le donne – ma i personaggi da lei interpretati danno chiavi di lettura per comprendere il discorso complesso e articolato di Michelangelo Antonioni. La donna infatti è colei che si rende conto dell’alienazione.

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