MonkeyBit

La Grande Bellezza

CineCult: La Grande Bellezza

In occasione dell’uscita cinematografica di È stata la mano di Dio (qui trovate la nostra recensione) di Paolo Sorrentino, analizziamo l’opera che ha lanciato definitivamente il regista napoletano a livello internazionale: La Grande Bellezza (2013). Questa ha infatti vinto il Golden Globe e l’Oscar per il miglior film straniero. Inoltre, agli European Film Awards ha fatto incetta di premi portando a casa quattro statuette su cinque nomination: film, regia, attore e montaggio.

Il cast è molto ricco: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giovanna Vignola, Pamela Villoresi, Luca Marinelli, Franco Graziosi, Galatea Ranzi, Sonia Gessner, Serena Grandi, Roberto Herlitzka, Massimo Popolizio, Giusi Merli sono solo una parte dei volti che hanno preso parte al lungometraggio. Segnaliamo inoltre alcuni contributi tecnici: Luca Bigazzi alla fotografia, Cristiano Travaglioli al montaggio, Lele Marchitelli alle musiche, scenografia di Stefania Cella e costumi di Daniela Ciancio.

La Grande Bellezza è un film che ci dovrebbe rendere orgogliosi, invece la critica italiana l’ha accolto con più freddezza rispetto a quella estera. L’opera di Sorrentino infatti è decisamente particolare e i suoi richiami felliniani possono urtare i gusti di alcuni. Da parte di chi scrive, c’è l’intenzione di analizzare la pellicola non tanto nella sua interezza — talvolta discutibile nelle parti centrali — quanto piuttosto nel prologo e nell’epilogo (in particolare soffermandosi sui titoli di coda), le due parti davvero superlative e indiscutibili.

L’analisi sarà come sempre con SPOILER, per cui, nel caso non aveste ancora recuperato il film, vi invitiamo a farlo. Lo trovate su Netflix e per arrivare pronti al 15 dicembre — data d’uscita di È stata la mano di Dio sulla piattaforma — vi consigliamo di (ri)vederlo. Di seguito trovate il trailer.

Il prologo: apollineo e dionisiaco

«Fuoco», segue il colpo del cannone di un carro armato. Sorrentino mette le mani avanti: La Grande Bellezza non è il classico film che vedi il pomeriggio quando non hai niente da fare. La macchina da presa si alza, vediamo gli applausi; Sorrentino inquadra il Gianicolo in modo dinamico, spostandosi da un corpo all’altro. Ci sono persone degne di nota: il coro del Torino Vocalensemble che canta I Lie di David Lang, i turisti giapponesi e i romani.

Un romano scende dal pullman e, mentre la guida turistica sta parlando del Gianicolo, egli dice «Ao, m’hai veramente rotto er ca**o eh» (Jep dirà poi che i migliori cittadini di Roma sono i turisti non a caso). Il coro continua; uno dei visitatori si allontana dal gruppo per fotografare il paesaggio, colpito dalla Sindrome di Stendhal muore e con lui il coro si ferma. Riprende poco dopo e finisce il suo canto sacro dal fontanone del Gianicolo.

La Grande Bellezza

Stacco sul primo piano di un urlo tremendo e con il sottofondo del remix di Far L’Amore di Raffaella Carrà. Dall’ordine, dal giorno, dal coro si è passati ad una notte brava nei palazzi di Roma. La Capitale ha due facce: quella alta, colta, raffinata e invidiabile, e quella invece mondana. Sorrentino realizza un ritratto quasi privo di parole. Per far ciò, il regista sfrutta una delle figure retoriche più classiche della letteratura: l’antitesi.

L’armonia apollinea della prima sequenza realizzata attraverso carrelli, primi piani, simmetrie e movimenti di macchina semplici — si contrappone al caos dionisiaco dei festini della seconda. Il montaggio è serrato, le persone si confondono e la gestione degli spazi è volutamente confusa. Vi è addirittura un ribaltamento della macchina da presa corrispondente all’apparizione di Jep Gambardella (Toni Servillo).

Ma il prologo non basta a darci il significato intero della pellicola, serve l’epilogo.

L’Epilogo: «Cercavo la grande bellezza, ma non l’ho trovata»

Le radici sono importanti, dice la Santa (Giusi Merli), e Jep ha cercato per tutta la vita la grande bellezza. Questo è ciò che scopriamo nell’epilogo, ma cos’è la grande bellezza? Sta allo spettatore rispondere alla domanda. Per chi scrive, consiste nel guardare le proprie radici da un’altra prospettiva.

Gli attimi di massima nostalgia li vive mentre guarda il mare nel silenzio della sua stanza (nel soffitto). Dunque è riguardando al passato e a quella notte in cui ha perso la verginità che può definitivamente sentirsi felice. O forse è una felicità apparente, perché d’altro canto la grande bellezza è, probabilmente, solo un trucco.

La Grande Bellezza

Ed è qui che entra in gioco la sequenza dei titoli di coda. Cinema puro: un piano-sequenza, la musica (The Beatitudes di Vladimir Martynov) e la bellezza del vedere. Roma è e rimane magniloquente. Attraversare il Tevere in silenzio diventa un’esperienza mistica: un concentrato di grande bellezza, dove, come dei bambini (le radici), guardiamo dal basso verso l’alto e scopriamo il mondo circostante. Osserviamo attentamente un elemento — che può essere un gruppo di suore o uno stormo di uccelli — ma ad un tratto vediamo solo il nero del ponte che incombe sulle nostre teste.

E allora bisogna continuare a vivere, attraversare un altro ponte ancora e poi ancora. Bisogna continuare a cercare la grande bellezza, ma dato che essa è solo un trucco, evidentemente è la perseveranza nella ricerca la vera grande bellezza. Jep Gambardella l’ha infatti sempre avuta davanti agli occhi, ma, appunto, doveva cambiare prospettiva. Accettare l’illusione con un sorriso dolce e sereno, senza avere rimpianti.

 

El Camino

What's your reaction?

Post a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Developed by SpawnLab