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Inland Empire

CineCult: Inland Empire

Inland Empire – L’impero della mente (2006) rappresenta l’ultimo lungometraggio di David Lynch che ha visto la pienezza del grande schermo. In seguito, infatti, il regista e sceneggiatore di Missoula non ha realizzato più lungometraggi per il cinema e, negli anni più recenti, è tornato prepotentemente sulle scene con la terza stagione di Twin Peaks (2017), dove ha espresso nuovamente il suo genio allucinatorio. Ebbene, tale temporaneo “commiato” per la settima arte (mi piace pensare che un giorno l’autore surreale riesca a realizzare un’altra opera), non può essere più disturbante e catartico, capace di trascendere la linearità per proporre un universo caotico votato all’immagine e alla musica. Presentato fuori concorso alla 63ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (durante la kermesse, Lynch è stato insignito del Leone d’Oro alla Carriera), Inland Empire invita lo spettatore in un’avventura ai limiti della coscienza umana e della psiche, spingendolo agli estremi più assurdi e insensati che la mente può concepire.

Parlare di trama, con un’artista di tale levatura, è fuorviante e oltremodo riduttivo, visto che in alcuni casi le immagini presentate non seguono una linea narrativa cronologica, apparendo come frutto di una droga stordente o di un’introspezione mistica. Nonostante ciò, un incipit razionale è presente con una base solida per la costruzione dell’impianto surreale che viene presentato successivamente all’interno della pellicola. Il pubblico assiste inoltre, fin dalle prime battute, a più storyline messe a confronto, sintomo di una complessità che andrà sempre di più a confondere, scena dopo scena. In questa matrioska deformata, l’attrice Nikki Grace è la protagonista effettiva della storia, interpretata da una Laura Dern di incredibile e mostruosa bravura. La star è coinvolta nella realizzazione di un film, diretto da Kingsley (Jeremy Irons) e affiancata ad un altro attore, Devon Berk (Justin Theroux). Fin qua tutto a posto, no? All’incirca sì, se sorvoliamo sugli stacchi inquietanti e misteriosi, parte di un puzzle che non sarà facile decifrare. Ebbene, dalla partenza del set in poi, il delirio viene servito su un piatto d’argento: Nikki si perde sempre di più nei meandri della sua psiche, confrontandosi e scontrandosi con realtà e donne diverse, storie di ordinaria e straordinaria follia. E Lynch, come un prestigiatore arroccato sulla sua cinepresa, avvia un gioco accattivante con gli spettatori, una spirale potente e senza fine che si chiude solamente al termine del lungometraggio stesso. Proveremo ora a mettere un po’ in ordine le cose, sviluppando delle tematiche fondamentali per la comprensione di Inland Empire (occhio però alla valanga di SPOILER).

Rabbits

Per analizzare il film dobbiamo fare un passo indietro: è infatti opportuno parlare di un’altra opera di Lynch che, in larga parte, è presente anche in Inland Empire tramite degli spezzoni brevi. Ci stiamo riferendo alla serie di sette cortometraggi, intitolati Rabbits, che hanno visto la luce nel 2002. Le realizzazioni, della durata di 6 minuti ciascuno, giocano con regole semplici ed efficaci: un trio di conigli antropomorfi, Jack (Scott Cofey), Jane (Laura Elena Harring, Rebekah Del Rio) e Suzie (Naomi Watts) vivono la loro quotidianità all’interno di una stanza, arredata in modo piuttosto minimale. L’idea alla base è quella di controvertere gli stilemi della sitcom, passando da comicità ad ansia con mirate strategie: le frasi dei personaggi, normali ma criptiche e spesso non logiche, sono accompagnate dalle risate del pubblico (strumento usatissimo nel genere situation comedy), anche in momenti totalmente non contestuali. Fa capolino saltuariamente anche un viso deformato che contribuisce a creare terrore. Il risultato è un’opprimente e lacerante rappresentazione dell’alienazione sociale dell’essere umano che si trova raffigurato in chiave simbolica e metafisica.

Rabbits

Al di là dell’inquietudine di fondo che si avverte ogni secondo che passa, i corti sfruttano anche un’ipotesi psicologica affascinante: l’Uncanny Valley, ovvero una teoria che vede la presenza della curva del perturbante nella mente dell’essere umano quando si avvicina a creature o entità in parte simili alla sua natura (i conigli antropomorfi, in questo caso). Detto questo, Rabbits è stato sapientemente integrato all’interno di Inland Empire, non solo canonizzandolo come appartenente allo stesso universo filmico di Lynch stesso, ma anche come intermezzo tra una sequenza e un’altra dell’opera. In questo, le realizzazioni si configurano non solo come uno stacco, ma anche come mezzo di risoluzione dell’ingarbugliato schema registico-narrativo del film: i personaggi interagiscono spesso con i conigli mentre guardano la televisione, quasi come se stessero osservando noi spettatori e, a più riprese, gli animali riescono ad uscire dallo schermo e ad entrare nella dimensione della pellicola. Se da un lato rappresentano la profonda interazione tra mondo della realtà e mondo della finzione, dall’altro guidano gli occhi delle figure e le indirizzano verso il pubblico stesso di Inland Empire, rompendo di fatto la quarta parete e rendendo ancora di più partecipi gli spettatori nel gioco logico-mentale di Lynch.

Tanto lo scoprirò, un giorno…

Il crocevia degli universi

Torniamo ora alla protagonista e cerchiamo di fare chiarezza sul suo viaggio interiore. L’attrice Nikki Grace, come vi abbiamo già anticipato, comincia ad essere frastornata, inizialmente confondendosi con il suo alter-ego su schermo, Susan (e qui Mulholland Drive viene ripreso in maniera plateale) e, successivamente, prendendo il posto e il ruolo di altre donne, trovandosi in luoghi, contesti e realtà differenti. È chiaro che tale costruzione è confusionaria e cervellotica (d’altronde, anche la donna al centro delle vicende è disorientata, come il pubblico) e probabilmente lo scopo di Lynch non è tanto quello di guidare la comprensione nei vari cambi di scena e maschere della protagonista, ma farci concentrare piuttosto sulle scene che rendono possibili tali cambiamenti. Strumenti più potenti e presenti degli stacchi delle varie sequenze sono le porte, da sempre usate nel cinema come mezzi per raggiungere altri mondi, inserite in Inland Empire come chiave d’accesso a zone differenti per la nostra attrice (sia nuove consapevolezze mentali che incontri con dissimili lati di sé).

Valley Girls

È nell’usare comuni aperture (e non portali mistici) che sta la genialità, perché riprendere il quotidiano fa sempre più paura, in quanto è vicino a noi (chi ha visto la terza stagione di Twin Peaks a questo punto potrebbe avere un forte déjà-vu). Ma se le porte sono l’oggetto della trasformazione, le figure simboliche del cambiamento e del passaggio tra identità sono ben esemplificate nel gruppo di ragazze che Nikki incontra a più riprese nella storia. Ci torneremo dopo nel dettaglio, ma la passione di Lynch per i personaggi metaforici si perde nella notte dei tempi, fin da Eraserhead (1977) e anche qui non è da meno: le donne, che fungono da guida a Nikki, la seguono ovunque (tra un passo di ballo e l’altro, in pieno stile lynchiano) collocandosi perfettamente al confine tra allucinazione e realtà. Tale divisione è labile e non è per nulla semplice capire se sono effettivamente il frutto dell’immaginazione dell’attrice, ciò che invece è indubbio è che hanno poteri all’interno dell’universo mentale della protagonista, fungendo da coscienza e al tempo stesso da proiezione per il personaggio. Sembrano infatti anticipare alcune delle identità che vediamo nel corso della trama.

Tante persone cambiano, cioè non cambiano ma si rivelano, col tempo si rivelano quello che sono.

L’impero della mente

Il sottotitolo italiano del lungometraggio, “l’impero della mente”, è davvero ben congegnato, in quanto riassume perfettamente una tematica fondamentale inserita all’interno di Inland Empire. Questo epiteto richiama una sudditanza del corpo sulla psiche come se quest’ultima fosse la padrona incontrastata della nostra esistenza. E, in effetti, è ciò che accade sia nel film che, in maniera diversa, allo spettatore mentre è intento a vedere l’opera. Andiamo con ordine. La protagonista si trova bloccata in un labirinto mentale dal quale non riesce effettivamente ad uscire, originato dalle varie realtà che le si presentano davanti. Come sfuggire da tale caos psichico? Una soluzione vera e propria non c’è, ma in mancanza di questa vi è una risoluzione, in particolare un momento di catarsi che è presente sul finire della pellicola. Ad introdurre la sequenza, la voce di Rebekah Del Rio che, sullo sfondo di una luce accecante, accompagna il ricongiungimento della protagonista con una sua identità oramai perduta. Nel culmine dell’incontro (suggellato da un bacio), Nikki scompare e la ragazza polacca può finalmente incontrare la sua famiglia, libera dal giogo della mente.

Inland Empire 1

Vi ricorda qualcosa? Beh, anche in Mulholland Drive la risoluzione è accostata al canto della Del Rio, in una delle scene più potenti del cinema lynchiano: il velo della finzione viene scoperchiato, rivelando, in un teatro, che nella settima arte è tutto rarefatto e costruito. Due momenti di catarsi totale dove il risveglio del nostro essere è alleggerito da una confortante e leggiadra voce femminile, con una luce soffusa, paradisiaca, liberandoci dalla schiavitù della nostra psiche. Ma attenzione: se la protagonista, nel caso specifico di Inland Empire, arriva al suo compimento, riuscendo ad arrivare ad un’emancipazione, lo spettatore, vivendo in maniera empatica ogni singola azione dei personaggi, è così ingabbiato e prigioniero dell’impero della mente, da incontrare anche lui una liberazione dalle manipolazioni mentali e dalle macchinazioni del regista che fino a quel momento lì, lo ha manovrato con intelligenza.

La mente è stridio di denti…

La trilogia dell’onirico

Chiudiamo la nostra analisi, dando un contesto maggiormente dettagliato al lungometraggio. Di fatto, Inland Empire viene visto come terzo capitolo della cosiddetta trilogia dell’onirico dell’autore che vede come due suoi diretti predecessori Mulholland Drive (2001) e Strade perdute (1997). I titoli sono accomunati non solo da effettive analogie, tra immagini, suggestioni, schemi ricorrenti e personaggi simbolici, ma anche da significati legati ai nomi delle realizzazioni stesse. Mulholland Drive e Inland Empire, infatti, richiamano due aree (in particolare una zona e una via) di Los Angeles, mentre è chiaro che Strade perdute ha anche esso al centro la simbologia del cammino, del percorso. Il resto, invece, sono tutti collegamenti sia stilistici che contenutistici, appellanti a gran voce degli altri tasselli della trilogia.

Strade perdute

E così, se vediamo sempre al centro delle storie attrici, produttori, registi e membri dello star system che si trovano ad Hollywood, anche le strutture narrative sono molto simili. La costruzione non lineare e asistematica della storia è difatti presente in tutte le realizzazioni e gli accostamenti tra realtà e fantasia e, soprattutto, tra sogno e allucinazione sono anch’essi dei pilastri fondamenti della tripletta surreale di David Lynch. Ultimi, ma non meno importanti, e degni di menzione, sono i personaggi “oracolo” delle produzioni come le già citate donne in Inland Empire, ma anche la misteriosa vicina della protagonista, che gli vaticina la sua assunzione per il progetto filmico del giorno dopo. Entrati poi nella leggenda ci sono il Mystery Man di Strade perdute, dall’inquietante e scomoda ubiquità e il barbone di Mulholland Drive, che ha fatto fare un salto sul divano a tutti i telespettatori, ma ne potrei citare molte altre. Tali figure, presenti anche in opere esterne a tale trilogia, incarnano spesso dei simboli e delle metafore non molto chiare, ma, se da una parte perturbano la psiche degli spettatori, dall’altra alimentano la curiosità e l’interesse.

C’è un omicidio, in questo film?

Inland Empire – L’impero della mente incarna in maniera perfetta la poetica dell’onirico di David Lynch, che in questo film si trova rappresentata in chiave oppressiva e delirante al tempo stesso. Chiusura insuperabile della trilogia iniziata con Strade perdute, l’autore si diverte a intrattenere lo spettatore con sequele di immagini, suoni e rappresentazioni che non trovano una connessione immediata ma ragionata, ponendolo di fronte, ancora una volta, agli incubi della psiche e alle allucinazioni del cervello. Uscire vivi dalla visione non è roba per tutti, ma quello che vi aspetta al di fuori è nuovamente un brivido e un’estasi che solo geni della cinematografia come l’artista di Missoula riescono a dare in contemporanea. Provare per credere.

 

 

 

El Camino

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