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Il settimo sigillo

CineCult: Il settimo sigillo

Il settimo sigillo (1957), capolavoro del regista svedese Ingmar Bergman (tra i nomi più imponenti del cinema mondiale), è un lungometraggio iconico, che, grazie alla sua portata ideologica e simbolica, ha influenzato tutto il mondo della cultura occidentale. Narrativamente raffinata, con una regia monumentale valorizzatrice dei personaggi e del contesto storico-sociale, l’opera è un vero e proprio gioiello del medium, rappresentando ancora oggi un’analisi antropologica e folkloristica di notevole attrattiva. La creatura di Bergman, che ha vinto nel 1957 il Premio speciale della giuria a Cannes (ex-aequo con I dannati di Varsavia), è probabilmente il più noto film dell’autore nordeuropeo forse perché rappresenta una summa della sua poetica, anche se, considerando la sua incredibile carriera, è un piccolo tassello di un mosaico decisamente più grande.

Ritornando dalle crociate in Terra Santa, il cavaliere Antonius Block (l’indimenticabile Max Von Sydow, che ci ha lasciato recentemente) incontra una figura spettrale e inquietante: la Morte (Bengt Ekerot) è venuta a prenderlo. Nonostante questo, il guerriero riesce a ottenere un piccolo rinvio sfidando il Tristo Mietitore ad una partita a scacchi (entrata nella storia come una delle sequenze più caratteristiche del mondo del cinema), cercando di scoprire fino a quando sarebbe riuscito a ingannare il destino. Nel viaggio di Antonius e lo scudiero nichilista Jöns (Gunnar Björnstrand), tra varie mosse strategiche sulla scacchiera, i due si imbattono in diversi personaggi, ognuno di un ceto sociale e mestiere differente, in fuga dalla sanguinosa e implacabile peste, che sta decimando villaggi interi. L’autore, trasponendo una sua pièce teatrale, Pittura su legno (Trämålning), partendo da un contesto narrativo familiare come il Medioevo, sviluppa un racconto cupo e pessimista (imperlato però di tagliente ironia), che prova a rispondere a domande esistenzialiste di carattere religioso che hanno una difficile portata. La sua interpretazione sul senso della vita, l’esistenza di Dio e di un possibile aldilà, per quanto è influenzata dal suo vissuto biografico (il padre Erik era un pastore luterano), è originale e dannatamente attuale, con una spietatezza incredibile, ma sincera e trasparente, come una confessione. Proveremo, con molti SPOILER siete avvisati, ad analizzare nella nostra rubrica CineCult alcune tematiche fondanti de Il settimo sigillo provando a cogliere il messaggio di fondo del regista.

Un medioevo buio e tenebroso

I personaggi de Il settimo sigillo si muovono in una versione tragica e spietata del Medioevo, volutamente buia e tenebrosa, dove sembra non esserci speranza di sopravvivenza. La peste infuria nelle strade, la fame e la sete sono insostenibili, gli abitanti dei villaggi combattono la pestilenza con la carnalità, la preghiera e il timore reverenziale nei confronti dell’Onnipotente. È cosa nota che il periodo storico in questione sia stato ampiamente rivalutato dagli studiosi, sostituendo in parte il concetto di “secolo buio” che per anni gli è stato attribuito. Ciononostante, il filmmaker svedese ha volontariamente esacerbato e rabbuiato il background, per descrivere al meglio una condizione limite dell’essere umano. Ci arriveremo dopo, ma non è un caso che si faccia continuamente riferimento alla fine del mondo, proprio perché l’intera razza umana si trova di fronte ad una condizione irreversibile ed è interessante notare come ciascuna delle figure presenti all’interno della storia reagisca peculiarmente alla calamità.

Il settimo sigillo 1

Nel loro viaggio eterno ed inutile (come, infatti, possono il crociato e il suo fido scudiero sfuggire alla Morte?) la coppia si imbatte in un corteo di guerrieri che sta portando una presunta strega sul rogo, accusata di aver complottato con il demonio. Non sappiamo fino in fondo quale sia la verità dietro il volto angelico della ragazza, imprigionata dai violenti e ciechi carnefici, ma è emblematico lo sguardo attonito e angosciato che hanno i due quando osservano in prima persona l’esecuzione dell’eretica. Non importa se realmente colpevole o no, l’orrore e l’atrocità di una società bieca e abbietta va contro ogni umana razionalità e colpisce fortemente la sensibilità di ogni essere umano. E così, passando dalla pietà cristiana del guerriero alla cinica ma sincera accettazione passiva dello scudiero, si consuma un omicidio in pubblica piazza.

E noi siamo qui incapaci di fare qualcosa, perché vediamo ciò che vede lei, e il nostro terrore è uguale al suo, e nessuno l’aiuta. No, non posso guardarla.

L’apocalisse e la peste

Il settimo sigillo inizia le danze con un passo dell’Apocalisse di San Giovanni, dove si fa riferimento al settimo sigillo, appunto. All’apertura di quest’ultimo, nella fine del mondo secondo la Bibbia, arrivano calamità da ogni dove che devastano la Terra. La precaria condizione umana è quindi rappresentata dall’Armageddon (come anticipavano prima) ma chiaramente il tutto è metaforico per andare a dare peso e corpo allegorico ad una malattia che durante il Medioevo ha decimato l’intera popolazione europea: ci stiamo riferendo, ovviamente, alla peste. Il morbo nasconde qui un mero strumento livellatore che rende tutti gli esseri umani uguali di fronte alla Morte. Tutti quindi provano a sfuggirgli, ma nessuno effettivamente ci riesce: l’implacabilità e l’irruenza del Tristo Mietitore non lasciano scampo.

Il settimo sigillo 2

Ciascuno reagisce in maniera differente alla malattia: se la gente comune si lascia consumare dalla Fede, i più religiosi si flagellano per pentirsi e per dare una possibilità all’essere umano. In una strabiliante sequenza dall’impatto visivo suggestivo, un corteo di flagellanti incappucciati arriva al villaggio dove risiedono Jöns e Antonius Block, capeggiati da un predicatore. La macchina da presa, come risposta alle parole dell’oratore, inquadra i differenti personaggi con una carrellata, per meglio rappresentare le loro risposte istintive alla “cerimonia”: c’è chi piange, chi invece rimane attonito, chi ancora fa una preghiera. Dopo il discorso del predicatore, il gruppo scompare, con una veloce sovrimpressione di immagini, lasciando spazio al prato vuoto. Una rapida transizione che rappresenta un passaggio significativo de Il settimo sigillo, ma perfettamente impotente verso il potere della Morte.

Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe…

La danza macabra

La danza macabra è un’iconografia della storia dell’arte appartenente all’epoca medioevale in cui viene rappresentata la Morte (sotto forma di scheletro la maggior parte delle volte) che balla in compagnia di diversi esponenti della società dell’epoca (solitamente cardinali, guerrieri, sovrani e gente comune). Il significato dietro l’immagine è piuttosto diretto e chiaro: la fine della vita tocca a tutti, prima o poi, e livella l’umanità, tutta uguale di fronte al termine dell’esistenza. Con tale interpretazione, la simbologia può essere intesa anche come un memento mori ante litteram, una pratica comune nel periodo della Controriforma in cui, soprattutto nell’ambito della pittura, si usava raffigurare la morte come monito per l’essere umano, alla stregua dei generali dell’Antica Roma ai quali, di ritorno dalle battaglie, per impedire che fossero sopraffatti dalla superbia gli veniva ricordato di essere dei semplici mortali.

Il settimo sigillo 3

All’interno de Il settimo sigillo la danza macabra fa capolino, in maniera palese ed esplicita, in due differenti sequenze. Nella prima, lo scudiero nichilista osserva un pittore mentre sta realizzando tale iconografia in una chiesa. Con l’occasione, Bergman fa pronunciare all’artista non solo il significato delle immagini ma anche lo scopo, ovvero quello di spaventare la gente tramite delle raffigurazioni che all’epoca avevano un fine pedagogico, considerando la diffusa mancanza di istruzione. La seconda apparizione della danza macabra, invece, è decisamente più significativa: ci troviamo al termine della pellicola e il comico Jof e la sua famiglia sono riusciti a sfuggire alla Morte. Il saltimbanco vede in lontananza il Tristo Mietitore danzare in compagnia del cavaliere, il suo scudiero, la moglie del guerriero, il fabbro e sua moglie, e la cuoca. E piano piano tutto il gruppo scompare nell’ombra, tutti giunti nell’aldilà o nel nulla cosmico. All’autore, infatti, non interessa tanto dove siano finiti i personaggi, ma gli preme di più tratteggiare con potenza e riverenza l’ineluttabilità dell’estinzione.

Mia! Li vedo, Mia! Li vedo! Laggiù contro quelle nuvole scure. Sono tutti assieme. Il fabbro e Lisa, il cavaliere e Raval e Jöns e Skat. E la morte austera li invita a danzare. Vuole che si tengano per mano e che danzino in una lunga fila…

Le reazioni dei personaggi

Torniamo un attimo indietro, nell’esatto momento in cui i personaggi si trovano dentro il castello di Block (con l’eccezione della famigliola di saltimbanchi). Mentre la moglie del guerriero recita il seguito del passo dell’Apocalisse che apre il lungometraggio, qualcuno bussa alla porta. E il convitato di pietra è la Morte stessa, venuta a prendere ciascuno di loro indifferentemente. Stroncati sul nascere, l’entità li coglie di sorpresa, andando ad immortalare, come un’istantanea, le loro ultime parole e atteggiamenti prima della fine della loro esistenza. Il regista, con una breve ma profonda sequenza, tratteggia le differenze tra loro con una sintesi ed efficacia da manuale. Se il crociato si abbandona alla preghiera, con la speranza di incontrare finalmente Dio che ha cercato per tutta la sua vita, lo scudiero fa esattamente l’opposto.

Il settimo sigillo 4

Cerca di ribellarsi all’inevitabile, bofonchiando parole iraconde con una tranquillità e coraggio innaturali. Un materialista e nichilista che fino all’ultimo respiro ha respinto ogni possibilità di un regno spirituale, andando contro il suo stesso padrone, più timoroso e rispettoso verso il destino. Tutti gli altri, invece, hanno un atteggiamento molto simile: si presentano gentilmente e con ossequi all’entità e si dimostrano pronti a morire, accettando la loro condizione esistenziale. Solo la cuoca si differenzia rispetto agli altri interlocutori: difatti, per la prima volta in tutto il lungometraggio, pronuncia una lapidaria frase, con uno sguardo attonito e scoraggiato:

L’ora è venuta!

Il settimo sigillo, nonostante siano passati 63 dalla sua uscita nelle sale, continua a colpire profondamente per l’estrema finezza con la quale vengono affrontate tematiche importanti come la morte e l’ineluttabilità della stessa nei confronti di ogni singolo essere umano. L’intero impianto simbolico e metaforico, dall’infinita e magistrale potenza, risuona ancora nel 21esimo secolo, e l’influenza ingente che evocano le immagini sgomenta ancora il pubblico. Ci troviamo di fronte ad una storia che per forza di cose sarà sempre attuale e grazie ad un’originalità (di ispirazione per molti) il mondo del cinema non dimenticherà mai la creatura di Bergman, tra le menti più illuminate della settima arte.

 

 

 

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