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Il Petroliere

CineCult: Il Petroliere

Il Petroliere di Paul Thomas Anderson è uscito nel 2007 e l’anno successivo ha vinto 2 Oscar: uno per la fotografia e uno per il miglior attore protagonista a Daniel Day-Lewis. In questo capolavoro del cinema contemporaneo troviamo tutte le ossessioni del cinema di Anderson: dal materialismo americano alla metafisica. L’analisi sarà come ogni CineCult con SPOILER per cui siete avvisati: non leggete oltre se non l’avete ancora recuperato.

Il film racconta con quattro linee temporali – anche se due sono molto brevi e possono essere racchiuse in una sola – l’ascesa di un cercatore di petrolio. La pellicola inizia nel 1898, continua nel 1902, poi ancora nel 1911 e si chiude nel 1927 con la crisi del ’29 imminente. La maggior parte del tempo del racconto è dedicata al 1911 quando Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) costruisce il suo impero del petrolio con il figlio adottato H.W. L’illusione del sogno americano, i falsi idoli, ma soprattutto la mercificazione di questi ultimi regnano sovrani nella poetica andersoniana. Di seguito trovate il link per noleggiarlo o acquistarlo su YouTube.

Il titolo

Va fatta una doverosa premessa: Il Petroliere è il titolo italiano, l’originale è invece There Will Be Blood, che tradotto letteralmente vuol dire “ci sarà il sangue”. Per quanto durante tutto l’arco del film ci siano schizzi di sangue e ferite, non ci sono mai omicidi pieni di sangue come nell’ultima sequenza. Quando Daniel uccide Eli, l’inquadratura, oltre a mostrarci il protagonista di spalle, ci mostra la pozza rossa dell’efferato assassinio. In generale, il lungometraggio presenta una crescente sovrabbondanza di sangue che culmina nel tragico finale. Infatti inizialmente è sintomo di lavori estremi, talvolta fatali, mentre nella seconda metà del film si tratta di vere e proprie uccisioni.

Inoltre, non dimentichiamo l’aspetto assolutamente drammatico e/o nichilista del titolo. Il film pone in esergo la premessa che l’opera sarà priva di speranze. Infine, la chiusura della pellicola nel 1927 antecedente al 1929 potrebbe rappresentare un modo per dirci che “il peggio deve ancora avvenire”. D’altronde, per quanto chiuda la maggior parte delle vicende, la storia è ancora aperta: che fine farà Daniel? H.W. invece? Sopravvivranno al martedì nero? Il dramma consumato nel finale ci fa presagire male: a visione conclusa abbiamo il sentore che l’America non riuscirà mai a riprendersi. Tirando le somme, si può dire che tutta la macrosequenza del 1927 è perfetta.

Il Petroliere

Gli idoli, la metafisica

Nel cinema di Anderson ci sono sempre elementi sovrannaturali: alcuni più – vedasi la pioggia di rane in Magnolia – altri meno, proprio come nel caso de Il Petroliere. Eli si spaccia per un santone che riesce a curare l’artrite semplicemente bisbigliando. Anderson più che criticare l’aspetto romantico dell’essere umano che vuole raggiungere l’infinito, Dio, lo spirito, si concentra piuttosto sulla mercificazione dello spiritualismo e della Fede (Cristiana o non). Ancora, in The Master, l’autore non si lamenta tanto dell’aspetto spirituale e surreale del film – gli occhi di Sue Dodd (Amy Adams) cambiano veramente colore – critica piuttosto il modo di fare della Causa e di Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman).

In questo caso è il soldo che diventa un vero e proprio idolo su cui credere fermamente. Le due scene analoghe delle confessioni – prima di Daniel poi di Eli – si basano sull’aver peccato a livello umano, prima ancora che religioso. Daniel ha abbandonato il figlio per completare il suo piano: vuole impossessarsi di tutti i terreni per diventare un magnate. Eli, al contrario, per arricchirsi ha venduto e spacciato le sue preghiere per cure: egli non crede neanche nel Dio Cristiano, ha fede invece nel dio denaro. Questo fin dall’esordio della pellicola: una delle prime battute del personaggio riguarda proprio il denaro e il petrolio. Egli convince suo padre a trattare con Daniel, che li sta truffando; successivamente lo disconoscerà per aver venduto il terreno della famiglia Sunday.

La regia

Questo film è molto importante nella filmografia di Paul Thomas Anderson: con Il Petroliere, il regista sancisce un vero e proprio cambiamento nello stile della messinscena. Nella prima metà della filmografia vi erano evidenti richiami alla New Hollywood e più in particolare a Robert Altman e Martin Scorsese. Con Il Petroliere, seppur rimanendo un grande erede della New Hollywood, si supera e marca un suo stile preciso. I suoi movimenti di macchina sono quasi inconfondibili: le lente zoomate in un dialogo tra due personaggi le vediamo ne Il Petroliere come ne Il Filo Nascosto (2017) – il suo ultimo film. Questo suo modo di fotografare gli attori con quasi solo oggettive, campi e controcampi freddi e distaccati come i protagonisti delle sue opere iniziano ad essere preponderanti proprio da questa pellicola.

Il suo stile freddo, anche se non si direbbe, coinvolge moltissimo lo spettatore. Questo perché il cinema di Anderson è puro, ridotto all’osso. Il suo cinema può essere riassunto in poche e banalizzanti parole: grandi attori, profonde sceneggiature e regie raffinate. Il Petroliere, insieme a The Master, è l’esempio più lampante di questo elegante mix. Daniel Day-Lewis è fenomenale, così come Paul Dano. La sceneggiatura ha la capacità di criticare il sogno americano senza cadere mai in inutili pietismi e, nonostante ciò, non mancano momenti struggenti come il dialogo finale tra Daniel e H.W. con, a seguire, quel montaggio parallelo così commovente. Inutile concludere dicendo che la regia tocca vette altissime, tra le altre la sequenza dell’incidente al pozzo petrolifero.

Il Petroliere

Il confronto con Non è Un Paese per Vecchi

Non è Un Paese per Vecchi e Il Petroliere sono due capolavori e su questo non si discute. Seppur siano ambientati in due periodi storici distinti hanno entrambi in comune una cosa: – oltre all’anno di uscita (2007) si intende – l’America. Il paragone sorge spontaneo non solo perché, ancora oggi, si discute sulla cerimonia degli Oscar del 2008, che premiò soprattutto la pellicola dei Coen – chi scrive avrebbe preferito uno split tra regia e film, ma non si strappa le vesti – ma perché in entrambi i film vi è un’America alienata. Il denaro è il protagonista di entrambe le pellicole, in Non è Un Paese per Vecchi è infatti il casus belli del conflitto tra il protagonista e Chigurh. Vi è infine una curiosa continuità tra i due film: in Anderson viene narrata l’inizio della decadenza della società americana il capitalismo; nei Coen l’America è post-decadente, i personaggi – chi più chi meno – sono guidati da un nichilismo pessimista.

Conclusioni

Il Petroliere di Paul Thomas Anderson è una vetta del cinema contemporaneo. Il regista narra la storia di un Paese, l’America, che sta per crollare come la borsa di Wall Street nel 1929, e lo fa con classe, freddezza e con un cast da Oscar. Il discorso iniziato con Il Petroliere verrà poi continuato cinque anni dopo nel complementare The Master.

Sicuramente non bisogna arrabbiarsi se nel lontano 2008 l’Academy scelse di premiare Non è Un Paese per Vecchi anziché Il Petroliere. Si tratta di due capolavori di tre grandi Maestri: l’unica “colpa” di Anderson è essere uscito nel 2007 con un rivale così agguerrito.

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