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Il labirinto del Fauno

CineCult: Il Labirinto del Fauno

Il Labirinto del Fauno (2006) è il sesto film del regista messicano Guillermo Del Toro. È, inoltre, il fratello minore, seppur di maggior successo, di La spina del Diavolo, pellicola del 2001 che presenta elementi tipici fantasy. Lo stile, infatti è identico e inconfondibile in entrambe le opere, che sono note come Duologia Spagnola. La guerra civile, la crudeltà dell’uomo, tratti soprannaturali, storie folkloristiche e sfumature horror. La sua visione è di una creatività immensa, ma la sua regia è chiara e metodica, da vero perfezionista. Questo lavoro è nato, oltre che da una passione smisurata per la settima arte, dalle idee, dai ricordi e dai sogni che il cineasta ha appuntato per oltre vent’anni nel suo taccuino. Diamo, dunque, l’allerta SPOILER e procediamo con questo nuovo CineCult!

La storia del Fauno

Il film è ambientato in Spagna, nel 1944, durante il regime franchista instaurato con la fine della guerra civile. Facciamo la conoscenza di Ofelia, una giovane bambina, costretta, insieme alla madre Carmen, gravida, a stabilirsi tra le montagne per volere del Capitano Vidal, nuovo marito della donna e, di conseguenza, patrigno della piccola. L’uomo le costringe a raggiungerlo per assistere all’imminente nascita di suo figlio, pur sapendo che il viaggio abbia messo a repentaglio la vita di sua moglie. Durante il tragitto in automobile quest’ultima si sente male, obbligando tutti ad una sosta forzata. Durante questi attimi la ragazza, grande appassionata di fiabe, vedrà una pietra raffigurante un occhio, così, sistemandola in una roccia ricomporrà la figura di un Fauno. Dalla bocca della statua uscirà una fata dalla forma di insetto che, da questo momento in poi, seguirà Ofelia.

Giunta nella nuova abitazione, la ragazza conosce Mercedes, la governante, con la quale stringerà un ottimo rapporto. Anche il dottor Ferreiro si rivelerà essere un personaggio chiave. I due, infatti, oltre ad essere dipendenti del capitano, sono segretamente sostenitori della resistenza. Di notte la bambina segue la fata nel bosco, arrivando ad un labirinto. Qui vede per la prima volta il Fauno, il quale rivede in Ofelia una principessa perduta (Moana) e le affida tre prove da portare a termine. Queste sfide serviranno a verificare che il mondo degli uomini non abbia corrotto irrimediabilmente la sua anima immortale.

Vidal

La prima prova viene superata con gran successo, tuttavia le condizioni di Carmen si aggravano. Ofelia, preoccupata per la madre, chiede aiuto al Fauno. Questo le dà una mandragola e le fornisce istruzioni per guarire la donna. Alla bambina vengono dati anche dei gessetti per affrontare la seconda impresa. La ragazza fallisce, così la creatura la condanna alla mortalità. Successivamente Vidal nota la pianta e la getta tra le fiamme. Carmen muore di parto e Ofelia resta da sola. Il custode del labirinto le concede un’ultima possibilità, ma vuole in cambio la vita di suo fratello. La giovane, che era scappata col neonato, si rifiuta e viene uccisa da Vidal. Pochi minuti dopo la resistenza fa irruzione e Mercedes salva il bambino.

Una fiaba colorata

Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo, dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani. Sognava il cielo azzurro, la brezza lieve e la lucentezza del sole. Un giorno, traendo in inganno i suoi guardiani, fuggì. Ma appena fuori, i raggi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse e da dove provenisse. Il suo corpo patì il freddo, la malattia, il dolore, e dopo qualche anno, morì. Nonostante tutto, il Re fu certo che l’anima della principessa avrebbe fatto ritorno, magari in un altro corpo, in un altro luogo, in un altro tempo. L’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro. Fino a che il mondo non avesse smesso di girare.

Il Labirinto del Fauno si presenta come una vera e propria fiaba, trascinando lo spettatore in un mondo fantastico dominato dalla fantasia. Sono però presenti molti elementi terreni. Il regista gioca con le tinte per accentuare questa distinzione. La casa, la base dei ribelli, la dispensa e il labirinto stesso hanno delle forti tonalità blu. La sala dell’Uomo Pallido, l’albero del rospo e il regno sotterraneo, invece, mostrano colori più caldi, con sfumature dorate. Quella del labirinto è una scelta atta a far capire che quel luogo non ha nulla di magico, ma funge solo da accesso alla magia. Nei casi in cui un elemento sovrannaturale entri nel reale è sempre visibile una polvere dorata nell’aria che contamina lo sfondo, per indicare la contaminazione della scena da parte di una creatura esterna. Un’altra analisi interessante riguardo l’utilizzo dei colori nel cinema è quella su Godard.

Casa Uomo Pallido

Il fallimento di Ofelia durante la seconda sfida del Fauno è il primo di una serie di eventi tragici. Vidal scopre il tradimento del dottor Ferreiro e lo uccide. I suoi uomini sterminano numerosi ribelli e Mercedes viene catturata. Fortunatamente tutto sembra risolversi, anche se il destino della giovane protagonista non si prospetta sereno. La morte della ragazza, che cade inerme sul freddo pavimento del labirinto è una scena straziante. Durante queste sequenze osserviamo le tonalità diventare sempre più scure e la grana dorata diminuisce drasticamente. Anche se dopo la vediamo raggiungere il regno sotterraneo, l’immagine del decesso rimane impressa. Nonostante visivamente il finale sia spiazzante e triste, finalmente vediamo la luce tornare con colori più accesi e la voce narrante ci rassicura:

E si dice che la principessa discese nel regno paterno e che lì regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli, che fu amata dai suoi sudditi e che lasciò dietro di sé delle piccole tracce del suo passaggio sulla terra… visibili solo agli occhi di chi sa guardare.

È tutto frutto della fantasia?

Uno dei dibattiti più accesi tra le persone che hanno visto il film riguarda la teoria secondo cui sarebbe stata Ofelia ad aver immaginato tutto. Il dubbio viene spontaneo, dal momento che nessun altro al di fuori di lei interagisce col mondo magico. Anche durante la scena finale Vidal non riesce a vedere il Fauno, cosa che alimenta questa ipotesi. Tuttavia la risposta è molto chiara, ed è stato Del Toro in persona a darla:

“Mi piace che ognuno dia la propria versione, ma, oggettivamente, nel modo in cui l’ho strutturata, ci sono indizi che ti dicono… che è reale!”

Tra questi possiamo elencare il gessetto che la creatura dà a Ofelia e che Vidal vede sulla sua scrivania, la mandragola, che guarisce effettivamente Carmen e si trova davvero sotto il suo letto e la voglia a forma di falce di luna che la ragazza ha sulla spalla. Oltre a questi elementi tangibili, c’è da considerare anche la fuga della protagonista attraversando un vicolo cieco nel labirinto e il fiore che sboccia prima dei titoli di coda. Questa non è l’unica rivelazione del film, anche il Fauno e l’Uomo Pallido hanno delle sorprese. Infatti sono la stessa persona. Lo ha dichiarato l’autore in una vecchia intervista.

Uomo Pallido

Entrambi sono interpretati da Doug Jones, storico collaboratore e amico del regista. L’attore ha interpretato anche Long John #2 in Mimic, Abe Sapien in Hellboy e Hellboy – The Golden Army, Lady Sharpe in Crimson Peak e Uomo Anfibio in La forma dell’acqua. Jones era perfetto per tutti questi ruoli grazie alla sua altezza di 1.93 metri. Tornando alla storia, ci sono più indizi che rivelano questa doppia identità. Il più palese è quello che riguarda le tre fatine colorate mangiate dall’Uomo Pallido. Solo una delle tre sopravvive al massacro, ma quando Ofelia, o meglio Moana, si ricongiunge al suo vero mondo, queste sono di nuovo vive e volano di fianco al Fauno.

“Non è tanto il prendere il pugnale e la chiave, quelli sono meccanicismi, che lei può fallire. Quando viene messa alle strette senza altre opzioni, ma deve scegliere se uccidere o dare la propria vita, sceglie di mettere a rischio se stessa piuttosto che il bambino. Questa è una vera prova. Questo è ciò che la rende immortale. Quindi nel film tutte le sfide sono false piste, e quando torni indietro e lo guardi di nuovo comprendi che la mia tesi è che il Fauno è l’Uomo Pallido in un’altra veste. Così è il Fauno. E la prova di ciò nel film è che alla fine, quando si ricongiunge con i suoi genitori e il bambino nell’altro mondo, le fate che l’Uomo Pallido aveva divorato sono tutte intorno a lei. Le stesse fate. Le ho codificate con tre colori, verde, blu e rosso, così quando riappaiono lo sai.”

Un film in movimento

Il Labirinto del Fauno è un film dai tempi ben scanditi, nulla è troppo veloce o eccessivamente lento, eppure la camera non sta mai ferma. Questo è uno dei tratti unici di Del Toro, che ha voluto dare l’idea di un movimento continuo, con inquadrature definite da lui stesso “infantili”. Quasi sempre vediamo i personaggi dal basso, dando un senso di impotenza allo spettatore. L’assenza di immagini statiche è dovuta ad una voglia di realismo. Nel quotidiano siamo sempre in moto, raramente parliamo con un altra persona stando immobili. Possiamo ritrovare uno stile dinamico analogo in Hitchcock, un maestro del cinema che ha fatto la storia.

Fauno

Un altro motivo è certamente dovuto alle esperienze vissute dal film-maker in quegli anni. Proprio qualche tempo prima della realizzazione di La spina del Diavolo, suo padre era stato rapito e fu solo grazie all’aiuto dell’amico James Cameron che riuscì a pagare la cifra chiesta dai rapitori. In seguito all’accaduto si trasferì definitivamente a Los Angeles, dove iniziò a sperimentare tecniche diverse. Lo stile di vita che stava vivendo, quindi, si riflette sulle inquadrature. C’è costantemente una visione frenetica e impotente, data, appunto, dalla storia privata che ha provato sulla sua pelle. Resta, comunque, una precisione schematica e ben calcolata in ogni singolo fotogramma. Questa determinazione metodica e perfezionista è figlia dell’ammirazione per Kubrick, di cui Del Toro è da sempre un grande amante.

Conclusione

A distanza di anni, Il Labirinto del Fauno resta ancora il capolavoro di Guillermo Del Toro. Con l’esperienza ha perfezionato il suo stile registico, ma ha sempre avuto un grande talento nel raccontare storie e questo film ne è la prova. Una pellicola incredibile, da vedere assolutamente. Si tratta di un viaggio fantastico che scava nella profondità dell’animo umano, ma anche di un racconto storico su quella che fu la reale situazione in Spagna. Volendo usare le parole del critico britannico Philip French:

“In questo film magico e molto commovente i due aspetti si uniscono per costituire un’allegoria sull’anima e sull’identità nazionale della Spagna.”

Buona visione e arrivederci alla settimana prossima!

El Camino

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