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CineCult: Grand Budapest Hotel

Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson è uno dei film più importanti del regista e del decennio passato. Il motivo è presto detto: la pellicola segna un ulteriore passo avanti, il definitivo forse, nella filmografia e nella poetica andersoniana. Come in ogni lungometraggio del filmmaker texano troviamo un cast pazzesco: Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Tony Revolori, Willem Dafoe, Saoirse Ronan, Jude Law, Adrien Brody, Harvey Keitel, Lea Seydoux, Edward Norton e gli attori feticcio Owen Wilson, Jason Schwarzmann e Bill Murray.

Grand Budapest Hotel ha avuto un grande successo tra festival e premiazioni. Fu presentato al Festival di Berlino dove vinse il Gran premio della giuria e agli Oscar trionfò in quattro categorie (costumi, scenografia, trucco e colonna sonora).

Se si pensa alla cinefilia contemporanea, quest’opera è forse la più iconica di Wes Anderson: probabilmente non la più bella, ma la prima a cui si pensa quando si riflette sullo stile e sulla tecnica così particolare e particolareggiante del cineasta. I carrelli, le zoomate, il narratore, la simmetria e tutti quegli elementi che vengono tanto amati o odiati dagli spettatori; chi scrive appartiene ovviamente alla prima categoria.

L’analisi di questo CineCult sarà come sempre con SPOILER, per cui nel caso non aveste ancora recuperato il film, vi invitiamo a farlo e a non andare oltre nell’articolo. Di seguito trovate il trailer della pellicola.

Lo stile di Wes Anderson in Grand Budapest Hotel

Parlare di stile quando si analizzano i film di Wes Anderson non è mai semplice. Da un lato si rischia di fare un semplice e banale elenco delle sue caratteristiche, dall’altro invece si rischia di non andare a fondo a causa dell’estetica così minuziosa in ogni singolo fotogramma di ogni singola pellicola.

Fatta questa doverosa premessa, una cosa che mi convince sempre nei film di Anderson è come, al contrario dell’ironia facile che si fa sulla simmetria e sui campi e controcampi del cineasta, i personaggi vengano collocati nello spazio scenografico. Gustave (Ralph Fiennes) lavora in un Grand Hotel, luogo lussuoso (e lussurioso) dove molti ricchi e ricche si ritrovano stagione dopo stagione. Abituato ad un contesto aristocratico dove il buon costume è la prassi nonché un dovere, egli comprende di voler davvero tanto bene al suo lobby boy Zero (Tony Revolori) dopo essere letteralmente sceso da questa sua fortezza che è il Grand Budapest. Gustave va in prigione ed è costretto a vivere come un ratto scavando un buco per evadere.

I ricchi devono quindi vivere sulla loro pelle ciò che i poveri hanno provato. Devono scendere fisicamente dal loro piedistallo (il Grand Budapest appunto). Guarda caso proprio alla fine dell’opera riceviamo la risposta sul passato del concierge migliore del Grand Budapest: egli è stato un lobby boy, il migliore, ma finalmente ha trovato un grande erede: Zero.

Grand Budapest Hotel

La pellicola quindi è molto politica, nel senso più alto del termine. Il passo più maturo di Anderson è forse questo: ciò che prima era implicito nelle precedenti pellicole, qui viene reso esplicito. Anche nel suo capolavoro I Tenenbaum (qui trovate l’analisi) i ricchi erano depressi e avevano bisogno di fare un passo indietro diventando poveri (Royal Tenenbaum perde denaro, ma riacquista il rapporto con la famiglia), ma in Grand Budapest Hotel la ricchezza è strettamente legata, volente o nolente, alla mafia, alla repressione razziale e allo sfruttamento.

Dunque, secondo chi scrive, non è affatto vero che Anderson fa sempre i soliti film formali privi di contenuto. L’ordine, la brillantezza, il pulito e il formalismo del Grand Budapest perdono di fascino quando i militari lo occupano. Estetica e disumanizzazione che si rifà al nazismo, così come, nelle scene in cui Jopling (Willem Dafoe) progetta gli omicidi, il filmmaker lavora sull’inquadratura e sul campo come se fossimo davanti ad un gangster movie: mani dall’alto, assenza del volto e fotografia cupa.

D’altro canto quell’ordine citato poc’anzi del Grand Budapest è percepibile sia da un punto di vista profilmico che filmico. I movimenti di macchina puliti, le simmetrie e gli stacchi di montaggio così precisi danno un senso d’ordine tanto quanto la scenografia magistrale.

“Grand Budapest Hotel è un mix di generi formidabile”

Wes Anderson ha sempre giocato con i generi usando però come solidissima base la commedia. Anche in questo senso Grand Budapest Hotel risulta essere un passo avanti nello stile. Infatti, Grand Budapest Hotel è un mix di generi formidabile. Tra il road movie atipico, il dramma, l’azione (poca e destrutturata) e il sentimentale, il cineasta texano riesce a condire il tutto con una ricetta deliziosa e firma il suo film più iconico.

La commedia rimane comunque il piatto forte: della sua poetica ritroviamo i rapporti interpersonali drammatici; il rapporto padre e figlio burrascoso (anche se, in questo caso, si tratta di un rapporto genitoriale adottivo implicito); il fascino per tutti e tutte nonostante i difetti di ciascuno e ciascuna. Infatti, Agatha è bellissima anche e soprattutto per la sua voglia a forma di Messico; Gustave ci affascina per la sua ossessione morbosa per l’Air de Panache.

Grand Budapest Hotel

A livello strettamente filmico e di scrittura dei personaggi infatti, il cinema di Anderson è molto “caldo” (al contrario di ciò che alcuni vogliono far credere), in quanto i suoi personaggi sono colmi di difetti e ossessioni: sono perfettamente imperfetti. Uno dei momenti più coinvolgenti sia a livello emotivo, sia a livello filmico è la scena in cui scopriamo il triste passato di Zero. Il montaggio diventa rapidissimo, le parole di Gustave risuonano come martellate per Zero (e lo spettatore) e la rivelazione della guerra appare come una parola fredda, ben scandita, in un marasma di insignificante aristocratica vacuità. Solo in quel preciso istante il concierge si rende conto di essere stato un egoista e il montaggio ritorna ad essere pacato.

Conclusioni

Grand Budapest Hotel probabilmente non è il film più bello del regista, ma è quello più iconico: l’opera che ci ricorda perché Wes Anderson ci piace (o non ci piace) tanto. Un lavoro esteticamente pregevole, che ci lascia ancora oggi a distanza di anni a bocca aperta per le scelte adottate in termini filmici e profilmici (questi giustamente premiati agli Academy Awards del 2015).

Grand Budapest Hotel

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