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Gli Spietati

CineCult: Gli Spietati

Gli Spietati (1992) di Clint Eastwood è uno dei film più importanti degli anni ’90. I motivi sono molteplici: ha fatto rivalutare il regista alla critica, è uno dei tanti emblemi cinematografici del decennio e, infine, rappresenta uno dei (migliori) canti del cigno di un genere sempre più raro, il western.

La pellicola venne nominata in nove categorie agli Academy Awards del 1993 vincendone quattro: film, regia, attore non protagonista (Gene Hackman) e montaggio. Clint Eastwood bisserà film e regia soltanto dodici anni dopo con Million Dollar Baby. Vi ricordiamo che Cry Macho del regista è nelle sale (trovate qui la nostra recensione) e che l’analisi di questo CineCult sarà come sempre con SPOILER. Vi invitiamo dunque a non procedere con la lettura nel caso non abbiate ancora visto l’opera. Di seguito trovate il trailer.

Gli Spietati: il western crepuscolare secondo Clint Eastwood

Il western è un genere che ha attraversato tutta la storia del cinema statunitense. Clint Eastwood nel genere divenne famoso non grazie agli USA, bensì grazie al nostrano Sergio Leone e alla sua Trilogia del dollaro. Già negli anni ’60 il western classico americano era concluso — L’Uomo Che Uccise Liberty Valance (1962) di John Ford ne sancisce la fine — e si stava cambiando approccio sia per quanto concerne i personaggi, sia per l’estetica. Il Mucchio Selvaggio (1969) di Sam Peckinpah presentava una violenza e dei ralenti del tutto nuovi.

Tirando le somme, il western dagli anni ’60 in America e al di fuori mutò drasticamente. Gli Spietati è il frutto di tutti questi cambiamenti messi in atto nel corso dei decenni. L’antieroe (già qui notiamo la prima differenza, nel cinema classico erano tutti eroi) è una persona che ha chiuso con le pistole, il whiskey e le scorribande; si è fatto una vita normale da oltre dieci anni con moglie, figli e una fattoria da gestire.

Gli Spietati

La scelta metacinematografica di mostrare il protagonista interpretato da Clint Eastwood pistolero — sia nel western sia nel poliziesco, ricordiamo la saga dell’ispettore Callaghan — che non riesce a centrare un barattolo con il proprio revolver è incredibilmente funzionale. Non solo, non riesce nemmeno a domare il cavallo e fa fatica a salire in sella. Insomma un Clint così (non vediamo ancora William Munny, ma solo il grande volto attoriale) non l’abbiamo mai visto.

Ne Gli Spietati inoltre notiamo come William Munny (Clint Eastwood) sia una persona realmente cambiata dal mascalzone quale era. Non ci sono flashback, lo sappiamo grazie alla scritta extradiegetica dell’incipit e dalle battute dei personaggi. Il passato resta quindi in un ideale fuoricampo, ciononostante è tangibile nonché credibile che il personaggio sia mutato grazie alla moglie Claudia. Nel corso del film egli agisce per ciò che è giusto — che non coincide con la legge e con chi dovrebbe garantire la giustizia.

“Il cinismo dell’opera non è nichilista, ma reale, privo di qualsivoglia elemento fiction”

Il western nell’epoca classica era tendenzialmente idealizzato e fiction. Ciò non va inteso come un difetto, ma va segnalato perché così si percepisce al meglio il grande cambiamento instaurato da Peckinpah con il suo cinismo diegetico e cinematografico. Eastwood fa un ulteriore passo avanti: il cinismo dell’opera non è nichilista, ma reale, privo di qualsivoglia elemento fiction. O meglio, così sembra: gli elementi fiction esistono, Big Whiskey è una cittadina fittizia. Non si tratta di un adattamento, né di una storia vera.

La realtà è crudele nel Far West, persino gli oggetti lo sono, ed ecco dunque che l’alcol diventa ciò che è: alcol per annebbiare la mente e dimenticarsi ciò che si sta facendo — sparare alle persone. Le ferite del mondo ti segnano indelebilmente mentalmente e fisicamente (Delilah, la prostituta sfregiata, e William sono pieni di cicatrici). William rimane fedele alla moglie e non si concede a Delilah, ma l’affermazione sulla bellezza ideale (e ideologica) delle cicatrici è quanto di più sincero e dolce una persona possa dire. Di retorica, nel film, non vi è traccia.

Gli Spietati

Si dice che siamo tutti uguali di fronte alla morte. Concetto che fa (e farebbe) indugiare ogni persona dotata di una pistola, morale ed etica. Dunque Schofield Kid (Jaimz Woolvett) quando uccide per la prima volta (e Eastwood è bravissimo nel farci capire prima che sta raccontando un mucchio di fesserie) è disperato, la pietà e la compassione umana l’hanno colpito nel profondo. Bere il whiskey diventa un gesto disperato e non la semplice passione per il bere: lo fa strozzando il magone tra pianti e l’angosciato respiro.

William invece ha bisogno di prepararsi agli omicidi che sta per commettere. Dopo oltre dieci anni, tocca di nuovo l’alcol tradendo idealmente la moglie e si prepara affogando la propria mente nell’alcol mosso dalla vendetta e dalla giustizia. Il bere passa dall’essere un brutto vizio a un gesto consapevole, umano, sociale e politico.

La realtà è ambigua nel Far West: persino la legge e la giustizia. E William è sempre giusto: quando va ad uccidere i cowboy che hanno sfregiato Delilah, dapprima Ned (Morgan Freeman) indugia, non più abituato ad uccidere, poi il protagonista ferisce il giovane, il quale, disperato, chiede acqua. In quel preciso istante il nostro antieroe è colpito da un senso di compassione e giustizia e promette di non sparare. La quiete prima della tempesta: è giorno, c’è il sole, mentre l’epilogo sarà una notte piovosa.

Gli Spietati: un capolavoro registico

Gli Spietati sul piano formale è semplicemente perfetto. Classico nello stile, ma fresco e originale nel contenuto. Il suo impianto mai barocco e privo di virtuosismi dà al racconto un senso di realismo funzionale a ciò che Eastwood vuole dire e mostrare. Esteticamente magistrale in particolare nella fotografia e nel montaggio. Le luci e le ombre si intersecano con una cura maniacale e concedono una tridimensionalità ideale e fisica ai personaggi.

Ogni volta che William Munny si muove sotto l’ombra del proprio cappello, viene in realtà mostrato un uomo devastato dalle ingiustizie e dal suo essere ormai alieno alle scorribande western. Gli Spietati si pone quindi non soltanto come uno dei manifesti del cinema cinico degli anni ’90 (pensiamo ai fratelli Coen, a Quentin Tarantino, a Paul Thomas Anderson e a Fight Club di Fincher), ma anche e soprattutto come uno dei migliori western postmoderni di sempre. E, per ciò, dobbiamo ringraziare Don (Siegel), Sergio (Leone) e anche Clint (Eastwood) per questo capolavoro.

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