MonkeyBit

Brazil

CineCult: Brazil

Brazil (1985) di Terry Gilliam è uno dei film distopici più emblematici della storia del cinema. La pellicola parla di sogni e incubi e ha un intreccio narrativo estremamente intricato e, per questo motivo, è ricordato per la follia narrativa, estetica, grottesca, assurda, comica e scenografica. Dunque descrivere Brazil è veramente complicato, secondo me bisogna limitarsi a raccontare l’incipit e alcuni spunti di trama, e poi vederlo per coglierne la grandezza.

Una mosca viene uccisa perché il ronzio distraeva un dipendente del Ministero dell’Informazione, dove bisogna lavorare al massimo delle proprie capacità. Il piccolo insetto cade in una macchina da scrivere e cambia una lettera di un cognome: il Signor Tuttle diventa improvvisamente il Signor Buttle. Questo errore burocratico causa l’arresto del Signor Buttle, una persona innocente. Il protagonista Sam Lowry (Jonathan Pryce) cercherà di fare chiarezza sul caso perché intuisce che qualcosa è andato storto. Nel frattempo si invaghisce di Jill (Kim Griest), una donna che continua a vedere nei sogni dove lui – una sorte di supereroe angelico – la salva. C’è però chi si ribella alla condizione infernale: i terroristi e tra i possibili sospetti c’è anche Jill. L’esordio così assurdo ci getta direttamente dentro al mondo immaginario del regista.

L’ambientazione dell’opera si ispira a 1984 che, al contrario della trasposizione cinematografica del capolavoro di Orwell, viene valorizzata dalle intuizioni estetiche di Gilliam.

1984½

Il paragone con 1984 non è affatto casuale, difatti il regista inizialmente voleva chiamare il lungometraggio 1984½ per citare sia l’opera distopica per antonomasia, sia di Federico Fellini. Da Orwell, Gilliam riprende la burocrazia estenuante, il controllo sui lavoratori e la monotonia grigia degli edifici. Dal capolavoro cinematografico del 1963, invece, astrae il surrealismo, il grottesco e l’intreccio tra realtà e finzione. Il protagonista proprio come Guido Anselmi passa dal lavoro preciso del Ministero al volo tra le nuvole del suo alter ego alla ricerca di Jill, per poi tornare in un batter d’occhio alla fredda burocrazia. Il film – e il finale – gioca molto su questo aspetto narrativo: lo spettatore vede un’immagine, un personaggio o un’intera sequenza che può essere falsa, sognata.

Questa apparente confusione dà il via ad un mix di generi pressoché unico. Sì perché dalla fantascienza, genere che sta alla base della pellicola, si passa ad altri come il sentimentale, il noir, il comico, il grottesco e nessuno prevarica sugli altri. Sono tutti perfettamente equilibrati con armonia e ciascuno trova il giusto tempo e spazio nella sceneggiatura. Per fare un esempio la scena in cui al ristorante avviene l’attentato terroristico inizia come comica, poi quando vengono consegnate le pietanze ci accorgiamo che sono diverse dal solito: è il cibo del futuro (fantascienza), poi c’è il momento dell’esplosione colmo di tensione, infine si chiude grottescamente con le due signore che continuano a chiacchierare con uno sfondo pieno di fiamme e morte.

Brazil

La regia di Terry Gilliam

Brazil ha una regia grandiosa: i movimenti della cinepresa sono fluidi e “folli”. Non c’è altro modo per descriverli. La macchina da presa non sta mai ferma, si muove con eleganza e descrive con inquadrature sghembe e piani sequenza formidabili la burocrazia di questo mondo freddo e acido. Gli uomini sono diventati robot: ne è una prova lampante la signora che stenografa i suoni e, nonostante ci siano spari ed esplosioni attorno a lei, non si mette al riparo, ma continua a scrivere. Per capire meglio la grandezza del film bisogna pensare all’anno d’uscita: il 1985. Spesso ci si lamenta, soprattutto nel nostro Paese, dell’eccessiva burocrazia; questa pellicola già alla sua distribuzione condannava la situazione creatasi.

Il regista non si limita solo ad immagini suggestive: gli attori sono tutti in stato di grazia, in particolare Jonathan Pryce che ci regala una delle migliori interpretazioni della sua lunga carriera. Le sequenze oniriche peraltro meritano una menzione speciale. Difatti sono girate sia con le persone in carne e ossa, sia con dei modellini, ma Gilliam riesce a mascherare questi ultimi con maestria. La perfezione visiva di questi sogni/incubi è uno dei punti più alti del cinema di fantascienza.

La critica alla plastica facciale

Siamo nel 2020 e, ormai, la plastica facciale non è un tabù e tutti possono aspirare a sottoporsi ad un intervento chirurgico. All’uscita di Brazil non era affatto così, per cui la critica feroce, oggi, risulta meno efficace, ma comunque interessante. La madre di Sam diventa effettivamente più “giovane”, ma a quale prezzo? Il Dottor Chapman rivela a Jaffe che dopo pochi mesi la donna tornerà ad apparire vecchia come prima. Il film poi è anche molto ironico sulla condizione del personaggio dopo l’intervento. Difatti, quando Sam rivede la madre al funerale della sua amica, ad un certo punto Kim Greist (che nel lungometraggio normalmente veste i panni di Jill) interpreta la madre al posto di Katherine Helmond: quasi a voler dire che la giovinezza e il fascino riottenuto siano semplicemente un’illusione, un sogno.

Brazil

 

 

Confronto tra Fellini, Gilliam e Lynch

In questa rubrica abbiamo già parlato di e Mulholland Drive (link qui). Questi tre maestri hanno in comune il tema del sogno, eppure lo interpretano con tre filosofie diverse, nonostante ci siano somiglianze. Se in Fellini le sequenze oniriche rappresentano l’inconscio dell’individuo – in 8½ Guido ha il suo harem con tutte le donne conosciute nella sua vita – in Gilliam e Lynch assumono anche altri connotati. Il sogno in Brazil rappresenta anche la condizione sociale della distopia: non è un caso che a fermare Sam ci siano enormi grattacieli grigi. Non dimentichiamoci inoltre, che Orwell in 1984 descrive i vari Ministeri dell’Oceania come grigi e omogenei allo spazio circostante. L’autore usa il mondo onirico per raccontare anche un contesto, un’ambientazione ed infine un’alienazione salvifica per la sanità mentale del protagonista.

In Lynch la questione è ancora più radicale. Infatti Fellini e Gilliam danno tanta importanza sia alla realtà che al sogno. Lynch invece abbandona completamente il nostro mondo per rifugiarsi in quello onirico. In Mulholland Drive – ma anche in Twin Peaks – i personaggi stufi della loro condizione umana si ribellano addentrandosi in sogni e incubi che diventano dei veri e propri palliativi. Infine il regista ci mostra creature e figure più vicine ad un’esistenza surreale: basti pensare a Eraserhead o a Inland Empire.

Conclusioni

Brazil è un’esperienza immersiva eccezionale ancora oggi dopo 35 anni. Ritrovarsi “Da qualche parte nel XX secolo” – per citare il film – e cercare di capire come si è arrivati a quella condizione drammatica è bellissimo. Forse perché Gilliam ci addolcisce la pillola con tanta comicità (consigliamo per questo motivo la lingua originale) e surrealismo da farci tornare bambini. D’altro canto le sequenze oniriche sembrano una comunissima fiaba: un eroe che vola deve salvare una giovane fanciulla. Questa storia l’avremo sentita migliaia di volte, ma raccontata in questa maniera probabilmente mai.

Brazil

 

El Camino

Post a Comment