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Beetlejuice

Cinecult: Beetlejuice

Sebbene si tratti del secondo lungometraggio di Tim Burton, Beetlejuice è sicuramente il primo film del regista ad avvicinarsi alle sue inclinazioni più gotiche e macabre

Prima collaborazione tra Burton e Michael Keaton (che in seguito diventerà per lui Batman), qui l’attore riesce a dare allo spirito Betelgeuse la forte presenza scenica di cui aveva bisogno, grazie anche al lavoro dei tre truccatori, che nell’89 vinceranno il Premio Oscar grazie alla pellicola. E Betelgeuse, o Beetlejuice appunto, è diventato talmente iconico da ottenere la sua serie a cartoni animati.

Come sempre, per analizzare il film, sarà necessario fare SPOILER, perciò nel caso non l’abbiate ancora visto (è attualmente disponibile su Netflix), interrompete la lettura e recuperate questo classico. Di seguito trovate il trailer.

Una storia d’amore e di famiglia

Il film si apre con un quadretto familiare molto tenero, formato dai coniugi Adam e Barbara Maitland (Alec Baldwin e Geena Davis), due giovani dal cuore d’oro che non riescono a staccarsi anche mentre sono intenti a rinnovare la loro grande casa di periferia, sperando di poterla popolare un giorno con la tanto desiderata prole.

I due sono quasi la parodia di una coppia felice, talmente codipendenti da non separarsi neppure per le più brevi commissioni mentre si accontentano della compagnia reciproca evitando le incursioni altrui, ma soprattutto non potrebbero essere più lontani dal cliché degli spiriti che infestano le case, eppure la prospettiva si fa molto allettante quando poco dopo la loro morte gli sposini conoscono i nuovi ignari inquilini della casa.

Se l’amore dei Maitland è talmente sincero ed evidente che i due non hanno una scena in cui siano separati, i coniugi Deetz sono il loro contraltare: completamente egocentrici, quasi devoti a sabotare i piani l’uno dell’altra in una maniera altrettanto macchiettistica. Delia (Catherine O’Hara) è una scultrice snob ed egocentrica, infastidita dai piani di Charles (Jeffrey Jones), ricco e nevrotico uomo d’affari che spera, in un contesto lontano dalla caotica New York, di ottenere la tanto agognata calma.

A completare il clan dei Deetz è Lydia (una giovane Winona Ryder al suo secondo ruolo sul grande schermo), un’adolescente gotica che si sente incompresa da tutti. Sotto a quello strato di vestiti neri si nasconde però un’anima molto sensibile e piena d’amore, la figlia che sarebbe stata perfetta per dei Maitland ancora in vita e non a caso l’unica a poterli vedere sin dall’inizio, mentre viene trascurata dalla matrigna e dal padre.

Beetlejuice

Anche visivamente le due coppie non potrebbero essere più diverse: i Maitland vestono colori più chiari, mentre i loro rivali hanno vestiti più scuri, tinte unite che volgarmente si potrebbero definire smorte. La casa dei Maitland è molto spaziosa, arieggiata, luminosa, con muri molto chiari e pieni di fantasie. I Deetz la ricostruiscono più scura, con i suoi muri grigi che contrastano i mobili sgargianti (ispirati all’arredamento ideato dal movimento artistico Gruppo Memphis).

Lo scontro tra le due famiglie è quasi idealistico: i Maitland si sono sempre accontentati, mentre i coniugi Deetz danno il loro peggio nel continuo volersi arricchire ed espandere. Alla fine del film ad una prima visione potrebbe sembrare che i fantasmi ne escano vincitori, riportando la casa al suo stato originario e crescendo Lydia al posto dei suoi “tutori legali”, ma il vero insegnamento che si può trarre dal film è che entrambi i comportamenti sono deleteri: i Maitland hanno imparato a non accontentarsi più e ad accettare le incursioni altrui nella loro vita.

E anche i Deetz, relegati alla soffitta dove prima i fantasmi si nascondevano, trovano la quiete e la abbracciano finalmente entrambi, smettendo di tentare di espandersi in un modo pacchiano e chiassoso.

 

Aldilà e burocrazia

Nonostante anche la casa che fa da oggetto di contesa sia stata un’arena piena di cambiamenti in cui lo scenografo Bo Welch si è potuto sbizzarrire, i momenti in cui i personaggi si interfacciano con il mondo dei morti sono assolutamente quelli più memorabili, a partire dal deserto, ispirato a La Persistenza della Memoria di Salvador Dalì, dove i Maitland finiscono ogni volta che tentano di uscire dall’abitazione e rischiano attacchi dai giganteschi vermi in stop motion in un’esilarante parodia del mondo di Arrakis di Frank Herbert.

Ma il vero orrore di Beetlejuice è il mondo burocratico che si svela a poco a poco. Partendo da un piccolo manuale, fino ad arrivare all’altro mondo, pittoresco e sbilenco, ispirato all’Espressionismo tedesco e, confermato dallo stesso D.o.P. Thomas Ackerman, a Il Gabinetto del dottor Caligari, dove a fare da padroni sono gli uffici. Scelta che evolve la già esilarante burocrazia dell’aldilà di Scala al Paradiso di Powell e Pressburger, dove gli angeli vivevano in un mondo così controllato da essere ancora in bianco e nero, contrastando con lo sgargiante technicolor del mondo dei vivi.

Beetlejuice

L’Aldilà di Beetlejuice è un mondo così teatrale ed astratto da far posto alla stop motion tanto cara a Burton, che la applica pure sui suoi attori che possono trasformarsi in esseri divertenti e disgustosi, in circostanze misteriose che non ci permettono di sapere se quello che vediamo sia il Paradiso o l’Inferno.

Lydia tra Vincent e Beetlejuice

L’attrazione per il macabro e il gotico vivissima in Lydia è molto tenera, la ragazza si esprime spesso con frasi molto esplicite circa il suo amore per l’occulto e sotto diversi punti di vista sembra quasi un’incursione del regista nella pellicola. È un’attrazione che nasce da una visione del mondo molto più aperta dei suoi genitori, che dimostra molta sensibilità.

“La gente normalmente ignora ciò che è strano e oscuro. Il fatto è che io per prima mi sento strana e oscura.”

Ricorda tantissimo Vincent, il personaggio protagonista dell’omonimo corto a passo uno del 1982 scritto e diretto da Burton. Vincent Malloy è un bambino di sette anni che sogna di diventare il celebre attore horror Vincent Price (narratore del corto in versione originale) mentre legge racconti di Edgar Allan Poe da mattina a sera, ma quella che inizialmente può sembrare un’innocente passione bambinesca si trasforma invece in un’ossessione che rischia di annebbiare la realtà del bimbo.

Quando finalmente il bio-esorcista Betelgeuse fa la sua comparsa in scena, dopo appena alcuni accenni della sua esistenza, abbiamo invece una visione più pessimistica del mondo goth: Betelgeuse (che per lei diventerà Beetlejuice) ci sguazza da anni nel mondo a cui lei aspira.

Il suo corpo è vecchio e trasfigurato, interagisce solo con morti e insetti; si sente in lui un forte rifiuto di tutto ciò, una voglia di tornare alla normalità di molti vivi, vista comunque in una chiave disgustosa. Parla spesso per metafore sconce, crea un night-club nel modellino della cittadina di Adam e fa riferimenti ad amici che vorrebbe andare a trovare. Sembra quasi un oscuro presagio che se Lydia continuerà a focalizzarsi sull’altro mondo avrà attorno a sé solo terra bruciata e arriverà il giorno in cui proverà nostalgia per un mondo in cui forse non potrà più fare ritorno.

Per fortuna, dopo aver sconfitto il demone, Lydia oltre ad essere il collegamento al mondo esterno per i Maitland, permettendogli di raggiungere un equilibrio nella loro vita postuma, anche lei riesce a sistemarsi. Quello tra la sua amata estetica e una solare vita sia scolastica che casalinga. Al contrario Betelgeuse, non rassegnatosi al fatto di essere morto, inizia a subire le angherie degli altri fantasmi. Ed è questo il bello di Beetlejuice: l’equilibrio che raggiungono sia i suoi personaggi, sia quello tra verosimile e teatrale, live-action e stop motion. Quello stesso equilibrio che ha permesso al regista e agli sceneggiatori di parlare di morte in un film per bambini.

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