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CineCult: Alien

Alien (1979) di Ridley Scott è uno dei film più iconici della settima arte, non solo del genere horror. La tagline dell’opera “Nello spazio nessuno può sentirti urlare” è un chiaro esempio per farci capire che stiamo parlando di CineCult assoluto: c’è chi non ha mai visto Alien, ma conosce questa frase diventata simbolo. La stessa cosa si può dire per lo xenomorfo: chi non lo conosce? Davvero, ogni singola persona nel mondo ha presente la creatura orrorifica più grande della storia del cinema – mi sbilancio, ma sono sicuro che molti mi sosterranno. E che dire poi della meravigliosa Sigourney Weaver: finalmente un’eroina (e già il fatto che sia un’eroina e non “eroe” non è cosa da poco) che non ha bisogno di essere sexy con petto in fuori e gambe all’aria come molto cinema d’azione successivo.

L’analisi sarà come sempre con SPOILER, per cui vi invitiamo a non leggere oltre nel caso in cui non abbiate visto la pellicola. Alien racconta la storia della Nostromo, un’astronave il cui equipaggio si risveglia da uno stato di ipersonno in seguito alla chiamata di emergenza ricevuta da Mother, il computer di bordo. Kane (John Hurt) ed altri membri atterrano sul pianeta sconosciuto. Il “protagonista” viene però attaccato da un parassito alieno. Una volta tornati alla nave, nonostante le richieste da parte di Ellen Ripley (Sigourney Weaver) di iniziare una quarantena, ma ella viene ignorata. Quando tutto sembra essersi risolto e Kane sembra stare bene, dal petto di Kane fuoriesce un alieno spezzandogli lo sterno e uccidendolo. L’alieno scappa e, man mano che il film avanza, l’equipaggio è decimato. Il tenente Ellen Ripley riesce a fuggire ed espelle lo xenomorfo dalla nave.

“La morale è al centro del cinema di Ridley Scott e Alien ne è un chiaro esempio”

C’è un fil rouge nella poetica del cineasta: la morale è al centro del cinema di Ridley Scott e Alien ne è un chiaro esempio. Nell’opera,addirittura, la morale distingue perfezione e imperfezione, metafisico e fisico, Dio e uomo. L’equipaggio va alla ricerca del gatto Jones, elemento fondamentale per la trama e per il senso del film al contrario di ciò che alcuni spettatori distratti erroneamente dicono. Ash (Ian Holm) dice che lo xenomorfo è “perfetto”: privo di sentimenti ed emozioni, ne deriva che l’essere umano è imperfetto perché possiede una morale ferrea e categorica. Ergo, lo xenomorfo non avrebbe mai salvato il gatto, l’avrebbe lasciato morire. L’autore ci insegna che la morale è una virtù che non è divina, non è perfetta, ma resta una virtù relegabile solo all’uomo.

Alien

Chiaramente la morale è un tema che ritorna nel cinema di Scott: in Alien lo xenomorfo è perfetto e resta tale in tutti i film successivi; mentre in Blade Runner (1982) il replicante Roy Betty, da macchina per uccidere perfetta, muta diventando un essere umano. Non solo perché esteticamente pare un uomo, ma perché scopre la pietà, la nostalgia, la malinconia e tutte caratteristiche degne dell’imperfezione umana. Da notare inoltre il campo semantico differente legato ai due sintetici: in Alien si chiama androide, in Blade Runner replicante. Diamo un’occhiata alle due definizioni secondo Treccani.

Androide: Automa (o anche, nella letteratura fantascientifica, essere extraterrestre) in forma approssimativamente d’uomo.

Replicante: Nel linguaggio della fantascienza, essere artificiale o creatura extraterrestre che riproduce le fattezze di un particolare individuo effettivamente esistente sulla terra.

Da un lato abbiamo un’idea ancora meccanica, fredda e artificiale; dall’altro abbiamo una parola più ampia, che si slega dall’aspetto prettamente artificiale dell’androide.

Il femminismo (della saga) di Alien

Alien è una delle opere più femministe che esista. Il cinema contemporaneo (giustamente!) ostenta un’idea di un cinema di femmine, al femminile e per tutti. Se però, oggi la cosa sta (giustamente, mi ripeto) sfuggendo di mano e di conseguenza si grida (questa volta invece colpevolmente) al politicamente corretto anche quando non vi è traccia, nel 1979 era una cosa talmente aliena – perdonate il pessimo gioco di parole – da risultare genuina e veramente rivoluzionaria. L’eroina che salva l’equipaggio con astuzia, furbizia, umanità, morale, ma senza sacrificare la femminilità che viene quasi (ri)scoperta alla fine della pellicola quando si spoglia, scena priva di erotismi fuori luogo.

Alien

Quando si spoglia inoltre, in realtà i vestiti simboleggiano il lavoro, l’avventura – se così possiamo chiamarla – nella Nostromo contro lo xenomorfo. Vuole svuotarsi del trauma e della situazione creatasi: ha perso gli amici e colleghi. La prova di ciò sta nel fatto che nel successivo capitolo firmato James Cameron, inizialmente, si rifiuta categoricamente di partecipare alla spedizione di soccorso. Infine un altro segno del femminismo grandioso della pellicola sta nel fatto che gli uomini falliscono e subentra una donna. Cameron e Jeunet concentreranno anche loro le proprie pellicole sugli aspetti femminili della saga: il primo creando la femmina dello xenomorfo e regalandoci un’opera incentrato sulla figura della donna; il secondo realizzando un lungometraggio dove il personaggio di Annalee Call (Winona Ryder) collabora con Ripley dando, per la prima volta nel franchise, una spalla femminile fondamentale.

Regia: tra Hitchcock, Kubrick e postmodernismo raffinato

Il pregio più grande della pellicola è la regia. Raffinata, geometrica, curata, citazionista ma senza mai essere fine a se stessa. I due punti di riferimento di Scott sono Alfred Hitchcock e Stanley Kubrick. Dal primo riprende la gestione della suspense, la scelta dei punti macchina sempre grandiosi e ricercati e il cambio di protagonista; dal secondo riprende in particolare 2001: Odissea nello Spazio (1968) e ne reinterpreta non solo l’ambientazione (l’aspetto esagonale dei corridoi della Nostromo e la geometria con cui vengono inquadrati), ma anche le tematiche come violenza e morale. Ma partiamo dal Sir. Basterebbe osservare la costruzione visiva e narrativa della scena in cui Brett trova il gatto Jones e viene colpito dallo xenomorfo per capire che il richiamo hitchcockiano è palese. Se ciò non bastasse, pensiamo a Psyco (1960) in cui, dopo la celebre sequenza della doccia in cui muore Marion, la protagonista passa da quest’ultima alla sorella Lila. Così in Alien il ruolo di protagonista passa da Kane a Ellen.

Alien

Kubrick, in tutta la sua filmografia, parla di violenza. In 2001: Odissea nello Spazio la violenza (verso la propria specie) rappresenta il primo passo dell’evoluzione. Il regista riteneva che la violenza fosse il motore del mondo e ne condannava ogni forma. In Alien invece la violenza ha più sfumature e non è necessariamente bene o male. Il cinema kubrickiano è terribilmente fisico, quello di Scott è molto più spirituale e metafisico – non lo si legga come un elogio a Scott o una condanna a Kubrick – e ciò rappresenta dunque una grandiosa rivisitazione da parte di Ridley Scott. Un filmmaker che, con Alien e Blade Runner ha firmato due delle pellicole più grandi della storia del genere fantascientifico.

El Camino

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