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Aria: quando la Madama Butterfly incontra lo stop motion

Il mondo dell’animazione a passo uno sorprende ogni volta sempre di più, in particolare per il fatto che immergersi in questa peculiare tecnica significa trovarsi davanti una miriade infinita di possibilità. Se nella scorsa settimana si è parlato di tradizione ceca, facendo riferimento al grande maestro Karel Zeman (qui l’articolo), stavolta parleremo di un cortometraggio particolare nel suo genere: Aria. Quello che rende questa piccola realizzazione, perché di tale si sta parlando, decisamente fuori dal comune è proprio la sua caratteristica di combinare due mondi apparentemente molto lontani tra di loro. L’opera e lo stop motion si uniscono in un unico corpo per dar vita ad una storia che incornicia la perfidia umana a discapito dei cuori sensibili, una spaccatura lacerante molto spesso protagonista di grandi narrazioni. Qui viene raccontata in soli 10 minuti dalla penna di Berit Reiss-Andersen, uno sceneggiatore indipendente non molto noto al grande pubblico, ma che in questo cortometraggio riesce egregiamente a mostrare un immenso talento nel giocare con l’opera base di ispirazione, ossia la famosa Madama Butterfly.

La musica nel mondo del cinema ha sempre ricoperto una posizione fondamentale, si pensi alle scene per esempio ai film di Sergio Leone sulle note di Ennio Morricone, ed il suo potere rimane tutt’oggi quello di dare importanza o risaltare l’emotività di un determinato momento della narrazione. I registi in base al lungometraggio hanno sempre scelto la via che fosse più adatta, tra canzoni pop di accompagnamento, musiche folkloristiche e addirittura intere composizioni di musica classica come nel Disney Fantasia. C’è da dire che quest’ultimo titolo, costruito interamente sui brani diretti da Leopold Stokowski, si avvicina notevolmente ad Aria per il fatto di assimilare le immagini al servizio della musica protagonista effettiva. Nonostante le similitudini, però, la distanza tra i due prodotti è molta ed è arrivato il momento di parlarne più approfonditamente.

Aria

 

 

Un cinema fatto a mano d’opera

Non si può iniziare a parlare di Aria, senza prima almeno dire qualche parola sulla straordinaria Madama Butterfly. L’opera di Giacomo Puccini è definita nello spartito e nel libretto “tragedia giapponese” e si basa sul dramma del commediografo statunitense David Belasco, a sua volta ispirato da un racconto omonimo di John Luther Long. Puccini era fortemente convinto del potenziale espressivo della geisha sedotta, abbandonata e suicida, tanto da documentarsi minuziosamente sugli usi e costumi del Giappone. Ed è proprio da qui che è possibile discutere di Aria, una storia che richiama tantissimo la Madama Butterfly per tutto quello che riesce a mettere in scena.

Le similitudini di riferimento sono molteplici, si pensi infatti alla divisione in tre atti classica con sviluppo crescente, tipica di un certo cinema hollywoodiano, ma in questo caso anche tradizione di componimenti operistici. Già solo il titolo del cortometraggio ‘Aria’ non è altro che una terminologia per indicare il brano che si va a contrapporre al recitativo e rappresenta, sin dalle origini, un momento in cui la forma musicale prende il sopravvento sull’azione e sul dialogo. Non è un caso che la prima vera protagonista della narrazione, oltre che alla giovane giapponese che vediamo sin dai primi minuti, è in realtà Un bel dì vedremo di Maria Callas.

Puccini era convinto della validità del soggetto esotico e dal potenziale espressivo della geisha sedotta, abbandonata e suicida. Per musicare il dramma, si documentò minuziosamente sulle musiche, gli usi e i costumi del paese nipponico; per fare ciò si avvalse della collaborazione di Sada Yakko (una famosa attrice) e della moglie dell’ambasciatore giapponese in Italia. In maniera molto intelligente, per non dimenticarsi che ciò che si sta guardano è cinema e non opera, lo sceneggiatore ha l’intuizione di rendere in primo piano la musica in forma diegetica, ossia proveniente dal film stesso. Le note che sentiamo, del famoso brano, provengono infatti dal grammofono che il marinaio ha portato alla sua “amata” nell’isola. Questo oggetto sarà centrale, quasi come una sorta di McGuffin se vogliamo anche trovare un po’ di Hitchcock, perché tutta l’azione gira attorno a questo specifico strumento di importanza cruciale per l’effetto che ha sui personaggi. Opera e cinema, musica e lungometraggio, si mescolano dunque per dar vita ad un ibrido, se così è il caso di chiamarlo, funzionale e di grande impatto. In questo preciso caso è la musica ad evocare le immagini che si muovono prive di qualsiasi dialogo.

Aria

Il cortometraggio che prende forma

Il merito del valore qualitativo di Aria sta proprio nel suo modo di essere messo in scena, il regista Pjotr Sapegin si concentra molto nell’aspetto visivo e simbolico delle immagini. Come abbiamo già espressamente detto, sono tante le referenze con Madama Butterfly, eppure il corto riesce splendidamente ad essere un qualcosa di proprio. La trama ruota attorno ad una giovane geisha che un giorno si innamora di un marinaio americano, appena arrivato con la sua nave nell’isola. I due passano una giornata di passione insieme, mentre soavi escono le note del brano della Callas dal grammofono. Il marinaio, però, il giorno dopo decide di ripartire promettendogli un suo ritorno e le dona, in simbolo della sua parola, il cappello. I mesi trascorrono e la protagonista attende speranzosa che l’amato mantenga il suo giuramento. Partorisce nel frattempo anche una bambina, in uno dei momenti più metaforicamente potenti, grazie alla forza delle immagini.

Qui si capisce che il cinema è ben saldo in Aria, non c’è solo musica ed opera, bensì vere e proprie immagini in movimento che riescono a comunicare con la stessa enfasi delle parole. La scena della nascita della loro figlia è ricca di significato, non solo specchio di solitudine e di abbandono, ma allo stesso tempo felicità e leggerezza. La bambina frutto del suo amore viene mostrata come una sorta di aquilone che volteggia come una piuma legata alla geisha dal cordone ombelicale rimasto intatto. Un legame indissolubile, dunque, che però viene spezzato miseramente dalla perfidia insidiata nella vera anima del marinaio. Egli ritorna dopo alcuni anni sull’isola, accompagnato dalla sua reale moglie americana, in una barca piena di fanciulli. Senza dire alcuna parola gli strappa dalle mani la figlia e se ne va via, facendo intendere un suo impossibile ritorno.

Ecco che qui il terzo atto sfocia in una macabra autodistruzione del proprio io, dove la protagonista giapponese decide di strapparsi il corpo con le sue stesse mani. Si sente responsabile nell’aver ceduto ad un amore non ricambiato, alla cattiveria e all’egoismo dell’uomo. Un finale struggente che visivamente racchiude tanti significati su cui poter ragionare.

Aria

Passo uno

Parlando di Aria sono usciti fuori elementi di cinema e opera, ma senza dubbio la tecnica a passo uno dal punto di vista estetico rappresenta l’essenza e lo scheletro del film. La fluidità con la quale vengono mossi i pochi personaggi, costruiti in puppet animation, mostrano il talento innato del regista russo. Le bambole non sono caratterizzate da precisissima cura nei dettagli, ma la loro semplicità riesce a trasmettere maggiormente quello che si voleva dire. Ci poteva essere il rischio una loro rifinitura avrebbe allontanato dal vero punto essenziale del cortometraggio, ossia il messaggio. Questo corto nella sua linearità di base comunica con le immagini e mostra ancora una volta che il cinema nasce alle sue origini come un’arte muta.

Aria è un insieme di tantissime cose che lasciano allo spettatore emozioni, curiosità, commozione e voglia di approfondire determinati aspetti messi sullo schermo. Anche una grande occasione per poter conoscere una delle più importanti opere italiane, che in questo preciso caso è riuscita a far nascere un cortometraggio bellissimo. 10 minuti che riescono ad essere un manuale per filmaker indipendenti intenzionati a cimentarsi con la magia del cinema.

 

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